Gli dei ci invidiano
A cura della prof.ssa Marta Neri
Gli dei ci invidiano
A cura della prof.ssa Marta Neri

Achille affronta Agamennone, da casa di Apollo a Pompei
“ […]proruppe Achille in un subito pianto, / e da’ suoi scompagnato in su la riva / del grigio mar s’assise, e il mar guardando / le man stese, e dolente alla diletta / madre pregando, Oh madre! è questo, disse, / questo è l’onor che darmi il gran Tonante / a conforto dovea del viver breve / a cui mi partoristi? […]”. ( Il., trad. di V. Monti, libro I, vv. 458–465, p. 150)
Conosciamo bene la brutta abitudine dell’essere umano di lamentarsi, mentre concentra la propria attenzione solo su quegli aspetti della propria esistenza che egli avverte come mancanti, in modo quasi bruciante. Piangiamo su ciò che è stato, su ciò che sarebbe potuto essere ma non è accaduto, su tutto quello che non abbiamo o che non è mai stato nostro, su ciò che abbiamo perduto. Piangiamo attanagliati dalla paura di poter perdere in futuro quello che ci è più caro.
Consumiamo quasi la totalità della nostra intera esistenza nel logorio di vane illusioni, perdendoci in proiezioni immaginarie di un tempo che ormai è passato e non potrà più essere, o calcolando con distorta fantasia le probabili varianti orrorifiche di un futuro che non ci appartiene ancora e che, quasi sicuramente, sarà già mutato nell’istante stesso in cui lo abbiamo pensato.
Viviamo di paura. Ci nutriamo di essa. Beviamo dal suo calice avvelenato. E alla fine avremo soltanto trascorso lunghi giorni di desolazione sterile su questa terra senza averne vissuto neppure uno.
L’oro della nostra esistenza è racchiuso nel perenne mutamento di ogni singolo, fisso istante presente. Il tesoro più grande appartiene a colui che sa vivere nel “qui ed ora”.
I grandi eroi dell’ Iliade ce lo insegnano. Le loro vicende sono un monito che attraversa i secoli per giungere alle nostre orecchie, sperando di trovarle pronte all’ascolto, anche se purtroppo questo accade di rado, imbrigliati come siamo dai pregiudizi verso un modo di scrivere che giudichiamo oggi con annoiata superficialità “troppo complicato”, precludendoci così l’ingresso in un mondo meraviglioso, tinto dei colori sgargianti delle più profonde passioni umane, un mondo eccessivo, carico, brutale, misterioso, affascinante, terrificante, magico come l’essenza del nostro stesso essere, il nostro essere più profondo.
Il mare, infatti.
Achille piange sulla riva del mare. Chiama sua madre, sì, e spesso dialoga con lei in riva al mare, ma in fondo tutti noi sappiamo bene che è se stesso che sta cercando, è il senso della sua esistenza che sta invocando disperatamente, il suo destino che cerca di mettere a fuoco con i suoi occhi appannati dalle lacrime e dalla nebbia dei suoi limiti umani: può scorgere qualche dettaglio (in fondo aveva ricevuto una profezia che gli prometteva una grande gloria al prezzo di una breve vita vissuta con coraggio), ma, Achille, il semidio, non conosce il futuro.
Come il biblico gigante di ferro dai piedi di argilla, il pelìde crolla in ginocchio sulla sabbia umida, lo stesso luogo dove piangerà disperatamente, rotolandosi a terra, la morte di Patroclo, il suo amico tanto amato, perso a causa del suo orgoglio.
Con un forte sospir rispose Achille: / O madre mia, ben Giove a me compiacque / ogni preghiera: ma di ciò qual dolce / me ne procede, se il diletto amico, / se Pàtroclo è già spento? Io lo pregiava / sovra tutti i compagni; io di me stesso / al par l’amava, ahi, lasso! e l’ho perduto […] si muoia, e tosto, / se giovar mi fu tolto il morto amico. ( Iliade, trad. di V. Monti, libro XVIII, vv. 104–109; 130–131, pp. 706–707)
E non siamo noi forse così? Non siamo come Achille? Non piangiamo senza tregua ciò che abbiamo perduto per nostra stessa negligenza, tormentandoci senza posa per tutte le volte che non abbiamo saputo apprezzarne la presenza, troppo distratti dalla paura del futuro, dai rimpianti che ci bloccavano nelle sabbie mobili del passato, dal perpetuo desiderio mai sazio di tutto ciò che non ci appartiene, che ci manca?
Sì, siamo così. E perché scrivere un poema su questo, se non per il fatto che l’uomo è anche dotato di una straordinaria capacità di trarre il buono dalle situazioni peggiori, di ri-trovare la parte migliore di sé dopo aver “mangiato la polvere” ed aver conosciuto la parte peggiore di se stesso. È lì la vera guerra che Achille dovrà combattere e vincere, alla fine: dentro se stesso. Egli raggiungerà la gloria solo quando smetterà di cercarla, soltanto nell’estremo momento in cui capirà che non vale la pena disprezzare il presente per rincorrere un futuro che non è ancora accaduto. È dentro di noi l’unico vero pericoloso nemico che ciascuno di noi è chiamato a combattere: la paura di non essere perfetti, la paura dei nostri limiti e la paura quando diventiamo consapevoli che l’unico modo per vincere è guardare dentro la nostra stessa oscurità e farne esperienza, senza fuggire.
Rimanere in noi, in sostanza. Rimanere nel presente di ciò che siamo, per poter apprezzare quanto di più caro abbiamo e così onorare pienamente la vita.
Allora sì che gli dei avranno veramente invidia di noi.
“!Gli dei ci invidiano, ci invidiano perché siamo mortali, / perché per noi ogni attimo può essere l’ultimo, / ma allo stesso tempo / in ogni attimo risplendono tutti gli attimi della nostra vita, / quelli già vissuti / e quelli ancora da vivere”. Sono le parole che Brad Pitt, nei panni di Achille rivolge a Briseide in “Troy”, il film di Wolfgang Petersen.
Molto bello da leggere è il libro “La canzone di Achille” di Margaret Miller.
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