Oltre gli slogan: i nodi irrisolti del Governo Meloni spiegati punto per punto
Mentre la macchina della propaganda festeggia la durata del governo guidato da Giorgia Meloni come se fosse un successo in sé, viene da…
Oltre gli slogan: i nodi irrisolti del Governo Meloni spiegati punto per punto

Mentre la macchina della propaganda festeggia la durata del governo guidato da Giorgia Meloni come se fosse un successo in sé, viene da chiedersi: cosa c’è davvero da festeggiare? Al di là degli slogan sui social e dei toni trionfali, se si entra nel merito delle leggi approvate, la realtà per i cittadini è molto diversa e decisamente preoccupante. Esaminiamo i fatti concreti, senza giri di parole.
La riforma della Giustizia sembra scritta apposta per indebolire i controlli sui reati economici e sulla corruzione, facendo un favore ai cosiddetti “colletti bianchi”.
Abolito l’abuso d’ufficio. Questo reato serviva a punire i politici o i funzionari pubblici che usavano il proprio potere per fare favori ad amici o parenti. La Legge Nordio (L. 9 agosto 2024, n. 114) lo ha cancellato del tutto. Se il problema era la formulazione, perché abolirlo invece di correggerlo? Anche diversi organismi europei impegnati nella lotta alla corruzione avevano sostenuto che il reato andasse riformato, non cancellato. La domanda resta semplice: quali strumenti puniscono oggi quei comportamenti che prima erano perseguibili come abuso d’ufficio ma che non rientrano nei reati di corruzione, concussione o peculato?
Il “timer” per le intercettazioni. Con la Legge Zanettin (L. 31 marzo 2025, n. 47), le intercettazioni telefoniche e via chat ora hanno un limite complessivo di 45 giorni. Superato questo termine, la proroga è possibile solo se il giudice la motiva con elementi specifici e concreti emersi dalle indagini, il che nella pratica rende molto più difficile mantenere le intercettazioni sui reati comuni. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ha dichiarato al Fatto Quotidiano: “Reati anche gravi vengono scoperti dopo diversi mesi, perché non si riesce a trovare il bersaglio giusto o perché in molti casi si raccolgono le prove dopo diverso tempo. Evidentemente la finalità è un’altra: complicare l’acquisizione delle prove”. Va precisato che per mafia e terrorismo il limite non si applica, ma per tutti gli altri reati gravi — rapine, omicidi, violenza sulle donne, traffico di stupefacenti, reati ambientali — la tagliola dei 45 giorni opera pienamente.
L’interrogatorio preventivo con 5 giorni di anticipo. La stessa Legge Nordio prevede che, prima di applicare una misura cautelare, il giudice debba sentire l’indagato, avvisandolo almeno cinque giorni prima. La norma non si applica nei casi di pericolo di fuga o inquinamento delle prove, ma per i reati dei cosiddetti colletti bianchi — corruzione, frode, reati economici — opera quasi sempre. I rischi concreti non sono teorici: un caso documentato in provincia di Bergamo ha mostrato come la comunicazione anticipata degli atti a un coindagato abbia permesso a un altro indagato di ottenere i nomi dei testimoni, generando minacce di morte e attentati, tanto che solo il ricorso del PM ha evitato conseguenze drammatiche (fonte: Sezioni Unite Cassazione, gennaio 2026, riportato da Antimafiaduemila).
Conclusione. Non sono soltanto opinioni di parte politica. Magistrati e procuratori con decenni di esperienza, tra cui Nicola Gratteri, hanno espresso preoccupazioni sugli effetti concreti di queste riforme. Prima di modificare regole che incidono sulle indagini, forse sarebbe opportuno ascoltare più attentamente chi ogni giorno combatte criminalità organizzata, corruzione e reati economici.
Il governo rivendica come uno dei propri principali successi il numero record di occupati registrato negli ultimi anni. Si tratta di un dato reale, ma che da solo non è sufficiente a descrivere la salute del mercato del lavoro italiano.
