Di generazione in generazione
Secondo questo grafico appartengo alla generazione silenziosa. Di tutte queste generazioni mi sembra la più complessa da interpretare e…
Di generazione in generazione

Secondo questo grafico appartengo alla generazione silenziosa. Di tutte queste generazioni mi sembra la più complessa da interpretare e valutare. Ma è anche ovvio. E’ la mia e ci sono ancora dentro.
Una generazione passa, un’altra arriva. Qoèlet lo sapeva già. Ma cosa direbbe oggi, guardando il grafico colorato delle generazioni che si accavallano come onde su una riva che non ricorda nessuna di esse?
C’è un versetto del Qoèlet che non invecchia mai, forse perché non appartiene a nessun’epoca in particolare. «Una generazione passa, un’altra arriva, ma la terra dura in eterno.» (1,4).
Lo scrisse, o lo fece scrivere, qualcuno che aveva già visto abbastanza da non stupirsi più di nulla. Un vecchio saggio, stanco non di vivere ma di sentirsi spiegare che questa volta sarebbe stato diverso.
Guardo il grafico: la Perduta, la Grande, la Silenziosa, i Boomers, la X, i Millennials, la Z, gli Alpha e ci vedo esattamente quella ruota che Qoèlet chiamava hebel: vapore, soffio, vanità.
Non nel senso di inutilità disperata, ma nel senso più preciso: ogni generazione si crede la prima a capire davvero, e la terra continua a girare. Ogni generazione porta qualcosa di genuinamente nuovo sotto il sole.
Qoèlet ci direbbe, con il suo sorriso obliquo, che quella novità era già stata. I Boomers hanno inventato l’adolescenza come categoria culturale: prima non esisteva, o almeno non aveva diritto di cittadinanza.
I Millennials hanno trasformato la precarietà in estetica, la fragilità in vocabolario condiviso, abbattendo il muro del silenzio intorno alla salute mentale.
La Generazione Z ha fatto della fluidità di genere, di identità, di appartenenza non un problema ma una grammatica. C’è qualcosa di commovente in ogni generazione giovane: la certezza, sempre rinnovata, che il mondo possa essere diverso.
È una forma di grazia. Qoèlet la riconoscerebbe, lui che diceva anche «dolce è la luce, e agli occhi piace vedere il sole» (11,7). Non era cinico, Qoèlet. Era lucido. E la lucidità lascia spazio alla meraviglia, non la esclude.
Ma ogni generazione porta anche le sue specifiche cecità. La Perduta e la Grande hanno combattuto guerre totali con un senso di obbedienza all’autorità che oggi fa inorridire.
Non era semplice viltà morale, era l’unico linguaggio che quelle epoche avevano insegnato loro. La Silenziosa ha accettato troppo a lungo troppe ingiustizie, per sopravvivenza diventata abitudine.
I Boomers hanno goduto di un benessere straordinario e, in molti casi, hanno tirato su la scala dopo di sé, lasciando ai figli un pianeta indebitato e un mercato del lavoro in macerie.
I Millennials rischiano di aver estetizzato il dolore fino a renderlo brand. La Gen Z vive in una bolla di eterno presente digitale che Qoèlet chiamerebbe, senza esitazione, la vanità delle vanità.
«C’è un male che ho visto sotto il sole, ed è frequente tra gli uomini: un uomo a cui Dio concede ricchezze, beni e gloria, e non gli concede di goderne.» Qoèlet, 6,1–2.
Potrebbe averlo scritto ieri sera questo verso, guardando un trentenne che accumula follower e non riesce a godersi un pasto senza fotografarlo. Lo rende comprensibile. Ciò che è comprensibile, in ogni generazione, è il tentativo.
Nessuno sceglie il proprio tempo: si nasce dentro una storia già cominciata, si eredita un mondo già compromesso o già parzialmente riparato, si reagisce a forze che non si sono create.
