Guarda un pò che mi tocca leggere …
“Bellezza antica e sempre nuova. Il latino nel mondo di oggi” è il titolo di questa per me davvero strana recensione intervista che mi e’…
“Col latino s’impara l’inglese …”

LIBERO 3 gennaio 2026
“Bellezza antica e sempre nuova. Il latino nel mondo di oggi” è il titolo di questa per me davvero strana recensione intervista che mi e’ capitata di leggere. Il latino che aiuta a studiare l’inglese. C’è del vero, del tutto inaspettato in questo titolo. Merita questo post. Temo che sara’ lungo. Non lo leggera’ nessuno, dice il mio “alter ego”. Poco importa, saro’ io a rileggerlo.

Il Libro
La faccenda del latino “lingua viva” mi insegue dai tempi, ormai lontani, quando lasciai la borsa di studio quadriennale per ricerca e perfezionamento. La buona anima del mio indimenticabile professore Fernando Ferrara all’I. U. O. di Napoli sperava che io diventassi un accademico.
Scelsi, invece, l’insegnamento della lingua e della cultura inglese nel mercato libero. Dagli istituti ad indirizzo tecnico, turistico, commerciale sbarcai poi nelle auree ed auliche classi del liceo classico.
In quelle stesse aule dove io, come studente, avevo penato e sofferto, mi ritrovavo fianco a fianco con colleghi i quali insegnavano quella lingua che avevo tanto odiato perchè nessuno di loro me l’aveva fatta realmente amare. Per amare una lingua, bisogna prima capirla.
A dire il vero, non era solo il latino ad essere la “pecora nera” della mia triste vita di liceale. Il greco di Senofonte teneva compagnia alla lingua di Cesare. Insieme costituivano i miei incubi.
Acqua ormai passata, mari che non navigherò mai più. Ormai sono un sopravvissuto alla scuola italiana, felicemente approdato sulle spiagge in qualità di smaliziato navigatore dei social media. Un felice navigatore digitale. Mi sono preso lo sfizio di entrarci anche in latino.
Non me ne faccio scrupolo mentre vedo che tanti, sopratutto nell’ambiente scolastico e cattedratico, si ostinano a boicottarlo e a non comprenderlo alla stessa maniera di come non comprendevo io il latino ed il greco soltanto perchè queste lingue non me le facevano capire.
E’ capitato a me, ma è successo a tanti, fronteggiare queste due “lingue morte”. In effetti “morte” non sono affatto, ancora vivono sotto altre forme nella cultura occidentale e di essa sono le colonne di cui siamo tutti ben fieri e consapevoli. Il latino, in particolare, è sempre alla ribalta.
Riesce addirittura ad intrufolarsi negli spot commerciali in TV. Tutti ricorderanno lo strepitoso spot della Tim di qualche anno fa in cui Christian De Sica con la sua “perifrastica” riferita a Rodriguez Belen in veste di prof di latino.
Una struttura linguistica verbale latina che il figlio di Christian faceva fatica ad apprendere e di cui si lamentava con una quanto mai avvenente ed improbabile professoressa. Io ricordo ben altre insegnanti di latino e di greco. Sagome e figure di insegnanti molto diverse.
Le nostre professoresse del tempo, (i fatidici anni cinquanta), ci sembravano arpìe rapaci che salivano in cattedra e ci tormentavano con dannate declinazioni ed impossibili traduzioni. Il tutto condito in cerimonie sacrificali che erano sadiche interrogazioni singole, o a quattro, con tremebondi studenti, impiedi davanti alla cattedra.
Non potrò mai dimenticare quella vecchia megera di latino e greco del ginnasio. Quando entrava in classe non aveva mai un sorriso sulla sua faccia. Sibilava a mala pena un “buon giorno” e si installava sulla sedia, dietro la cattedra, collocata su quella alta pedana che sembrava un baldacchino.
