THE LIMINAL FIELD: SOLO ESSENDO SI E’
Nel linguaggio comune la fede viene spesso intesa come un atto di credenza, ossia come l’adesione a una verità che non può essere…
THE LIMINAL FIELD: SOLO ESSENDO SI E’

Nel linguaggio comune la fede viene spesso intesa come un atto di credenza, ossia come l’adesione a una verità che non può essere dimostrata ma che viene accettata sulla base della fiducia. Questa interpretazione, tuttavia, non esaurisce il significato più profondo dell’esperienza della fede.
Esiste infatti una differenza sostanziale tra il voler credere e il trovarsi in uno stato d’essere nel quale la coscienza riconosce come vero qualcosa che percepisce come intrinseco alla propria natura. In questo secondo caso la fede non è una scelta volontaria né una posizione intellettuale: è una condizione di presenza della coscienza.
Da questa prospettiva emerge un principio fondamentale: solo essendo si è. La verità non si costruisce attraverso la volontà di credervi, ma si manifesta quando diventa parte viva dell’esperienza interiore.
Credenza e stato d’essere
Credere in qualcosa implica generalmente un atto di fiducia verso un’autorità esterna: un testo sacro, una tradizione, un insegnamento o una testimonianza. Questo tipo di fede si fonda su un processo di accettazione che, pur potendo essere sincero e profondo, rimane comunque esposto alla possibilità del dubbio.
Il dubbio rappresenta infatti il segno che l’esperienza non è ancora diventata parte integrante della coscienza.
Quando una verità viene semplicemente accettata, essa rimane una convinzione. Quando invece viene vissuta interiormente, diventa uno stato d’essere.
La differenza tra questi due livelli è decisiva: mentre la credenza può essere difesa, argomentata o interpretata, lo stato d’essere non necessita di giustificazioni. Esso si manifesta come evidenza interiore.
L’esperienza della comunione
Quando una verità viene interiormente assimilata, si produce una forma di comunione con chi ha originariamente espresso o vissuto quell’esperienza. Questa comunione non consiste in una semplice condivisione di idee, ma in una partecipazione alla stessa realtà interiore.
In questo senso, la fede autentica non consiste nell’imitare o ripetere parole altrui, ma nel riconoscere dentro di sé la stessa sorgente da cui quelle parole sono nate.
La comunione non riguarda quindi il pensiero, ma il sentire profondo della coscienza.
Essa emerge come un ricordo interiore, quasi come se una verità già presente nella profondità dell’essere venisse improvvisamente riconosciuta.

Fede e interiorità
Se la fede è uno stato d’essere, allora essa non può essere prodotta artificialmente attraverso uno sforzo della volontà.
La volontà può condurre a studiare, cercare, interrogarsi; ma il passaggio decisivo avviene quando ciò che viene cercato si trasforma in esperienza vissuta.
In questo momento la coscienza non si limita più a pensare una verità: la incarna.
Questo processo implica una trasformazione della coscienza stessa, una sorta di trasfigurazione attraverso la quale emerge un livello più profondo dell’identità.
Ciò che prima era percepito come esterno diventa parte della propria interiorità.
Il principio “solo essendo si è”
Il principio “solo essendo si è” sintetizza la dinamica di questa trasformazione.
Esso indica che la realtà più profonda dell’essere umano non può essere raggiunta attraverso la semplice intenzione di diventare qualcosa. L’essere autentico emerge quando la coscienza riconosce e manifesta ciò che è già presente nel suo nucleo più profondo.
Vivere uno stato d’essere significa quindi agire con naturalezza e spontaneità.
In questa condizione l’azione non nasce da uno sforzo di volontà, ma da una coerenza interiore tra ciò che si è e ciò che si manifesta nel mondo.
Conclusione
La fede, intesa come stato d’essere, non è il risultato di una scelta intellettuale né di un atto di volontà.
Essa nasce quando una verità viene riconosciuta come parte integrante della propria interiorità.
In questa prospettiva, la coscienza non cerca più di diventare qualcosa: semplicemente manifesta ciò che è.
Il principio “solo essendo si è” esprime proprio questa condizione. L’essere autentico non deriva dal voler essere, ma dal permettere che ciò che è già presente nella profondità della coscienza possa emergere e incarnarsi nella vita.
Quanto fin qui espresso è l’elaborazione del testo seguente.
14–03–2026
Solo essendo si è
Autore: FMOO
La vera fede è uno stato d’essere che eleva la coscienza dandole consapevolezza immediata. Rendendola dunque certa oltre il dubbio di qualcosa che è inoppugnabilmente vero perché parte intrinseca di sé.
Non si tratta pertanto di volere credere in qualcosa fidandosi, dovendosi fidare di un testo o di parole riportate, si tratta invece di diventare possessori di quel testo, di quelle parole quasi fossero pronunciate, provenissero per la prima volta dalla propria interiorità; da sé stessi.
Credere nei testi sacri rappresenta un atto di fede che non è vera fede fino a che esiste il pur minimo dubbio che però porti a pensare non mi voglio più interrogare perché deve credere che è così.
Rinunciare a farlo, rinunciare ad interrogarsi significa accettare ma non incarnare ciò che il succo, l’essenza del messaggio racchiude e che porta vivere che è così. Oltre il dubbio e la stessa ragione e oltre anche la concezione (tutto quel che occorre per potere concepire) perché deve essere già stato concepito, assodato, metabolizzato come esperienza vera e vissuta che ormai risiede dentro di sé.
Voler credere porta a seguire un credo, una credenza, schierarsi per difendere la tesi, ad interpretare una parte che (si è o) si sta studiando bene, non a essere la sintesi di un processo vissuto che non fa interrogare in merito. Come se si fosse un tutt’uno con chi ha vissuto l’evento (se questo in modo diretto non riguarda sé stessi) dando così senso e significato a quella che può essere definita “comunione” e non condivisione di intenti perché coincidono con quello che si vuole pensare.
La fede, così come la comunione, non riguardano il pensiero, il pensare o/e nessuna imposizione, sono manifestazione spontanea di un intimo sentire che emerge da dentro di sé quasi ricordo antico e mistico perfino di un atto di gloria indelebile nel tempo perché patrimonio comune dell’umanità.
Elevare la fede al rango di stato d’essere implica accettare che solo essendo si è. Per vivere ed agire in conformità esprimendo il sé stesso che prima era “dormiente” (non ancora intercettato) in uno stato più profondo di sé.
E questo senza che debba essere un concetto, perché riguarda tutti gli stati d’essere, ogni stato d’essere potenzialmente intrinseco nella interiorità intesa come patrimonio comune dell’essere umano nel suo percorso di incarnazione.
Vivere lo stato d’essere è naturalezza nell’agire, spontaneità (involontarietà con implicita consapevolezza) di essere senza dover volere essere. E riguarda la coscienza che solo attraverso la sua trasfigurazione può raggiungere avendolo concepito un proprio stato d’essere implicitamente presente più in profondità dentro di sé.
Ecco, è un atto di presenza che fa assumere interpretandola la sostanza che tale stato possiede divenendo (se per esempio la coscienza è quella umana) incarnazione coerente di un modo di essere che esprime in modo del tutto naturale quel che si è.
Le immagini qui presenti sono realizzate da AI
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La coscienza non manca della sua origine, ma della consapevolezza della stessa.
Approfondimenti e struttura completa del progetto:
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https://ottavaora.com/autocritica
Questo testo fa parte di una ricerca interconnessa sulla coscienza e il campo liminale.
메타데이터
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