Aspirazioni
Dopo diverso tempo, ritorno a scrivere un post, ispirato questa volta ad un gioco di parole.
Aspirazioni

Foto di MICHELLE HN da Pixabay
Dopo diverso tempo, ritorno a scrivere un post, ispirato questa volta ad un gioco di parole.
Avete presenti gli aerei supersonici, quelli che, come canta Baglioni, “fanno alzar la testa”? Sono mezzi velocissimi, che riescono a superare la velocità con cui il suono si propaga nell’aria e che nel momento in cui lo fanno producono una sorta di urto che crea il caratteristico suono detto “boom sonico”. Essendo capaci di andare oltre la barriera del suono, producono per ciò stesso qualcosa di inedito, un suono che non c’era e che sorprende.
Volendo giocare con le parole, potremmo utilizzare questo complesso fenomeno fisico come metafora dell’andare oltre la barriera del “sono”. Il “sono” è la coniugazione in prima persona singolare del tempo presente indicativo del verbo “essere”, verbo molto denso di storia e di significati. Filosofi, teologi, psicanalisti e linguisti si sono arrovellati nel cercare di interpretare il verbo essere in tutte le sue implicazioni: il linguista e neuroscienziato Andrea Moro ha scritto un libro intero per raccontare la storia di questo verbo. Dopo aver narrato le vicissitudini del verbo da Aristotele fino a Chomsky passando per Abelardo, Russell, De Saussure e molti altri, alla fine conclude che “il verbo essere è vuoto, come sono vuoti tutti gli elementi che compongono la grammatica”:
Noi non vediamo la luce. Vediamo solo gli effetti che essa ha sugli oggetti. Sappiamo della sua esistenza solo perché viene riflessa da ciò che incontra nel suo cammino, rendendo così visibili gli oggetti, che altrimenti non vedremmo. Così un nulla, illuminato da un altro nulla, diventa qualcosa. Allo stesso modo funzionano le parole: non hanno contenuto in sé, ma se incontrano qualcuno che le ascolta diventano qualcosa. Analizzare il linguaggio è come analizzare la luce, ci si trova nella stessa condizione: impariamo a riconoscere che quello che sta scorrendo sotto i nostri occhi in questo momento ha un senso solo perché il nostro cervello è costruito per comprendere le frasi come istruzioni per produrre senso; non perché il senso risieda nella frasi.
Grazie al modo con cui funziona il suo cervello, l’uomo è strutturato per incontrare le cose e la realtà attraverso un significato, perché le cose e la realtà, in se stesse, non hanno significato se non quello che scegliamo per loro. Gli elementi che compongono la grammatica, incluso il verbo essere, non hanno un senso in sé, ma sono solo degli strumenti che utilizziamo per dare senso alla realtà che incontriamo e per poter comunicare tra noi sulla base di sensi condivisi. Quindi, quando dico che “sono” qualcosa non sto comunicando una realtà oggettiva o essenziale della mia esistenza, ma soltanto il senso che io do al modo in cui mi percepisco. Ovvero, tutto ciò che segue la frase “io sono x…..” è un insieme di parole apprese che danno un orientamento (un senso) al modo con cui ho imparato a stare al mondo. Mi viene in mente Vasco: “Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha”. Ecco, il senso a questa vita lo trovo anche mettendo qualcosa dopo il verbo essere.
Facciamo un passo avanti. Finché il verbo essere mi aiuta a dare un senso e un orientamento, non ci sono problemi. I problemi nascono quando mi dimentico di questa funzione del verbo essere e lo uso invece per definirmi e definire, confondendo il senso per realtà. Allora la frase “io sono x….” diventa un muro con cui mi circondo e che non mi permette di trovare nuovi significati, di cambiare e di evolvermi. La stessa frase si trasforma a volte in “io sono fatto così”, chiudendo ogni speranza al manifestarsi dell’inedito e del sorprendente. Eric Berne, studiando questo fenomeno, diceva che la persona è dentro il suo “copione”, ossia recita una parte già decisa, ripetitiva, programmata.
Torniamo alla metafora iniziale: che cosa significa andare oltre la barriera del “sono”? Significa guardare al di là del muro del verbo essere usato per definirsi e definire e dare voce a elementi di noi che sono oltre ciò che riteniamo di essere. Berne diceva che a volte è possibile accorgersi dello spazio oltre la barriera del “sono”. Lo descriveva come un giardino tenuto segreto in cui la persona coltiva “aspirazioni autonome”, che non riesce ad agire a causa della potenza del copione. Vale la pena leggerlo:
Impastoiata nella rete dell’apparato del suo copione, la persona ha nel frattempo le sue aspirazioni autonome. Di solito gli si presentano nei sogni a occhi aperti, durante le ore di svago o nelle allucinazioni ipnagogiche prima di addormentarsi: le azioni coraggiose (buone) che avrebbe dovuto compiere nella mattina o le situazioni tranquille che spera di vivere più avanti negli anni. Tutti gli uomini e tutte le donne hanno i loro giardini segreti, di cui controllano i cancelli per impedire l’invasione profanatrice della folla volgare. Si tratta delle immagini visualizzate di ciò che farebbero se potessero agire secondo i loro desideri.

Foto di Jaesung An da Pixabay
Oltre la barriera del “sono” le aspirazioni che rivelano i desideri, i sogni ad occhi aperti, le sorprendenti potenzialità che arricchiscono ogni persona, i giardini che aspettano di aprirsi al mondo.
Manca il verbo essere nell’ultima frase, lo so, ma avete compreso ugualmente quello che intendevo, vero? Ecco, a volte ne possiamo fare a meno, per sfrecciare verso i cieli del desiderio. Buon volo.
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