Dopo il canonico appello, apriva il suo registro personale, ci metteva il dito sopra e lo faceva scorrere lentissimamente sui nomi mentre sussurrava, a denti stretti: “vediamo chi sentire oggi”. Un brivido ti scorreva lungo la schiena.
Una gocciolina di sudore si ghiacciava sulla fronte. Il suo dito andava su e giù nel mentre sollevava lo sguardo verso la classe in un silenzio di tomba. Eravamo raggelati ed immobili sui banchi, in attesa del sacrificio. Uno di quegli studenti aveva chiesto, appena era entrata, di uscire per andare in bagno.
Lei nemmeno si degnò di rispondere. Si doveva dare principio alla immolazione quotidiana. L’interrogazione sul “testo classico” aveva la precedenza. Quel poveretto dovette subire una infame vergogna, che a stento riuscì a nascondere alla classe, ma che lui non dimenticò mai.
“Se la fece sotto” e dovette nascondere la sua “colpa”, più tardi, con l’aiuto e la complicità di un bidello che fortunatamente entrò in quel momento con il registro delle circolari da leggere. Questo episodio di una didattica del tempo che fu è soltanto un esempio delle “perifrastiche” che molte generazioni di studenti hanno dovuto subire.
Spero non subiscano anche oggi, in molte scuole del sistema scolastico italiano, questa pedissegua, monotona, asfissiante pedagogia fatta memorizzazione di regole, vocaboli, traduzioni, vita e opere di autori senza alcuna coerenza, connessione, contestualizzazione.
Nessuno ci diceva come e perchè imparare. Tutti volevano soltanto che si ripetessero le “cose” senza capire o chiedersi il “perchè”. Insomma le famose domande anglosassoni chi-cosa-quando-dove-perchè le avrei imparato soltanto quando avrei cominciato a studiare la lingua inglese.
Mi viene in mente il brano tratto dalle memorie di sir Winston Churchill, "My Early Life" (1930), dove racconta con ironia il suo incontro con il latino alla Harrow School. Lo storico leader inglese narra di essere stato collocato nella classe più bassa, riservata ai ragazzi meno brillanti, e di conseguenza fu dispensato dallo studio del greco per concentrarsi sull’inglese.
Mentre i suoi compagni più dotati studiavano le declinazioni latine e greche, lui trascorse anni a studiare esclusivamente la grammatica inglese sotto la guida del severo Mr. Somervell. Il punto centrale della riflessione churchilliana è paradossale: proprio perché considerato "stupido", fu costretto a imparare l’inglese in modo approfondito e sistematico.
Winston descrive con umorismo come dovette analizzare e rianalizzare la struttura della frase inglese, imparando a riconoscere soggetti, predicati, complementi oggetti. Secondo lui, questa preparazione linguistica "inferiore" si rivelò poi preziosa per la sua carriera di scrittore e oratore.
Il brano è celebre per il suo tono autoironico e per la morale che ne trae. Talvolta i percorsi apparentemente meno prestigiosi possono rivelarsi i più formativi. Churchill suggerisce che la conoscenza profonda della propria lingua madre valga quanto, se non più, dello studio delle lingue classiche. Va ricordato che tra le altre cose, lui fu anche premio Nobel per la letteratura.
Churchill racconta che al suo arrivo a Harrow gli fu dato un libro di latino e dovette presentarsi dal maestro di latino. Gli fu chiesto di iniziare con la prima declinazione: mensa. Il maestro scrisse sulla lavagna: Mensa - una tavola. Churchill guardò a lungo quella parola.
Dopo qualche momento di silenzio, chiese timidamente: "Ma che cos’è “o table?" (riferendosi al vocativo). Il maestro spiegò che “o table” si usa quando ci si rivolge direttamente a una tavola. A quel punto il giovane Winston, con tutta serietà, osservò: "Ma io non parlo mai a una tavola!"
