Il cibo nel periodo delle feste
Con l’Epifania termina il periodo più godereccio dell’anno
Il cibo nel periodo delle feste
Con l’Epifania si chiude il periodo più godereccio dell’anno. Si parte dai primi di dicembre con aperitivi tra amici, anche con la scusa del fatto che ci si vede poco; poi ci sono le varie tipologie di cene, da quella con gli amici più stretti a quella “mitica” aziendale. Fino ad arrivare al “trittico” 24–25–26 (per chi ha la tradizione del Cenone del 24).
Poi arriva una “zona cuscinetto” fino all’accoppiata Veglione-Capodanno alla quale segue un periodo di défaillance fino al 6 gennaio.
Negli intermezzi non si sta, comunque, con le mandibole ferme. Avanzi dei pranzi e delle cene “rituali”, la coda degli aperitivi di auguri mancati all’inizio del mese e da recuperare, ecc…; insomma, ci si tiene in allenamento.

Mi sono sempre chiesto come nasca questa tradizione alimentare, sempre più profana, durante le feste. Posso capire che in tempi passati la festività pagana e poi cristiana, fosse l’occasione per godersi la festa e la vita, pochi giorni all’anno.
Ma anche in questo caso, l’alimentazione dell’uomo non era così strutturata e industrializzata come quella attuale. Quindi ci doveva essere una specie di spiritualità, una tradizione (inventata perché nasce sempre da un “evento zero” creatore), una ritualità con un significato preciso, augurale e soprattutto funzionale del cibo nelle celebrazioni. Una trasformazione del cibo e la trasformazione di noi stessi, la simbologia del dono, l’offerta agli dei/spiriti/ecc., il cibo stagionale anche come misura del tempo.
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