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Skyrim co’ Giuseppe Tonetto. Capitolo 33. Vomitino Sven.

Io ed il mio compare bardo separati da na trappola infernale: un meccanismo di lame oscillanti con meccanica automatica, tenute attive…

Giuseppetonetto · 2026-03-27 10:58 · 1 claps · 3.9 min read
#sven #skyrim #fanfiction #medium-italia #parodia
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Skyrim co’ Giuseppe Tonetto. Capitolo 33. Vomitino Sven.

Io ed il mio compare bardo separati da na trappola infernale: un meccanismo di lame oscillanti con meccanica automatica, tenute attive, probabilmente, da na maledizione, come pure lo scarnificato con cui Sven sta combattendo.

Il draugr è più lento, ma pare anche un combattente preparato, al di là del disgusto che può provocare la continua emissione di un rumore molto simile allo scaracchio dei vecchi, la mattina.

Oscillo il bacino imitando lo Svennone dall’altra parte. Cerco di agire al posto suo, contrattacco l’aria.

Nell’agitazione più totale, vedo intermittente. Le lame maledette, oscillando con ritmo, mi confondono la visuale, come avere un tic agli occhi.

L’attimo prima il draugr sta caricando il colpo, l’attimo dopo lama che passa. Sven. Poi ancora: Sven che ha schivato il colpo. Lama. Sven. Uno dei due che cade. Sven. Il bardo in piedi. Sven. Mi guarda. Sven. Sparisce. Sven per l’ultima volta. Sento un cigolìo forte e improvviso. Si blocca la trappola, e io raggiungo il compare mio. Il draugr ci osserva da terra. N’altro orribile rumore di scaracchio. Poi io lo decapito con l’ascia, sfogando così il tremore di nervi che mi assale.

Io e Sven l’affannato guardiamo quello che ci aspetta.

E’ na specie di cittadella, quella in cui ci troviamo, con ponti, scale, stanze, grate.

Questi non-morti sono custodi e protettori di qualcosa di grande. E noi li stiamo decimando, secondo quale diritto?

Manco faccio a tempo a dì che mi fanno quasi pena sti ammassi di tendini sfilacciati, che uno di quelli accorre da na qualche parte e ci attacca nel solito stile con corsetta e scaracchio. Armi sguainate e in pugno. A lui ci pensa Sven, che lo fa allo spiedo con lo spadone in pancia e poi lo toglie da lì poggiandogli in faccia lo stivale e spingendolo via. Appena dopo una freccia colpisce il muro di pietra che ci da’ le spalle. A scoccarla è stato un non-morto arciere, che mira da sopra una rampa di scale. Sven è chiaramente imbufalito e vi si lancia contro di corsa. L’arciere cerca di approfittare della distanza per scoccare altre due freccie, che il bardo, in piena trance agonistica, sfiora senza neanche farci caso.

Anche io preparo il mio arco, ma il biondo non mi lascia tempo di manovra e una volta raggiunto l’arciere, lo placca a terra. Facendolo, perde la presa dello spadone che vola a qualche metro da me. Io, a quel punto, mollo l’arco e vado a recuperare lo spadone. Corro verso le scale pronto a servire al bardo la sua arma, ma lui ha già strangolato il non-morto con l’arco. Il draugr non si muove, eppure Sven continua ad imprimere una certa forza sul collo del cadavere, e ringhia contro come una bestia ferita.

  • Hey.

Gli faccio io. Ma sembra sordo.

  • Sven.

Insisto. Ma lui continua allo stesso modo.

  • Forza ragazzo, è finita.

Dico, cercando di essere rassicurante. Gli poggio una mano sulla spalla. A una manciata di secondi da quel mio contatto, sento la sua spalla rilassarsi. Il bardo smette di ringhiare contro la faccia dell’altro e vedo le mani allentare la presa dal legno del manico dell’arco.

  • Tieni qui la tua arma.

Gli dico, porgendogli lo spadone. La mia voce riverbera nel silenzio riconquistato. Il bardo si rialza in piedi e, volgendo le spalle al non-morto, ridiscende le scale. Mi supera, noncurante dell’arma che gli sto porgendo, e va a mettersi con la fronte contro una parete. Mi è andato in completo sbattimento.

Decido, così, di lasciargli un attimo di tregua. Ne ha fatti secchi tre di fila, poraccio. Sarà stremato, penso.

Ne approfitto per guardarmi un po’ meglio intorno. Siamo, come dicevo, in una specie di cittadella di pietra. Sulla destra, rispetto a dove siamo entrati, c’è una stanza. Dentro ha delle panche disposte lungo le pareti, e degli oggetti che parrebbero cerimoniali, come urne, vasi, brocche. Esco nuovamente. Sven sta vomitando. Io faccio finta di niente e poggio lo spadone di fianco a lui. Si riprenderà, è giovane.

Nello spiazzo in cui siamo, a circa due metri da terra, e altrettanti dal soffitto, c’è un ponticello. A questo sono appese delle lampade di candele accese. Sotto il ponte, a terra, c’è una grata che copre l’entrata di un pozzo, di circa tre metri di profondità. Delle scale in legno, quelle sulle quali Sven ha seccato l’ultimo coso, l’ultimo draugr, conducono alla zona sopraelevata.

  • Ci sei Svennò?

Il bardo non risponde. Lo vedo pulirsi la bocca con una manica.

Gli vado incontro.

  • Oh, beh, allora?

Gli faccio. E lui:

  • Una freccia mi ha sfiorato il collo, stavolta me la sono vista brutta.
  • Sì, sei stato incauto.

Gli rispondo, serafico.

Un paio di minuti dopo siamo al piano di sopra, amici come prima.

Ancora panche sulle pareti, e vasi, per lo più rotti. Arriviamo al ponticello che vedevamo da sotto. Una strana macchia violacea è cosparsa a terra. La superiamo e attraversiamo il ponte. Alla fine del quale c’è un’altra chiazza, identica alla precedente. Dopo, una galleria scavata nella roccia ci conduce ad una porta di ferro, oltre la quale c’è un nuovo, lungo corridoio. La polvere e ragnatele sono protagoniste. Io e Sven ci copriamo naso e bocca con le maniche. Lui con quella senza la bauscietta di vomito. Sulle pareti, incisioni raffiguranti divinità di fattezze animali. Un gufo, n’orso, na libellula. Ce l’hanno questi, co le bestie. Arriviamo alla fine del corridoio. Sulla parete in fondo c’è tipo na ruota di preta. Ha tre sezioni concentriche. Ognuna di esse è contraddistinta dall’effige di una bestia. La più grande c’ha quella che io chiamo libellula, beh comunque n’insetto di quelli, te lo puoi capà. La sezione centrale c’ha il gufo. E quella più piccola c’ha l’orso. Le sezioni sono separate l’una all’altra e, come presto intuisco toccandole, sono mobili, come le colonnine incontrate qualche ora fa. Al centro, invece, c’è un nucleo di metallo co tre buchi e sotto di quelli, l’effige che presenta è quella di un dannatissimo artiglio, della stessa forma e dimensione di quello che uno Sven sorridente e con la fiatella estrae dalla bisaccia e mi consegna tra le mani.


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