Sull’autonomia differenziata
Ravenna, 4/09/2023 dall’intervento fatto durante l’iniziativa pubblica “Autonomia differenziata, una riforma sbagliata” organizzata da…
Sull’autonomia differenziata
Ravenna, 4/09/2023

dall’intervento durante l’iniziativa pubblica “Autonomia differenziata, una riforma sbagliata” organizzata da Cgil, Libera, la Rete dei Numeri Pari, Comitato in difesa della Costituzione e Salviamo la Costituzione.
Alcune tematiche, come quella dell’autonomia differenziata a volte mi lasciano un po’ spaesata. Questa sensazione è spesso condivisa dai miei coetanei, non perché siamo ignoranti in quanto giovani, ma perché spesso abbiamo delle lacune di storia politica, perché mentre questa accadeva noi eravamo troppo piccoli per capire e contemporaneamente troppo grandi per arrivare a studiarla tra i banchi di scuola.
L’approccio usato per approfondire un tema così complesso come quello dell’autonomia differenziata è stato quello di storicizzare il processo: ho pensato di fare un “salto indietro” per capire quanto è accaduto prima di questa riforma. Durante questo intervento vi racconto come ho approfondito questo argomento così complesso attraverso le tappe che come ragazza, giovane e di origini afro discendenti ritengo cruciali per comprendere il contesto attuale … e sono convinta che capirete chiaramente perché questa proposta di autonomia differenziata può solo danneggiare il nostro paese e nello specifico anche noi giovani.
Come accennavamo poco fa era necessario capire quanto accaduto prima, ed ho individuato nel 2001 un primo momento chiave da approfondire. Per intenderci il 2001 è l’anno del nuovo millennio, l’anno in cui viene lanciata wikipedia, anche l’anno in cui tutti noi ci ricordiamo dell’attentato alle torri gemelle. Il 2001 però è anche l’anno in cui dal punto di vista politico il nostro paese ha vissuto cambiamenti significativi. Si stava uscendo dalla crisi della prima Repubblica, il sentimento comune era quello di rendere lo stato più trasparente, meno burocratizzato e meno accentratore, così da favorirne una configurazione più moderna e incoraggiare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Ricordo i tentativi del 97 con la legge Bassanini per la trasparenza e successivamente la legge costituzionale n 1 del 99 che introduce l’elezione diretta del Presidente della Giunta Regionale e possiamo dire che questo è stato il primo segnale federalista nella storia della nostra Repubblica. Questi tentativi sfociano nella Riforma Costituzionale approvata a fine legislatura dal Parlamento il 7 marzo 2001 e confermata successivamente dal referendum del 18 ottobre, necessario perché non era stata raggiunta la maggioranza qualificata precedentemente in Parlamento.
Il cambiamento che mi appare più significativo apportato da questa riforma è il conferimento del potere legislativo alle regioni, che fino ad allora era stata competenza esclusiva dello Stato. Quindi se prima della riforma la potestà legislativa «è esercitata dallo Stato e dalle Regioni» ora invece «spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento a ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato».
Se la riforma del 2001 è stata pensata in primo luogo in un’ottica solidaristica e cooperativa, il disegno di legge che ne è conseguito segue piuttosto la linea di un federalismo competitivo e liberale.
Viene quindi naturale chiedersi cosa sia successo tra marzo e ottobre: E’ cambiato il governo e la maggioranza è passata dal centro sinitra alla Casa della Libertà di Berlusconi. Il Ministro alle riforme diventa Bossi e viene così abbandonato il progetto della Camera delle Regioni, istituzione che avrebbe dovuto impostare, su base negoziale, i rapporti delle regioni tra di loro e lo stato e viene rimandata la realizzazione dei LEP, livelli essenziali di prestazione. Questa digressione ci permette di capire i passaggi che ci hanno portato alla situazione odierna, in particolare per approfondire il tema delle materie concorrenti e per farlo utilizzo l’esempio del Professor Flick, già presidente della Corte Costituzionale nel 2008. Prendiamo in esame il caso dell’ambiente, del territorio e del paesaggio. Parliamo di 3 concetti che si legano in un’unica realtà: ambiente, ovvero la risultanza del rapporto tra uomo e ciò che lo circonda, ovviamente questo aspetto si riflette sugli interventi nel territorio, il terreno può essere coltivato, edificato e così via, e questo, infine, condiziona inevitabilmente il paesaggio. Pensiamo se a fianco al mausoleo di teodorico sorgessero enormi grattacieli… sarebbe un po’ strano. Questa distinzione diventa un cavillo per rivendicare potere da parte dei vari livelli di enti locali. Le competenze, in questo caso, sono infatti così distribuite: il controllo dell’ambiente spetta allo stato, il controllo del territorio ai comuni e quello del paesaggio congiuntamente allo stato ed alle regioni. In questa situazione il tema delle materie concorrenti emerge con chiarezza: chi dovrebbe decidere?
Capiamo quindi che da un impulso di semplificazione e trasparenza il risultato purtroppo è stato quello di maggiore burocrazia e ingolfamento della Corte Costituzionale, che si è trovata a dover risolvere infinite controversie nate da riforme poco chiare.
