L’empatia al tempo del Coronavirus
Una ragazza ha come compito quello di scrivere un tema su cosa sia, secondo lei, l’empatia in un periodo delicato come quello del Covid-19
L’empatia al tempo del Coronavirus

Mi sedetti alla scrivania, presi il raccoglitore e da una cartelletta trasparente, tirai fuori un foglio protocollo. Recuperai l’astuccio e tre penne.
«Forza!» mi incoraggiai schiaffeggiandomi il volto.
Feci scorrere la biro rossa sul foglio scrivendo il titolo del mio tema: “L’empatia al tempo del Coronavirus”.
«Mmm…» fissai il foglio senza ispirazione. «Forse prima dovrei fare un paio di ricerche.»
Aprii una nuova pagina di Google, scrissi “empatia” sulla barra di ricerca e premetti invio.
«Ok, penso di avere qualcosa con cui lavorare», esclamai dopo un’ora.
Afferrai la penna nera e iniziai a scrivere.
L’empatia al tempo del Coronavirus
Cos’è l’empatia? Il dizionario indica essere la capacità di immedesimarsi in un’altra persona, di calarsi nei suoi pensieri e stati d’animo.
L’empatia secondo il mio punto di vista è aiutare qualcuno perché si capisce cosa sta passando, perché lo si è vissuto sulla propria pelle o perché lo si può soltanto immaginare, standogli vicino, offrendogli una spalla su cui piangere e una mano con cui rialzarsi, stare in silenzio per ascoltarlo o parlare per aiutarlo, gesti dall’aspetto semplice che nascondono in loro una grande forza, per questo sono così grandi agli occhi di chi li riceve.
Carl Gustav Jung disse: conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi delle paure degli altri.
In un discorso, ai neolaureati della Syracuse University del 2013, George Saunders sostenne che l’empatia e la gentilezza, all’essere umano, risultano difficili da provare e mostrare in quanto tutti nasciamo con una serie di malintesi darwiniani:
1) Noi siamo al centro dell’universo: riteniamo la nostra storia personale più importante di quella degli altri.
2) Noi siamo qualcosa di diverso e distinto dall’universo: siamo al centro di tutto, il resto ci gira attorno.
3) Noi siamo eterni: la morte è per tutti tranne che per noi stessi.
Inoltre riteniamo le nostre esigenze prioritarie rispetto a quelle altrui.
Saunders, oltre ciò, ritiene che diventare gentili sia possibile e naturale con l’età, mano a mano che invecchiamo impariamo quanto sia inutile essere egoisti. Asserisce poi, che la vita ci prende in giro appena troviamo la nostra centralità, ma la gente accorrerà in nostro aiuto e prenderà le nostre difese, sarà allora che capiremo che non siamo soli, né vogliamo esserlo.
Ritengo che Saunders abbia ragione, ognuno di noi ha almeno un punto che ha o ancora segue, anche se pensiamo sia orribile, volontariamente o meno, gli aderiamo ed è forse questo che ci rende quello che siamo. In questi giorni a causa dei problemi provocati dal Coronavirus, gran parte della popolazione terrestre si trova a dover cambiare abitudini. Se prima eravamo soliti spendere i nostri giorni in compagnia, adesso siamo forzati a stare chiusi in casa, nella speranza di rallentare così il virus, riscoprendo empatia per il resto del mondo. Un esempio sono i numerosi flash mobs realizzati sui balconi delle case, allo scopo di incoraggiare chi ha paura. Sfortunatamente però qualcuno non ha compreso la gravità della situazione, disobbedendo alle limitazioni imposte dallo Stato, continuando a uscire e fare massa. Posso capire il bisogno d’aria, ma questo non giustifica la mancanza di rispetto e il mettere a rischio non solo loro stessi. A nessuno piace questa situazione, obbligati a restare a casa, non più liberi di scegliere, forse inizia a pesare a tutti, ma non motiva l’irresponsabilità di alcune persone.
Come disse una volta un Anonimo: Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
Prima di questa pandemia ammetto di non essere mai stata una che uscisse tanto (quasi per nulla) e forse è anche per questo che la quarantena non mi crea grandi problemi. Non concepisco perché certi non biasimino se stessi per le loro azioni. Durante i telegiornali passano decine di informazioni, comunicando i numeri dei contagiati e delle vittime, mostrando medici stanchi, a causa delle ore extra svolte per salvarci, con i volti solcati dalle mascherine. Molti sono gli “angeli”, soprannome dato ai sanitari, caduti in battaglia. Io le persone non le ho mai capite e mai le capirò, ma quando c’è qualcuno che lotta per proteggere e salvare la mia vita, credo di comprendere il concetto di empatia e inoltre cosa voglia dire essere “Angeli”.
Posai la biro soddisfatta del mio lavoro, quando a un tratto il telefono iniziò a vibrare.
«Ah, mi sono dimenticata di togliere il silenzioso», ricordai.
Mi alzai e mi avvicinai al letto recuperando il cellulare.
«Greta?» mi preoccupai sentendola piangere. «Cos’è successo?»
«U-un di-disastro», singhiozzò.
«Ehi, calmati e spiegami tutto.»
메타데이터
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