Hell In The Club — “Joker In The Pack” — recensione
Voto: 83/100, Sergio Grossi
Hell In The Club, “Joker In The Pack”, recensione
Voto: 83/100, Sergio Grossi

(Frontiers Music, 2025)
“Nel mazzo della vita, il jolly non è soltanto una carta fortunata: è quel demone che ti schernisce mentre ti frega, e tu, povero bastardo, continui a puntare come se non ci fosse un domani.”
Adoratori del sudore e del volume sparato, rieccoci pronti a parlare di Joker In The Pack, il settimo schiaffone che gli Hell In The Club ci scaraventano sul grugno, diretto come un capitombolo per strada dopo una sbronza di rhum. E sin dal titolo si capisce che i rocker piemontesi non hanno intenzione di fare i bravi ragazzi: questo è un album che ti guarda dritto negli occhi, ti sorride a denti stretti e ti dice “preparati a perdere, ma divertiti come un pazzo mentre ci provi”!
Dopo l’addio di Dave Moras, animale da palco che ha retto il microfono per quindici anni buoni, entra in scena Tezzi Persson, sirena scandinava proveniente da Infinite & Divine e Venus 5, e diventassi cieco se questa non è la mossa giusta! La sua voce è un rasoio affilato avvolto in un velluto, ruvida quel che basta per graffiare l’anima senza farla sanguinare troppo, e si infila perfettamente in questo calderone di hard rock anni ’80 rivisitato con un ghigno malefico.
L’opener “The Devil Won’t Forget Me” ti prende a calci nel didietro fin dal primo riff. Un’esplosione di chitarre che Andrea “Picco” Piccardi e Andrea “Andy” Buratto (il primo uno tsunami di assoli, il secondo un basso che ronza come una vespa incazzata) sparano dritto al tuo stereo, mentre Marco “Mark” Lazzarini picchia le pelli come se volesse squartarle. Tezzi urla quel ritornello mozzafiato come una furia nordica evocata da un patto col demonio. Tocca poi a “New Desire”, un mid-tempo lascivo che puzza di motel di frontiera e promesse spezzate, dove la Persson sussurra peccati che ti fanno venir voglia di accendere una sigaretta anche se non hai mai fumato in vita tua. Ma questi scavezzacollo del Rock & Roll non si fermano qui: “Dirty Love” è un’orgia sonora di sleaze e groove, con un hook che ti si pianta in testa come un chiodo arrugginito, perfetto per urlarlo in un locale affumicato mentre sudi birra e rimpianti. “Robert The Doll” si fa più heavy, con un ritornello che martella come un esorcismo fallito, e Tezzi che lo canta con una ferocia da posseduta che ti fa credere al sovrannaturale. “Magnetars”, un inno da battaglia cosmico, ti carica le batterie con ritmi pulsanti e chitarre che sfrecciano come stelle neutroni ubriache, un pezzo da cantare a squarciagola quando la vita ti pesta i piedi. C’è spazio pure per il cuore tenero, in questo bordello: “The Ocean” vira su territori più melodici, con armonie che ti accarezzano l’anima stanca, e “When The Veil Of Night Falls” chiude con una vena epica, un velo di malinconia che scende piano, dove la voce di Tezzi si fa seta liquida su un letto di chitarre sussurrate… roba da accendere un falò e brindare agli amori finiti male.
Prodotto con sapiente maestria da Simone Mularoni ai Domination Studio, l’intero disco è un cazzotto di undici tracce che non reinventa la ruota, ma la fa girare più veloce, più sporca, più viva.
In fondo, Joker In The Pack è questo: un jolly pescato da un mazzo truccato, che ti promette il gran colpo ma ti lascia con le tasche vuote e un ghigno da idiota. Gli Hell In The Club non cercano la rivoluzione, cercano solo di farti sentire vivo mentre il mondo brucia e, cristo santo, ci riescono alla grande! Ascoltatelo a volume criminale, e ringraziate il diavolo per non essersi dimenticato di voi.
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