Fernanda Pivano: la donna che ci ha portato l’America
Fernanda Pivano: la donna che ci ha portato l’America

Per i ragazzi del liceo, ogni giorno di scuola è un po’ come un altro. Per i ragazzi del liceo, i giorni di supplenza, sono giorni come tanti altri. A meno che il supplente di letteratura non sia Cesare Pavese. È così che Fernanda Pivano lo incontra, mentre è seduta tra i banchi di scuola – che condivide con l’amico Primo Levi – ed è da questo incontro tanto casuale quanto singolare che comincerà l’avventura della giovane traduttrice genovese. Sarà proprio Pavese a farla innamorare della letteratura angloamericana, regalandole quattro libri: “Addio alle Armi” di Hemingway, “Foglie d’erba” di Walt Whitman, l’autobiografia di Sherwood Anderson e l’Antologia di Spoon River, che sarà il primo lavoro di traduzione di cui si occuperà.
Iniziata quasi per gioco, la traduzione dell’antologia scritta da Edgar Lee Masters, sarà pubblicata da Einaudi grazie a Pavese nel 1943, e segnerà solo l’inizio del lungo impegno della Pivano come traduttrice, che le ha permesso di compiere quella mastodontica impresa che è stata far conoscere all’Italia la cultura americana, nel periodo del fascismo, e che le costerà persino un arresto da parte delle SS. Mentre nel vecchio continente avanzava, inarrestabile, la catastrofe del fascismo e della seconda guerra mondiale, oltreoceano, il 6 Gennaio 1941, un intrepido Roosevelt parlava senza paura, ribadendo le quattro libertà fondamentali delle quali ogni cittadino dovrebbe godere: libertà di espressione, libertà religiosa, diritto ad un livello di vita sufficiente e libertà dalla paura.
Tra gli ascoltatori di quel memorabile discorso, divenuto noto come “Il discorso delle quattro libertà” c’è anche Fernanda Pivano, che lo sente di nascosto, assieme a Cesare Pavese ed Elio Vittorini. Tutti e tre, una volta spenta la radio, piangeranno. La Pivano dirà che è in quel momento che è diventata americana, e che ha deciso di portare un pezzo di America nel nostro Paese.
Instancabile e volitiva, Fernanda, chiamata affettuosamente Nanda dai suoi amici scrittori, diviene la traduttrice ufficiale di Hemingway – con il quale inizierà una lunga e sincera amicizia, diventando la voce italiana di quella “nuova America” , vibrante e affascinante, ma anche spietata e cruda, cantata dalla nuova generazione di scrittori che nasce alla fine della seconda guerra mondiale. Negli anni Sessanta traduce, promuove e diffonde la cultura Beat, parla di Bob Dylan e ne introduce la figura in Italia, diventa un mito per un’intera generazione alla quale vuole instillare l’amore per la letteratura e la poesia, che possono offrire ai giovani “vie alternative per affrontare la vita”.
È proprio grazie a quei libri nei quali si è rispecchiata da ragazza che ha trovato la volontà di iniziare il suo lavoro di traduttrice, naturale conseguenza della necessità di poter far leggere a tutti ciò che solo lei aveva la fortuna di capire.
A tradurre si impara a scrivere, perché si tratta di penetrare nell’interiorità dello scrittore, di capirne le ragioni. A tradurre si impara a vivere e ad amarla la vita, proprio come ha fatto la Pivano, portavoce dell’amore per la letteratura e per i libri dell’America della controcultura degli anni Sessanta, sostenitrice di una letteratura libera dal rigido accademismo e appassionata di una cultura attenta alla rivoluzione individuale. Fernanda Pivano ha attraversato un secolo, raccontandone i cambiamenti, ha aperto il nostro sguardo alla realtà d’oltreoceano. Mentre l’Italia usciva dal periglioso porto del fascismo e navigava incerta alla ricerca di acque più sicure, la Pivano è divenuta la vedetta che ha urlato “Terra! Terra!” e quella terra, era l’America.
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