John Wall ci spiega l’espressionismo astratto
John Wall ci spiega l’espressionismo astratto
Articolo a cura di Luca Cicchelli
Checché se ne voglia dire, negli ultimi decenni lo spazio occupato dalla NBA nel panorama mediatico mondiale è aumentato considerevolmente. L’innegabile fascino di questo evento sportivo americano, oltre alla curiosità generale che ha condotto ormai gran parte del globo terracqueo ad appassionarsi delle vicissitudini e delle battaglie intraprese dalle 30 squadre della lega — a colpi di pick’n roll, triple da metà campo, schiacciate noncuranti delle leggi gravitazionali ed alley-oop — ricordano vagamente quell’inedito clima novecentesco di effervescenza culturale e potabilità intellettuale circa il mondo artistico in epoca post-bellica.
Chi, se non i ballers potrebbero mai essere i portavoce di questa nuova tendenza, resa comunque tale dall’appeal di certe giocate individuali a dir poco entusiasmanti?
A tal proposito, dopo aver trascorso lunghe notti insonni all’insegna di pubblicità imbarazzanti, slam cam e overtime, ho ravvisato alcuni punti in comune tra il modo di giocare di una delle PG più rilevanti della lega — John Wall, playmaker, vera anima dei Washington Wizards — e dei tratti tipici della corrente dell’Espressionismo Astratto. Nel basket praticato dal numero due uscito da Kentucky, infatti, c’è la prova che se non fosse stato un talento sportivo più unico che raro, avrebbe avuto le potenzialità per diventare un discreto artista.
Express’n abstract
Come ben sapranno gli afecionados d’arte contemporanea, l’Espressionismo Astratto è una corrente particolarmente in voga negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Mediante la sua forza dirompente, coniugando l’intensità emotiva dell’espressionismo tedesco con l’astrazione, il movimento ha creato un nuovo linguaggio visivo, realizzando dei quadri immensi, astratti eppure in grado di comunicare immediatamente emozioni intense e un senso di libertà.
Ecco : esattamente questo è ciò che proviamo molto spesso io e probabilmente molti altri individui al Verizon Center di Washington quando il pallone finisce nelle mani di Wall. La sua imprevedibilità, l’agilità con la quale danza freneticamente sul parquet e taglia in area — con o senza palla — portano proprio all’individuazione di autentici campi cromatici di intensità di gioco ed estasi sportiva che devono essere contemplati per essere compresi (Rothko, no?). I movimenti repentini dettati dai suoi crossover, la rabbia con cui attacca il canestro e la cattiveria agonistica messe in campo dal ragazzo di Raleigh somigliano parecchio al modo di intendere la pittura di Jackson Pollock (action painting nemmeno?). Non pare troppo difficile cogliere l’astrazione nel basketball del giovanotto con la jersey numero due, annunciatasi a più riprese in passaggi schiacciati, sottogamba o no-look pass smarcanti per i famelici compagni di squadra pronti a trasformare in oro — quasi sempre — i succulenti cioccolatini da lui stesso confezionati.
Marcin Gortat finalizza l’azione magistralmente iniziata da Wall con il confezionamento di uno dei suoi tanti cioccolatini. Questo between-the-legs la dice lunga sull’estro del playmaker Wizard.
Aggiungeteci un’infanzia a dir poco travagliata e un caratterino esuberante quanto basta (chiedere conferma a Marcus Smart e al compagno di back court Bradley Beal) e avrete il profilo di un giocatore di ventisei anni, quasi all’apice della sua carriera, il cui habitus cestistico per molti versi sembra sposare l’emotività, l’espressività e l’astrattismo spontaneo degli artisti appena citati. Resta da vedere come.
Wall in un tipico ripiegamento difensivo + stoppata su contropiede. Paul George la vittima.
Four darks in red
“A painting is not a picture of an experience, but is the experience.” (M.Rothko)
“Basketball is my escape.”(J.Wall)
La simmetria del rettangolo, l’espressività del colore in Rothko rimandano ad una dimensione che mette in contatto l’osservatore con un realtà profonda e trascendente.