La Generazione X, quella cresciuta nell’ombra della Guerra Fredda e nell’alba del neoliberismo, ha sviluppato un cinismo difensivo che dall’esterno sembrava nichilismo e invece era autopreservazione.
I Millennials, entrati nel mercato del lavoro con un diploma o una laurea in mano e trovato un deserto, hanno imparato a chiamare “passione” ciò che un tempo si chiamava “sfruttamento” , perché era l’unico modo per sopportarlo.
Qoèlet capirebbe tutto questo. «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» (1,9) non è rassegnazione: è compassione. È il riconoscimento che ogni essere umano, in ogni tempo, fa quello che può con quello che ha.
E poi c’è ciò che resta incomprensibile, che è forse la parte più interessante. Come possano, ad esempio, i giovani di oggi vivere in un’ecologia dell’attenzione completamente frammentata e trovare in essa non angoscia ma naturalezza.
Come possano costruire relazioni profonde attraverso schermi, in una dimensione in cui il corpo è assente. Come possano sapere tutto e non sapere niente, essere iperconnessi e profondamente soli, essere smaliziati sul funzionamento dell’algoritmo e insieme completamente in suo potere.
Qoèlet di fronte agli smartphone probabilmente non si stupirebbe della tecnologia, si stupirebbe, come sempre, dell’uomo. Del fatto che ogni nuovo strumento di libertà diventi quasi subito uno strumento di nuova schiavitù.
Aveva già visto l’argento non saziare chi ama l’argento (5,9). Oggi direbbe la stessa cosa dei like. «Il cuore del saggio è nella casa del lutto, il cuore degli stolti nella casa della festa.» Qoèlet, 7,4.
Non è un elogio della tristezza. È un invito a non fuggire dalla realtà nel rumore, qualunque forma prenda quel rumore, fosse il frastuono dei mercati di Gerusalemme o il flusso ininterrotto di un feed.
Cosa direbbe oggi. Se Qoèlet scrivesse oggi e sono convinto che lo farebbe, probabilmente su una piattaforma che non esiste ancora, scriverebbe di generazioni che si credono discontinue e sono invece la stessa onda con nomi diversi.
Scriverebbe della vanità di ogni guerra generazionale, di ogni «voi non capite» lanciato dagli anziani ai giovani e rimandato indietro con gli interessi.
Scriverebbe che il dolore di chi è nato nel 1939 e il dolore di chi è nato nel 2005 sono fatti della stessa materia, anche se si parlano in lingue che sembrano straniere. Ma scriverebbe anche e qui sta il cuore del suo messaggio, spesso frainteso che tutto questo non è ragione di disperazione.
«Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi con cuore lieto il tuo vino» (9,7). Non è edonismo superficiale. È saggezza radicale: la vita è breve, il senso è oscuro, ma il pane c’è e il vino c’è e il sole sorge ancora.
Ogni generazione è vanità. Ogni generazione è necessaria. Ogni generazione passa e lascia qualcosa, anche quando non lo sa, anche quando giura di non aver preso nulla dai padri.
La terra dura in eterno. Noi no. Ed è esattamente per questo che vale la pena scrivere ogni giorno. Il mio filo conduttore è hebel, quel vapore, quel soffio che Qoèlet mette all’inizio e alla fine di tutto.
Cerco di non pensarlo e tradurlo come nichilismo ma come lucidità compassionevole. Un Qoèlet che non dispera delle generazioni, ma non se ne lascia nemmeno ingannare.
La chiave interpretativa che mi è sembrata più onesta: Qoèlet non è il filosofo del “non vale niente”, è il filosofo del “non vale più di quello che è”. E quella misura, né esaltazione né denigrazione.
E’ esattamente lo sguardo giusto per guardare il grafico colorato delle generazioni senza sentirsi né superiori né perduti. L’ultima frase la lascio a chi legge: è un rimando diretto al mio nulla dies sine linea.
메타데이터
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