Una parte dell’aumento dell’occupazione è legata a fattori demografici e strutturali, come l’invecchiamento della popolazione e la permanenza più lunga degli over 50 nel mercato del lavoro. Questo non significa che i dati siano falsi, ma che il loro significato va interpretato con cautela.
Allo stesso tempo, molti giovani continuano a lasciare l’Italia per cercare all’estero salari più elevati e migliori opportunità professionali. Altri, dopo anni di precarietà o di ricerca infruttuosa, rinunciano del tutto a cercare lavoro e finiscono tra gli inattivi, scomparendo dalle statistiche della disoccupazione senza che la loro condizione sia realmente migliorata.
Anche il concetto stesso di “occupato” merita una riflessione. Secondo gli standard statistici internazionali adottati dall’ISTAT, è considerata occupata una persona che abbia svolto almeno un’ora di lavoro nella settimana di riferimento. Si tratta di una metodologia utilizzata in gran parte del mondo e non introdotta dall’attuale governo. Tuttavia questo indicatore, da solo, non è in grado di distinguere tra lavoro stabile e precario, tra occupazione a tempo pieno e occasionale, tra chi riesce a vivere del proprio lavoro e chi fatica ad arrivare a fine mese.
Il problema non è la correttezza tecnica delle statistiche, ma il modo in cui vengono utilizzate nel dibattito pubblico. Se l’obiettivo è comprendere la reale condizione dei lavoratori italiani, occorre guardare anche ai salari reali, al numero di ore lavorate, alla stabilità dei contratti, alla produttività, alla diffusione del lavoro povero e alla capacità del Paese di trattenere i propri giovani qualificati.
L’Italia ha un problema drammatico: si può lavorare ed essere poveri allo stesso tempo.
Stipendi mangiati dall’inflazione. Anche se in busta paga c’è qualche euro in più grazie ai rinnovi dei contratti, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati molto di più. Rispetto al 2019, i lavoratori italiani hanno perso circa il 7–8% del loro potere d’acquisto reale: il dato più aggiornato dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), confermato dall’OCSE, indica una perdita del 6,9–7,9% tra il 2019 e il 2024. In pratica, con lo stesso stipendio si compra molta meno merce. E l’Italia è il Paese che ha registrato il calo più consistente tra le grandi economie OCSE (fonte: OCSE Employment Outlook 2023; INAPP Rapporto annuale 2024; Il Sole 24 Ore, gennaio 2025).
Il dramma del part-time involontario. Sono circa 2,3–2,4 milioni i lavoratori — soprattutto donne e giovani — in “part-time involontario”: vorrebbero un contratto a tempo pieno, ma le aziende offrono loro solo poche ore al giorno. Il risultato è uno stipendio con cui non si arriva a fine mese. In Italia, oltre il 56% di chi lavora part-time non lo ha scelto: è la percentuale più alta di tutta l’Eurozona, quasi tre volte la media UE (19,7%). Tra le donne occupate, il part-time involontario colpisce il 15,6% contro il 5,1% degli uomini (fonte: ISTAT, Rapporto BES 2024; Forum Disuguaglianze e Diversità, maggio 2024).
Ma il problema non riguarda soltanto chi è senza lavoro. Nel 2024 risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,3% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, in crescita rispetto al 9,9% del 2023. Tra i lavoratori a basso reddito, quasi il 40% è a rischio povertà. Gli stranieri sono colpiti in misura tre volte superiore rispetto agli italiani: 22,6% contro 8,9% (fonte: ISTAT, Condizioni di vita e reddito delle famiglie 2023–2024, marzo 2025).
Questo dimostra che occupazione e benessere economico non coincidono necessariamente. Se aumenta il numero degli occupati ma continuano a crescere le difficoltà economiche di molte famiglie, la questione non è soltanto creare posti di lavoro, ma garantire che il lavoro consenta una vita dignitosa.
Niente salario minimo e stop agli aiuti. Nonostante la povertà assoluta colpisca quasi 5,7 milioni di persone — dato certificato dall’ISTAT nel suo rapporto di ottobre 2024 — il governo Meloni rifiuta il salario minimo (presente in quasi tutti i Paesi europei) e ha cancellato il Reddito di Cittadinanza. Lo stesso ISTAT ha sottolineato come l’erogazione del Reddito di Cittadinanza “ha permesso di uscire dalla povertà a 404 mila famiglie nel 2020, 484 mila nel 2021 e 451 mila nel 2022” (fonte: ISTAT, Rapporto annuale 2024).