È quello che devono aver pensato i tifosi Wizards quando nel 2010 la franchigia capitolina con la prima scelta assoluta al Draft scelse un ragazzo, che aveva incantato a Kentucky facendo registrare 16,6 punti, 6,5 assist, 4,3 rimbalzi, 1,8 recuperi di media durante la stagione conclusasi da poco. Wall, come da previsione, ci mise pochissimo a prendere il controllo della situazione giocando con una naturalezza e una leadership innata, dando subito l’impressione di essere uno dei veterani della squadra.
Proprio l’esperienza è un termine altresì fondamentale per comprendere l’arte di Mark Rothko, pittore russo naturalizzato statunitense, uno tra i più celebri esponenti dell’espressionismo astratto. L’esperienza nel suo caso va vista come “un evento drammatico” che mette in scena l’autentico dramma della vita che è il motore visivo delle sue opere. Gli spettatori (siano essi veri e propri geek o paganti al palazzetto), insomma, compiono un viaggio ipnotico, esperienza sia mentale sia spirituale all’interno dell’opera, grazie alla fusione del colore con la geometria dell’immagine. Non si tratta però di un viaggio allucinatorio o di un’esperienza sensoriale, perché i quadri di Rothko sono dei capolavori del dramma. Sono una rappresentazione della tragedia esistenziale del loro autore.
E Wall, in tutto questo?
John Wall incarna inconsapevolmente il sentimento delle opere “rothkiane”. Mette in campo il suo autentico dramma esistenziale e tutta la sensibilità necessaria a trasformare in arte un gomitolo di gesti atletici, nel modo più naturale possibile. Le sue prestazioni a volte discostanti e appannate da un’apparente svogliatezza, vengono tuttavia immancabilmente arricchite da giocate che singolarmente varrebbero il prezzo del biglietto.
John Wall durante l’All-Star Game del 2012 si esibisce in una normalissima e noiosa pigiata incolore.
I campi cromatici di Rothko dipinti su delle tele enormi, potrebbero ricordare la vacuità e l’astrattezza del gioco di Wall, altalenante a seconda delle fasi gioco, durante le quali abbina quarti giocati divinamente — in cui sembra proprio aver trovato una sintesi, portando a conclusione le manovre di squadra con delle giocate mozzafiato — a minuti di follia (come il miglior Sisifo che si rispetti) buttando tutto all’aria, dimostrandosi giocatore troppo nervoso e dipendente dal suo stato d’animo. Il 3xAll-Star è un giocatore di carisma che è fatto di momenti di lucidità inauditi, a cui spesso accompagna prestazioni opache e confuse, quasi inconsistenti. Proprio come l’arte di Rothko, il suo gioco è figlio di un processo di costruzione dell’evento drammatico partendo dal colore.
Basti vedere la sua ultima prestazione non proprio spettacolare che ha contribuito alla sconfitta dei Wizards al TD Garden di Boston. Una partita nervosa la sua, a scatti, che lo ha portato a finire il match con un orribile 4/21 dal campo, 0–5 da tre punti (cosa non troppo consueta per lui, soprattutto nelle ultime stagioni), 9 punti a referto (conditi almeno da dieci assist) ma che soprattutto lo ha visto partecipe di un buffo alterco con il “predator” bostoniano, Jae Crowder. La sua reazione aggressiva alla banfella dell’avversario è sintomatica della poca tranquillità del ragazzo e dell’equilibrio latitante nei momenti cruciali della stagione. L’incarnazione della drammaticità incorporata dall’esperienza si diceva, appunto.
John risulterà essere croce e delizia della lega di pallacanestro più famosa al mondo finché non riuscirà ad estendere la sua esperienza in termini di “estasi cestistica” anche al resto dei compagni. Ma questa, paradossalmente, è anche la sua forza e Washington negli anni lo sta (forse) capendo.
Autumn Rhythm
“Painting is self-discovery. Every good artist paints what he is.” (J.Pollock)
“I feel like I have to step on the court every night and be dominant.” (J.Wall)
Il celebre “Ritmo d’autunno” del 1950 dove l’attenzione dell’artista si focalizza sulla violenza del segno che ridefinisce lo spazio sulla tela, conferendo a questi tratti una forza sorprendente, un’intenzionalità espressiva incalzante e immediata.
