“ ‘E strangolaprievete”: tre lingue in una ricetta per gli gnocchi
Questa immagine e’ tratta dal libro di Csaba dalla Zorza “Napoli in bocca” edito da Francesco Mondadori nel 2015. Si parla di “gnocchi” in…
“ ‘E strangolaprievete”: tre lingue in una ricetta per gli gnocchi

Napoli in bocca
Questa immagine e’ tratta dal libro di Csaba dalla Zorza ***“Napoli in bocca”*** edito da Francesco Mondadori nel 2015. Si parla di “gnocchi” in tre lingue: napoletano, italiano, inglese. Oltre all’aspetto culinario mi interessa quello linguistico.
Un documento straordinario. Un libro di cucina che è, insieme, un atlante linguistico in tre registri sovrapposti: il napoletano scritto a mano in corsivo, l’italiano e l’inglese a stampa. Tre sistemi che convivono sulla stessa pagina come stratificazioni geologiche.
Il nome come testo. Strangolapreti, o nella grafia napoletana ‘E strangolaprievete, è già di per sé una piccola meraviglia di etnolinguistica. Il nome racconta una scena: un prete ingordo che mangia tanto da strozzarsi.
La denominazione iperbolica è un tratto tipico della toponomastica gastronomica napoletana, dove il cibo viene nominato attraverso l’effetto sull’umanità che lo consuma, non attraverso la sua forma o composizione.
L’inglese resa “Priest strangler” è corretta ma perde la vocalità teatrale dell’originale. To strangle è neutro; strozzare ha dentro il gorgoglio della gola. I tre sistemi a confronto.
Sul piano fonetico-grafico, il napoletano mostra subito i suoi tratti identitari. L’articolo ‘E (con apostrofo) per il plurale, riduzione di i/gli, con caduta vocalica sistematica.
Patane vs. italiano patate, la conservazione della nasale finale e la sonorizzazione. Avite pripàrato, l’ausiliare avere alla seconda persona plurale di cortesia, che in napoletano funziona diversamente dall’italiano ‘O zuco, ‘o ragù, l’articolo determinativo maschile singolare ‘o, ridotto dal latino illum.

Faticatele è particolarmente bello: in napoletano faticare conserva il senso latino di lavorare con fatica, impastare è una fatica, non una semplice operazione. L’italiano “lavorate” è neutro; l’inglese “roll” riduce tutto al gesto meccanico.
La scrittura manoscritta come scelta editoriale. Csaba dalla Zorza ha fatto una scelta non banale. Questa asimmetria tipografica visiva dice qualcosa di preciso: il dialetto è voce, oralità trascritta, corpo, non può stare nel carattere tipografico senza perdere qualcosa. È come se la pagina riconosca che il napoletano abita un altro regime significativo.
Per me che ho imparato a leggere componendo il testo con i caratteri mobili, questa distinzione deve avere un peso particolare: il corsivo manoscritto e il tipo a stampa non sono solo due tecniche, sono due epistemologie.
Una nota sulla traduzione gastronomica. L’inglese “Season with lots of good ragout” per conditeli in abbondanza co’ zuco e ragù appiattisce una distinzione importante: zuco (sugo, il fondo di cottura) e ragù non sono sinonimi.
Il traduttore ha scelto la semplificazione. Tradurre è sempre tradire e anche perdere, come del resto in poesia. Cosa mi colpito di più, dal punto di vista linguistico? Ogni lingua, inclusa la lingua/dialetto napoletana, e’ un mondo, una storia, una identita’.
Si suole dire “traduttore traditore”. Ma di quale tradimento parliamo? Quando il traduttore scrive “Season with lots of good ragout” per “conditeli co’ zuco e ragù”, il tradimento è lessicale e culturale: due realtà distinte (sugo e ragù) vengono fuse in una sola parola.
Ma quando il napoletano scritto a mano viene “tradotto” nell’italiano a stampa della pagina a fianco, il tradimento è di natura diversa, è prosodico, corporeo, identitario. Perché “faticatele” non è semplicemente un sinonimo di “lavorate”: porta dentro di sé una filosofia del gesto.
Chi impasta fatica, nel senso pieno latino-napoletano del termine. L’impasto è sudore, resistenza della materia, negoziazione tra le mani e la farina. L’italiano “lavorate” amministra; il napoletano fatica.
La lingua come mondo, non come codice. La lingua non è uno strumento per descrivere il mondo, è il mondo stesso, nella forma in cui una comunità lo ha percepito, vissuto, tramandato.
Il napoletano strangolaprievete non nomina un tipo di gnocco: racconta una scena sociale: il prete, la sua ingordigia, la tavola come luogo di eccesso e di commedia umana. Dietro quel nome c’è una sociologia, un anticlericalismo bonario, una cultura del cibo come piacere corporeo senza vergogna.
Tradurre “Priest strangler” preserva l’informazione semantica di superficie. Ma la risata, quella no. Non si traduce. Insomma: il napoletano è lingua o dialetto? La questione non è solo accademica.
Una tradizione letteraria di altissimo livello, da Basile a Di Giacomo, da Eduardo De Filippo a Viviani. Precede, e in certi casi, supera per ricchezza espressiva la corrispondente produzione in italiano standard. Ha una fonologia coerente, una morfologia propria, una sintassi riconoscibile.
Chiamarlo “dialetto” è già una scelta politica, figlia della costruzione dello Stato unitario e della marginalizzazione delle identità regionali che ne seguì. La questione della lingua è sempre, sotto sotto, una questione di potere.
Tradurre come atto di umiltà. La scelta di Csaba dalla Zorza di affiancare le tre versioni sulla stessa pagina, lasciando il napoletano nella sua grafia manoscritta irriducibile, è già un atto di onestà: dice al lettore anglosassone che questo testo ha un originale che non puoi raggiungere pienamente.
Il vero tradimento non è la traduzione in sé: è la traduzione che finge di essere equivalente, che cancella la traccia dello scarto. Come diceva Benjamin nel suo saggio sul compito del traduttore: la traduzione non rivela l’originale, rivela ciò che nell’originale è intraducibile.
E forse è proprio questo l’omaggio più alto che si possa rendere a una lingua come il napoletano: mostrare dove finisce la traduzione e comincia il silenzio: si sente però il profuno del sugo …

Il libro
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