In questo contesto si inserisce la riforma proposta dal Ministro Calderoli che, dopo diversi tentativi lanciati dalle destre del Veneto e Lombardia attraverso referendum autonomisti indetti nell’immediato passato, oggi torna ad enfatizzare un tipo di federalismo assolutamente competitivo e privo di principi solidaristici. [Noi siamo la CGIL, un sindacato Confederale e comprendiamo nel lavoro di tutti i giorni quanto è importante l’aspetto solidaristico e di collaborazione all’interno della nostra organizzazione: sia in termini di scambio di conoscenze che in termini più concreti. Mi viene da pensare alla categoria in cui lavoro, NIDIL, per chi non lo sapesse è la categoria che segue i lavoratori somministrati, ex interinali, se non avessi il supporto delle altre categorie, il nostro lavoro avrebbe poca efficacia, dall’altro lato senza sinergia, l’Organizzazione rischia di non trasmettere adeguatamente il proprio ruolo tra gli iscritti più precari.] Il disegno proposto aumenta le competenze di esclusiva natura regionale rischiando di enfatizzare le disuguaglianze che già sono ampiamente presenti nel nostro paese, soprattutto tra nord e sud. Cristallizzando una realtà già pienamente classista. Questo incoraggia fortemente le migrazioni interne. Se nell’immediato dopoguerra in un Paese stremato, la migrazione dal Sud ha rappresentato un fenomeno emergenziale, oggi il permanere di condizioni che spingono a partire, soprattutto per curarsi, rappresenta una condizione di disuguaglianza inaccettabile. Inaccettabile essere costretti a partire per ricevere cure, così come inaccettabile è rimanere, ma costretti a rivolgersi al privato e quindi a pagare per un diritto che dovrebbe essere garantito. Gli argomenti su cui le regioni potrebbero chiedere più autonomia sono: rapporti internazionali, tutela e sicurezza del lavoro; salute e sanità; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; comunicazione; produzione, trasporti, molte altre tematiche, ma mi soffermo sull’ ISTRUZIONE.
Non è un caso se Luca Bianchi, direttore del centro di ricerca sul divario regionale Svimez, ha definito il disegno di legge “un vero processo separatista” con addirittura programmi scolastici differenti a livello regionale. Già ora esiste una differenziazione ingiusta nelle risorse educative pubbliche offerte sul territorio nazionale, con questa proposta si andrebbe ad ingrandirle.
Immaginiamo di partecipare ad una gara ciclistica dove vengono posizionati in pole position i ciclisti più forti, mentre in fondo quelli meno veloci. Prima della partenza, però, gli organizzatori della competizione decidono che i corridori che negli ultimi anni hanno dimostrato di essere più veloci devono partecipare con una bicicletta elettrica con pedalata assistita. E’ quasi scontato che i primi continueranno ad essere i primi, mentre gli ultimi continueranno a perdere, ma non solo, perché alla competizione del prossimo anno i più veloci, in quanto più veloci non correranno con la bici elettrica, ma uno scooter, mentre i più lenti saranno costretti ad andare a piedi, perché, in base ai risultati dell’anno precedente, non abbastanza meritevoli di correre con una bici.
L’autonomia differenziata funziona proprio così.
L’esempio appena fatto ci spiega che lo stato interverrebbe sulla base della spesa storica, ovvero quello che le regioni già spendono. Un esempio è quello della scuola: regioni che per ragioni infrastrutturali spendono meno (meno docenti,meno scuole, minor richiesta) continueranno a ricevere di meno, con il risultato che non avranno le risorse per ampliare questi servizi e appianare le disuguaglianze.
Ma non solo, per quanto riguarda l’ assistenza: al nord sono 88 su 10mila le persone che usufruiscono dei servizi di assistenza domiciliare, contro le 18, sempre su 10mila nel sud. Oppure nei trasporti: In Lombardia le corse dei treni giornaliere sono 2150, contro le 494 della Sicilia, per intenderci: in provincia di Bolzano ci sono più corse giornaliere che in tutta la Sardegna.
In Sardegna, appunto, non ci sono autostrade.
Tornando all’istruzione, ambito a noi particolarmente caro: l’indice di dispersione scolastica in Emilia Romagna è pari al 9%, mentre in Calabria raggiunge il 17%. Come è possibile approvare una riforma che si basa sull’autonomia e la differenziazione e pensare che possa migliorare la situazione attuale? Non ci sono già abbastanza differenze?
Tutte problematiche sono enfatizzate nel contesto giovanile. Pensiamo a quanti studenti fuori sede ci sono anche solo nel nostro territorio: immaginiamo che con l’autonomia differenziata in vigore gli studenti abbiano tutti preparazioni diverse su argomenti diversi su base regionale, potrebbe succedere che per alcuni risulterà più facile entrare all’università rispetto ad altri. Creando di fatto studenti di serie A e studenti di serie B.
In questo modo il diritto allo studio non si concretizza più come un diritto universale, ma un diritto riservato a chi, per casualità, nasce in una regione piuttosto che in un’altra. [Come coordinamento giovani siamo vicini a tutti e tutte le studentesse e siamo pronti ad intervenire entrando nelle scuole in sinergia con FLC per promuovere un diritto allo studio che sia vero, giusto ed universale.]
Per concludere: non possiamo pensare che l’autonomia differenziata sia una semplice riorganizzazione delle funzioni delle regioni. Questo disegno di legge vuole far sì che chi corre, correrà sempre più forte, chi arranca rischierà di fermarsi completamente. Non abbiamo bisogno di un’autonomia differenziata, ma, come recita il motto dell’Unione Europea, dobbiamo di sentirci uniti nelle diversità.
메타데이터
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