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Esuli #3 Alla ricerca di un “luogo”: manifesto verso i 40 anni di attività

In una società democratica e libera il Teatro è essenziale

Collettivo Acca Teatro · 2019-11-12 10:44 · 0 claps · 4.1 min read
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Esuli #3 Alla ricerca di un “luogo”: manifesto verso i 40 anni di attività

In una società democratica e libera il Teatro è essenziale

Abbiamo da sempre un concetto etico del Teatro. Fatto di verità, cioè non distaccato o peggio indifferente, da quello che gli accade intorno: si porta addosso tutti i dolori umani, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, i disagi dell’anima.

È il solo modo che abbiamo per far sentire la nostra voce!

Non per dare messaggi, soluzioni, o dibattere su argomenti sociali o politici. Il Teatro ha ben altra forza: il suo linguaggio, che è poesia senza filtri o falsificazioni; la capacità di connettere il pensiero creando relazioni che producano nuove visioni del mondo attraverso l’evento teatrale che non rappresenta, ma è: resta negli spettatori e negli attori come pensiero vivente, agìto e non subìto. Questo Teatro ha bisogno di un luogo dove il rispetto delle individualità si faccia politica culturale: che facilita, invece di ostacolare o ignorare; sia fuori dalla rissa del quotidiano, non per isolarsene sterilmente, ma per contribuire a sciogliere quei grumi di violenza e soprusi che di quella rissa sono causa ed effetto; crei eventi teatrali che sollecitino il desiderio di capire insieme, attori e pubblico, e insieme concorrere ad una trasformazione positiva della società.

Non il solito teatro con la consueta programmazione convenzionale quindi, ma un teatro dove il cosiddetto spettacolo non sia strumento che vende pensieri-merce o che tenta di comunicare utilizzando forme e modelli espressivi mutuati dalla tradizione o dalle varie mode.

Questo Teatro altro esiste e si distingue dallo spettacolo commerciale o di profitto privato. È fatto di persone che non hanno l’incubo di fare carriera o avere un facile consenso.

Si definiscono attori e registi quasi sempre senza essere passati dalle tradizionali scuole di formazione o per il tradizionale apprendistato teatrale, e per questo non vengono neppure riconosciuti come professionisti. Ma non sono dilettanti: l’intero giorno è per loro marcato dall’esperienza teatrale, sia attraverso ciò che chiamano training, sia attraverso spettacoli che debbono lottare per trovare un pubblico. Su di loro sono stati scritti libri, tesi di laurea, lunghi articoli di giornale, eppure sono tenuti ai margini o ignorati poiché, secondo i tradizionali metri di valutazione, appaiono irrilevanti. Possono sopravvivere o accettando le leggi della domanda e dell’offerta teatrale in linea con i gusti correnti e assecondando le preferenze di politici e ideologi culturali di turno, oppure, per la forza di un lavoro continuo alla ricerca dell’essenziale a cui restare fedeli, individuando un proprio spazio che costringa gli altri a rispettare la loro diversità. Con scarsissimi mezzi produttivi, mal distribuito, privo di strutture, questo Teatro - il nostro come quello di tante altre realtà che, senza contatto l’una con l’altra, in varie parti del mondo, vedono giovani riunirsi e formare gruppi teatrali che si ostinano a resistere - rifugge l’interesse spettacolare, mondano. L’unico interesse che li muove è l’interesse culturale, comune a quello degli spettatori.

*Chiuso il Carpe Diem, abbiamo sempre ricercato il nostro “spazio teatrale” non nei luoghi, ma nella testa.*

L’inesistenza d’una vera politica culturale che tuttavia costringe per paradosso a sottostare a meccanismi che non esitiamo a definire coercitivi, ci obbliga a voltare pagina. Sarà il nostro ancora un luogo - mentale e fisico - che col proprio agire parli al pubblico attraverso proposte che abbiano in comune il semplice concetto che il Teatro è esperienza sintetica sia del vero che del reale; dove produzione, distribuzione, formazione di attori e pubblico siano un unico organismo; dove l’evento passi dallo spazio-laboratorio in cui sperimentare l’incontro tra attori e spettatori; dove l’arte scenica mantenga sempre la sua dignità e vocazione: la tecnica non sia confusa col tecnicismo omologante; la libertà espressiva non sia arbitrio falsamente originale; un nuovo linguaggio teatrale nasca dal possesso di un sapere antico. Non un teatro che programmi semplicemente spettacoli, ma che favorisca la nascita e la crescita di una diversa mentalità, di un diverso modo produttivo e lavorativo, che crei interrelazioni in grado di dar vita a quel fenomeno, tutto sommato semplice, che è il “rito culturale”. Al centro di questo agire l’attore: umile di fronte alla tecnica, la sperimenta andando oltre la routine e le incrostazioni che impediscono la creatività; porta il suo essere teatro - dopo un lavoro enorme, quello del laboratorio permanente per la formazione che ci ha sempre caratterizzati - in situazioni pubbliche, per confrontarsi, ricevere e ridare stimoli.

Il c(C)ollettivo come strumento non effimero per creare; il laboratorio come modello di formazione e incontro permanente; il confronto con il pubblico, inteso non come soggetto-oggetto indifferenziato, ma come spettatori consapevoli e critici; la concezione degli spazi teatrali come luoghi dell’incontro e della relazione.

Da questa stagione, che non a caso abbiamo chiamato ESULI, il nostro Teatro vuole sfuggire i luoghi tradizionali della rappresentazione! Niente più diritti da elargire a chiunque, botteghini, IVA, locazione di spazi pubblici collettivi messi a disposizione come fosse un favore… Solo il Teatro di e per tutti. Un Teatro che definiremmo, in un momento di enfasi esagerata, “Sociale e Popolare” che sia strumento a “servizio della persona e della città” che nasce dalla forte critica a quello che di mistificante ruota intorno al Teatro anche quando è utilizzato come strumento “sociale” (scuola, arteterapia…): uno “spettacolificio” sottomesso alle regole del mercato, con spettacoli sempre uguali a se stessi che si perpetuano stancamente da decenni. Un Teatro che ha del tutto perso i suoi obiettivi primari: creare una comunità di uomini e donne che s’incontrano, condividono una passione, si scambiano opinioni, contribuendo, attraverso le storie che da questo scambio prendono corpo, alla creazione di una coscienza critica collettiva.

Sarà perciò un Teatro ancora di più aperto liberamente e gratuitamente a tutti; indipendente e senza censure; che vorrà riunire in spazi sempre più piccoli: ogni altra realtà artistica che avverta la stessa esigenza; ogni individuo, ognuno con la propria esperienza e la necessità di condividerla.

*Fonti ideali alle quali questo “manifesto verso i 40 anni” si ispirata: *Pasolini, Artaud, Barba, De Bernardinis… e la nostra storia


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