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Solo noi nel buio

L’aria della sera punge sulla pelle come aghi di ghiaccio. Ero tornata lì, ai piedi dell’albero d’ulivo nodoso che sorvegliava la collina…

Pagine D'inchiostro · 2026-06-20 11:49 · 0 claps · 2.7 min read
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Solo noi nel buio

L’aria della sera punge sulla pelle come aghi di ghiaccio. Ero tornata lì, ai piedi dell’albero d’ulivo nodoso che sorvegliava la collina fin da quando eravamo bambini.

Siamo amici fin da piccoli: una di quelle amicizie nate vicino a un albero d’ulivo, testimone silenzioso dei loro sogni, delle ginocchia sbucciate e delle promesse sussurrate quando il futuro sembrava un foglio bianco da riempire.

Accanto a me c’è Julian. Ha lo sguardo piantato sull’orizzonte, le mani affondate nelle tasche del giubbotto di pelle nera. Ha sempre avuto quel modo di fare protettivo, un’ancora solida in mezzo alle mie tempeste.

Ma stasera tutto è diverso. Il silenzio della campagna viene squarciato da un ronzio elettrico, un sibilo metallico che fa vibrare la terra sotto i nostri piedi.

All’improvviso, la porta si apre. Non è una porta reale, ma una fessura di luce azzurrina che squarcia lo spazio davanti a noi.

Dalla fenditura entrano tutti i fantasmi di una vita, tutti i problemi che ho cercato disperatamente di lasciarmi alle spalle.

I debiti della mia famiglia, i rimpianti per le strade non prese, le mie paure più profonde sull’avvenire. Si materializzano davanti a noi sotto forma di figure traslucide, volti familiari e ombre minacciose che sussurrano parole di fallimento. Ma c’è qualcosa di strano nel loro movimento.

Le immagini sfarfallano, si scompongono in pixel verticali. Il fatto è che sono degli ologrammi dei fantasmi, proiezioni digitali distorte create da una tecnologia senz’anima per tormentare la mia mente e costringermi a cedere.

«Resta dietro di me», dice Julian, la voce profonda che taglia il ronzio delle macchine. Fa un passo avanti, mettendosi tra me e quell’esercito di proiezioni luminose.

«Julian, non puoi combatterli, sanno tutto di me», sussurro, sentendo le lacrime premere dietro gli occhi. Il panico mi blocca le gambe. Quegli ologrammi stanno proiettando le mie debolezze, i miei segreti più oscuri, i fallimenti che mi porto dentro come cicatrici.

Lui si gira, ignorando le figure spettrali che fluttuano a pochi centimetri dal suo viso. Mi afferra per le spalle, e il contatto delle sue mani calde mi riporta istantaneamente alla realtà.

I suoi occhi scuri bruciano di un’intensità che non gli ho mai visto prima. Non è più lo sguardo del ragazzino con cui dividevo le olive sotto l’albero; è l’intensità di un uomo che ha deciso cosa proteggere a ogni costo.

«Non me ne frega niente di quello che mostrano», dice, e la sua voce è così densa da far svanire il rumore dei generatori. «Loro sono fatti di luce fasulla. Tu sei reale. Noi siamo reali.»

Un ologramma con le sembianze di mio padre sfarfalla accanto a noi, ripetendo vecchie accuse. Julian non lo guarda nemmeno. Accorcia l’ultimo millimetro di distanza tra di noi, circondandomi la vita con le braccia. Sento il profumo pulito della sua pelle mischiarsi all’odore di ozono emesso dalle macchine.

«Guardami, solo me», sussurra sulla mia bocca.

Quando mi bacia, la foresta di ologrammi intorno a noi sembra perdere potenza.

È un bacio disperato, intensamente romantico, carico di tutto il non detto che ci ha uniti e divisi per anni. Le sue labbra cercano le mie con una fame antica, una promessa di salvezza che cancella ogni spettro digitale.

Stringo le dita dietro la sua nuca, aggrappandomi a lui come se fosse l’unica cosa solida in un universo di pixel e bugie. In questo bacio c’è la forza degli anni passati insieme, la radice profonda del nostro ulivo che nessuna proiezione può sradicare.

Le figure luminose intorno a noi iniziano a perdere consistenza, sgranandosi fino a diventare polvere azzurra che si dissolve nel vento della notte. La corrente si interrompe. Torna il buio vero, quello calmo e protettivo della nostra collina.

Julian si stacca lentamente, appoggiando la fronte contro la mia. Ha il respiro corto, ma l’ombra nei suoi occhi è sparita.

«Te l’avevo detto», sussurra, accarezzandomi la guancia con il pollice. «Erano solo parole a vuoto. Io sono qui.»

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