Mentre in Italia si stringono i freni sulle libertà personali, vietando nei fatti le manifestazioni pacifiche non autorizzate o ostacolando il diritto alla cittadinanza per i ragazzi nati e cresciuti qui, in politica estera il “sovranismo” scompare.
L’Italia si è allineata totalmente alle decisioni degli Stati Uniti e della NATO. Una scelta che ha un costo economico pesantissimo: la spesa militare 2025 ha raggiunto circa 32 miliardi di euro, un record storico con un aumento del 12,4% rispetto al 2024 e del 60% rispetto al 2016. Il governo ha dichiarato l’obiettivo di portare la spesa al 2% del PIL — corrispondente a circa 42–45 miliardi — includendo voci contabili precedentemente escluse come pensioni militari e Guardia di Finanza (fonte: Osservatorio MILEX, aprile 2025; Pagella Politica, giugno 2025).
Sul fronte energetico, la scelta di abbandonare il gas russo e puntare sul GNL (gas naturale liquefatto) americano e di altri fornitori ha contribuito a mantenere elevati i prezzi dell’energia. Nel periodo 2022–2023, al picco della crisi, il GNL acquistato tramite intermediari poteva costare da una volta e mezzo a cinque volte di più rispetto al gas russo, a seconda del tipo di contratto e del momento di acquisto (fonte: Il Sole 24 Ore, 2022; Osservatorio Gazintensive). La situazione si è parzialmente normalizzata, ma i prezzi del GNL restano strutturalmente più alti rispetto al gas che arrivava via gasdotto.
L’ultimo regalo alle lobby in ordine di tempo è il decreto sulla caccia approvato al Senato. Si tratta di una controriforma che smantella le tutele storiche.
Un rischio per la fauna e la biodiversità. Le nuove norme riducono i vincoli temporali e i controlli, aprendo le porte a una pressione venatoria che rischia di colpire anche le specie protette e di compromettere la biodiversità del territorio nazionale.
Una minaccia alla sicurezza pubblica. Il vero dramma è che questa legge allarga i confini in cui è consentito sparare, aumentando i rischi per le persone. Ogni anno in Italia si registrano decine di incidenti di caccia che colpiscono non solo i cacciatori stessi, ma passanti, escursionisti, agricoltori e famiglie che si trovano nei boschi e nelle campagne. Invece di aumentare la sicurezza dei cittadini disarmati, il governo sceglie di favorire le doppiette.
“Secondo i dossier annuali dell’Associazione Vittime della Caccia (AVC), dal 2007 al 2025 sono morte 462 persone in incidenti legati all’uso di armi da caccia — inclusi incidenti fuori stagione venatoria, custodia negligente delle armi e bracconaggio. Il dato è stato citato pubblicamente dall’ENPA in audizione al Senato il 17 giugno 2026. Anche usando i criteri più restrittivi dell’Università di Urbino — che conteggia solo gli incidenti strettamente venatori durante la stagione — si registrano ogni anno tra gli 8 e i 18 morti, con decine di feriti. In entrambi i casi, stiamo parlando di vittime evitabili, legate alla circolazione di armi da fuoco in luoghi frequentati da persone.”
Dai favori ai colletti bianchi nella giustizia — con riforme che producono l’effetto concreto di rendere più difficile indagare su corruzione e reati economici — passando per la precarietà del lavoro mascherata dai numeri sull’occupazione, fino alla deregulation sulla caccia che mette a rischio la vita dei cittadini nei boschi, i motivi per essere preoccupati sono tantissimi. I dati che abbiamo citato non vengono da fonti di parte: vengono da ISTAT, OCSE, INAPP, dall’Osservatorio MILEX e dalla Corte di Cassazione. Sono i fatti. E i fatti non si possono ignorare.
Il Dubbio Critico
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