Di acciaio, di cuore e di uomini. Il primo romanzo di Francesco Berlingeri
Come Bruno Martino, anche Lui, il protagonista che attraversa Tempra d’acciaio il cuore dei miei uomini di Francesco Berlingeri…
Di acciaio, di cuore e di uomini. Il primo romanzo di Francesco Berlingeri
Come Bruno Martino, anche Lui, il protagonista che attraversa Tempra d’acciaio il cuore dei miei uomini di Francesco Berlingeri (DeriveApprodi, 2026, 448 pagine, 22 euro; copertina e illustrazioni di Angelica Ferrara), odia l’estate. Lui attraversa una storia lunga tre mesi e larga cinquant’anni. Il primo romanzo di Berlingeri è di quelli ai quali non vedi l’ora di tornare, infastidito da ogni telefonata, da ogni impegno, da ogni distrazione di lavoro. È un romanzo popolato: una folla di amici, amori, ultras, militanti, madri, padri, fantasmi, città, canzoni, libri. Alla fine, avrebbe meritato un elenco dei personaggi in ordine di apparizione, come nell’Enrico V di William Shakespeare. Solo che in questo libro ce ne sono perfino di più, se si escludono le migliaia di soldati senza nome che Shakespeare manda in scena nel suo dramma storico.
Nonostante la terza persona, il lettore vive continuamente dentro la coscienza di Lui che si osserva vivere, si interroga, si giudica. Solo in pochi paragrafi, non tutti quelli dedicati a quella che Berlingeri chiama “La vita prima”, compare il “noi”. Come se gli amici, la curva, le battaglie, la giovinezza non appartenessero mai a un individuo soltanto.
Berlingeri scrive con un lessico ricercato, dialoghi magnetici e personaggi memorabili. La “punteggiatura” del romanzo è affidata a un caleidoscopio di citazioni. Molte “pop”, perché mica c’è solo Shakespeare… William Blake e Mietta (quella di “E allora tara tara tara tatta tatta tatta”, ma quando dice che non le importa se l’estate poi se ne va). Edoardo Bennato in una sua bellissima canzone minore (“Milano”) e Charles Baudelaire. I Linea 77 e Vladimir Majakovskij. I Fontaines D.C. e John Denver. I R.E.M., Ligabue e una sorprendente e struggente Giordana Angi. Gli ultras e il vino bianco. La psicologia cognitiva e i tribunali. Il calcio e la letteratura. Berlingeri si muove per associazioni fulminanti e chiarissime, anche quando, almeno per chi scrive, non tutta la costellazione di letture, musica e immagini che alimenta la sua scrittura è immediatamente riconoscibile.

Dalla terza parte prende avvio l’ascesa drammaturgica della messinscena dilettantesca dell’Enrico V, destinata a compiersi soltanto nell’ultima riga di un romanzo che dimostra che la vita quotidiana, osservata con sufficiente intensità, può diventare letteratura.
C’è una pagina che da sola lo spiega bene…
“Il silenzio della controra con 45 gradi, il vino bianco dal frigo alla tavola, l’insalata di pomodori con l’origano, i tg che parlano del grande esodo e mostrano i video delle code ai caselli, i ritiri precampionato in Alto Adige, le amichevoli folli ed inapplicabili, le teche Rai in preserale, le sedie delle vecchie sul ciglio della strada privatizzata, i quotidiani nei bar che si spaginano ai ventilatori, le granite all’amarena, le sagre nei paesi sulla collina, le sigarette sul balcone alle 4 di notte, l’alba tra le antenne dei caseggiati, l’odore ammorbante e delizioso dei tigli, i concerti di musica classica per ricordare i bombardamenti del 1943; tutto questo, a quelli come Lui, piace esattamente quanto il fuoco sotto le caldarroste. Con la differenza, sostanziale, che nulla di tutto ciò è apprezzato mentre avviene. C’è bisogno di storicizzarle, certe cose. L’orzata deve trapassare e sparire dagli scaffali dei minimarket per essere celebrata, esattamente come la vita per Majakovskij. Dapprima trasformata. E solo dopo glorificata”.
Il cuore del libro, però, non è la nostalgia. È la passione (“Il guaio è la passione”)
“Fallacia, sì. Ma anche presunzione di conoscere, di arrivare a comprendere profondità che non sono alla portata di chi soppesa le superfici: della maledettissima donna amata, della Causa che riempie le aule dei tribunali, di quella maglietta a strisce che ha inseguito per gli stadi di tutta Italia. A nulla sono mai valsi i consigli buoni e disinteressati”.
Ieri sera, parlando del libro, seduto su uno sgabello al quale soltanto alla fine mi sono accorto mancasse una gamba, Berlingeri mi ha confessato di aver scoperto, mentre scriveva quelle pagine, che quel meccanismo mentale gli psicologi lo chiamano “fallacia dei costi irrecuperabili”. La sua extended cut è:
“Continuare non per quel che si potrà ottenere, ma nel nome di quel che ci si è giocati”.
Verso la fine del libro compare una frase che sembra parlare anche del suo autore.
“Chi scrive, parteggia. Chi parteggia, vince sempre.”
Non perché abbia sempre ragione. Ma perché rifiuta l’alibi della neutralità. A pensarci bene, la vera letteratura non è mai neutrale.
메타데이터
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