Ed è proprio sul parquet che John scopre effettivamente, partita dopo partita, cosa è in grado di fare o meno. Wall è un giocatore volitivo, istintivo, estremamente sensibile. La parte gestuale del suo carattere emerge dal suo modus operandi; oltre ad avere una visione di gioco che farebbe gola a molti playmakers, egli abbina atletismo e forza (soprattutto nei passaggi) ad una leggiadria inconsueta e inaspettata per uno degli schiacciatori più incalliti degli ultimi anni. Gli assist rotanti in penetrazione sono diventati un marchio di fabbrica e la massima espressione di quello che mi verrebbe da rinominare action balling.
Il neologismo è chiaramente una traslazione cestistica della definizione attribuita al modo di riempire le tele di colore utilizzato per la prima volta da Jackson Pollock.
Come una rapida sgocciolata di colore, fresca sulla tela, Wall irrompe nel cuore della difesa Cavs.
La branca dell’espressionismo astratto più gestuale e meno contemplativa si confà di un’arte data dall’atto stesso del dipingere. È definito action painting, poiché sottolinea l’urgenza dell’azione per l’artista. Ergo il pragmatismo, componente delle più classiche azioni offensive della point-guard di Washington, spesso portate all’esasperazione (come conferma il numero di possessi che passa per le sue mani nella stagione in corso).
Un artista come Pollock non esiste perché raffigura qualcosa, ma perché sceglie di agire. Qui il concetto di “azione” è da intendere come assunzione del rischio di dipingere il quadro senza un progetto, lasciando che il quadro nasca e si riveli al momento.
L’action balling di Wall è proprio questo, un basket in continuo divenire che si sforza di creare possibilità pur non avendo un’idea definita di gioco (Washington e la coralità delle azioni offensive di San Antonio, da questo punto di vista, sono lontani anni luce).
“Azione” per Pollock significa auto-conferma dell’esistenza dell’artista. Per John Wall significa scendere in campo, mantenere alte le aspettative e trascinarsi sulle spalle il peso di una delle franchigie più allo sbaraglio in questo momento storico dell’NBA.
L’azione artistica si manifesta attraverso pennellate e sciabolate piene di energia, sgocciolature (dripping) e spruzzi di colore, che possono suggerire un’idea di lotta o di danza.
A Orlando qualcuno quella sera è tornato con delle caviglie in meno. L’istintività e la non progettualità delle azioni 1vs1 di JW qui alla loro massima potenza.
I possessi di Wall a loro volta rispecchiano quest’indole quasi casuale e impulsiva dettata dal talento di un giocatore capace anche di rallentare un contropiede, sfidare il suo marcatore ed eluderlo con un no-look pass impensabile; o aggiungendo al tabellino un assist schiacciato smarcante con tanto di piroetta (a Brooklyn lo ricordano bene). Per non parlare dei circus shots autentica specialità della casa : forze centripete e centrifughe in azione, con l’unico scopo di far terminare i palloni nel cesto.
Tutti gli amanti del basket conoscono perfettamente le attitudini prettamente offensive del gioco di Matt Barnes. C’è da sottolineare come il circus shot di Wall fosse troppo bello per essere intralciato.
Sia per gli espressionisti astratti che per John Wall è chiaro come al centro del lavoro ci sia l’individualità dell’artista, che non deve per forza finire in un egoismo frustrante e in un solipsismo inconcludente. Il luogo di esistenza sia di questa particolare forma artistica che del basket del prodotto Kentucky è la tela — il campo — spazio libero da convenzioni, in cui in entrambi i casi si concentrano emozioni ed energia vitale.
Probabilmente sono dei paragoni un po’ azzardati, probabilmente vedere tutto questo dietro ad un semplice gioco 5 vs. 5 è un’esagerazione, ma l’emozione che spesso si prova davanti a una tela o ad un buzzer-beater sono di pari intensità.
Wall lo sa benissimo e proprio per questo dovremmo mettercela via tutti quanti.
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