Pier Paolo Pasolini: una voce di cui ancora sentiamo l’eco
A cura della Prof. ssa Katia Salvatori
Cinquant’anni fa l’assassinio all’idroscalo di Ostia
Pier Paolo Pasolini: una voce di cui ancora sentiamo l’eco
A cura della Prof. ssa Katia Salvatori

Pier Paolo Pasoli
Il 2 novembre di cinquant’anni fa i telegiornali di tutta Italia aprirono con una notizia che sconvolse e toccò gli animi di moltissime persone. Pier Paolo Pasolini era stato trovato in un bagno di sangue sul lungomare dell’Idroscalo, un angolo malfamato della periferia di Ostia. Colpito a morte, abbandonato a terra, inghiottito dalla notte. Qualunque vittima di un omicidio così efferato sarebbe stato inevitabilmente sotto l’occhio di un ciclone mediatico, ma in questo caso si trattava di uno dei personaggi più discussi di quegli anni e un epilogo tanto violento scatenò fiumi di inchiostro e chiacchiere da bar.
Poeta, cineasta, romanziere, giornalista, intellettuale, profeta. Pasolini sfuggiva ad una categorizzazione unica, eppure nei tempi della sua notorietà erano molte le etichette che volevano ingiuriarlo: marxista, conservatore, omosessuale, ateo. Scomodo per tante persone, Pasolini aveva la rara capacità di destabilizzare chi lo leggeva o chi lo ascoltava con il suo sguardo sulla realtà sempre inaspettato e imprevedibile. L’Italia era nel pieno del suo miracolo economico, ma Pasolini sottolineava come lo sviluppo economico non corrispondesse necessariamente ad un progresso civile: il paese si trasformava da società contadina a potenza industriale, ma nel frattempo le persone mutavano la loro natura diventando consumatori sedotti dagli oggetti. Il mondo era nel pieno della rivoluzione dei costumi e nel ’68 soffiava il vento dei diritti e delle rivendicazioni sociali, eppure di fronte alle occupazioni dell’Università e agli scontri di Valle Giuli, in cui gli studenti ferirono le forze dell’ordine, Pasolini dichiarò “io simpatizzavo coi poliziotti”. Agli “pseudo militanti” della giustizia Pasolini rimproverava di sbagliare bersaglio colpendo i poliziotti, figli di poveri, e li invitava a lasciarsi alle spalle le origini borghesi. Nel pieno degli anni di piombo, Pasolini, implacabile e disgustato, dichiarava netto: “Io so. Io so i nomi dei responsabili” e poi elencava le numerose stragi che avevano funestato l’Italia.
Pasolini strappava i veli dell’ipocrisia della sua epoca con feroce arguzia, ne scorgeva le crepe e le derive e questo è sempre suonato imperdonabile: proprio lui che guardava con rispetto l’aurea sacra della figura di Cristo ma era un ateo, proprio lui che era un intellettuale colto e benestante ma passava le sue giornate con la gente di borgata o viaggiava in India e in Africa per cercare il contatto con persone non ancora contaminate dal capitalismo, proprio lui, comunista ma cacciato dal PCI, proprio lui, un omosessuale. Difficile digerire un personaggio così: la sua morte violenta è sembrata quasi il naturale decorso della sua stessa vita.

Nonostante tutto o proprio per tutto questo, a cinquant’anni dalla sua brutale uscita di scena, non c’è studioso, docente, giornalista che non abbia qualche testo di Pasolini nella propria libreria. Anche chi non ne ha letto niente sa chi è Pier Paolo Pasolini, complice anche l’internet mellifluo dei social che usa le sue frasi taglienti che “fanno sempre effetto” e le foto che lo ritraggono bellissimo nei suoi completi chiari ed eleganti.
La fama che tuttora circonda Pasolini però non può essere attribuita solo alla sua morte controversa che sa di martirio, né alle sue innumerevoli provocazioni. Al di là dei filtri che ingrandiscono o distorcono l’immagine di Pasolini, quello che arriva anche a distanza di anni è la forza di un uomo autentico nel suo tormento e nelle sue contraddizioni, che ha saputo trasformare in arte le sue intuizioni, stando sempre dalla parte degli umili, degli spaesati, dei diversi, dei cercatori della verità.
Ancora risuona straziante la voce addolorata di Alberto Moravia al funerale del suo amico Pier Paolo quando dichiara che l’Italia non solo aveva perso un uomo buono e coraggioso, ma “più di tutto ha perso un poeta! Non ce ne sono tanti nel mondo” aggiunge, “ne nascono soltanto 3 o 4 in un secolo! Quando questo secolo sarà finito, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta”. Il secolo di cui parlava Moravia era il 1900, ma la voce di Pasolini, come tutte quelle di coloro percepiti come profeti, ha varcato il 2000 e continuerà ad essere ascoltata a lungo.
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