Il maestro, con pazienza, gli spiegò che si trattava di una convenzione grammaticale. Churchill rimase perplesso dall’idea di doversi rivolgere direttamente a un oggetto inanimato come una tavola.
L’episodio illustra perfettamente lo spirito pragmatico e un po' ribelle del giovane che non accettava passivamente le regole senza comprenderne il senso pratico - un tratto che lo caratterizzerà per tutta la vita. Ed anche, in tutta modestia, la mia.
Nessun pragmatismo didattico passava per la testa neanche a quella dei miei docenti del ginnasio T. L. Caro di Sarno, nella antica e classica Valle dei Sarrasti. Perseguivano una didattica meramente strumentale, fatta di “potere” astratto che si manifestava in forma di voto tradotto in numero.
Nessuno ti faceva comprendere il “senso” di quanto ti veniva chiesto di studiare. Quel senso che voleva capire anche il giovane Winston. Bastava che tu ripetessi pedissequamente quanto il docente aveva detto nella sua così detta “lezione”.
Molto spesso questa era un banale, crudo ed incomprensibile elenco di cose da fare. Lettura, traduzione e commento, erano le parole-chiave di questo tipo di insegnamento. Il discorso potrebbe continuare a lungo su questo tono. Ma non è di questo che intendevo parlare in questo post.
Volevo soltanto mettere in evidenza il fatto che per fortuna i tempi cambiano. Il tempo ha con sè la forza e la capacità di cambiare le cose anche contro la volontà degli uomini. Oggi i giovani possono conoscere, apprendere, studiare e perfezionare il loro latino anche impiegando la moderna tecnologia, i così detti “social”.
Facebook può comunicare anche in latino. Basta convertire la lingua. Il link diventa “ligamen”, la posta si chiama “epistulae”, la homepage si chiama “domus”. Tutto così diventa contestualizzato, assume un senso ed una forma di vita che mai nessuna grammatica, nessun insegnante è riuscito a dare.
“Quid cogitas?”, ti chiede subito il sistema e tu sei costretto a pensare cosa rispondere, come commmentare con i tuoi “amici” gli “scriptella”, condividere le “imagines” e i “ligamina”. Il latino della scuola che avevo perso o dimenticato lo ritrovo in rete!
Ho provato a convertire il mio status dall’inglese al latino e ho fatto delle scoperte straordinarie. Tutti quegli incubi dei miei tempi al liceo si sono improvvisamente trasformati in un linguaggio vivo, moderno, significativamente espressivo. Sono riemerse dal subconscio tante parole, frasi e situazioni che pensavo scomparse o dimenticate.
Vorrei avere la possibilità di dire quello che non ebbi mai la possibilità di dire, non solo a quella megera di insegnante di cui vi ho detto, ma anche ai tanti colleghi e colleghe con cui mi sono spesso scontrato, in esami, commissioni, progetti, consigli di classe, di istituto e di distretto, denunciando i loro tremendi limiti, non solo culturali ma anche intellettuali e sociali.
La conoscenza delle lingue classiche è essenziale alla conoscenza delle lingue moderne. Ma nè il latino nè il greco possono essere insegnati come si sezionano e si studiano dei cadaveri. Nella mia esperienza di docente di lingue moderne ho avuto quasi sempre la sfortuna di confrontarmi invece con una didattica che nulla aveva ed ha di comunicativo e di socializzante.
Scoprire, oggi, che con il latino si può imparare anche l’inglese, mi ripaga di tante delusioni del mio passato scolastico. Forse sarebbe più preciso dire che il latino prepara il terreno per imparare meglio l’inglese, piuttosto che insegnarlo direttamente.
Ma questa è una faccenda che riguarda tutte le lingue, a partire dalla lingua madre, com’era il caso con l’inglese di sir Winston Churchill. Il latino è ancora vivo e vegeto come lingua e comunicazione. Non è un caso che la prefazione al libro l’abbia scritta il cardinale Matteo Maria Zuppi, la sua lingua madre è il latino.
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