Manfrine #23
Così un sabato sera di agosto, in un momento probabilmente inconcepibile nelle logiche di pubblicazione sui social, ho pubblicato quel…
Manfrine #23
Così un sabato sera di agosto, in un momento probabilmente inconcepibile nelle logiche di pubblicazione sui social, ho pubblicato quel video su cui lavoravo nei giorni scorsi. È il racconto di una pedalata notturna di 100 km da mezzanotte all’alba, dalla città al mare, che si tiene ogni anno (dal 2014) nella mia città (ma non solo) e della cui organizzazione mi occupo insieme ad altre persone sin dall’inizio. Essendo pochi (due persone, in pratica) finiamo che tutti fanno tutto, e nel mio caso, tutto significa occuparsi della realizzazione dei video. Non ho mai studiato come si fanno video, e tutto quello che ho imparato è passato attraverso un setaccio dalle maglie larghe fatto di approssimazioni continue. Anno dopo anno, pedalata dopo pedalata, notte sveglia dopo notte sveglia, guardavo ciclisti, la tecnologia migliorava, le riprese un poco, capire cosa tagliare in montaggio diventava meno doloroso. Che poi, un video così che racconta una notte in bici da un punto A a un punto B, notte che si ripete nel formato praticamente inalterata da 11 edizioni, nasce prima di tutto nello studio del percorso, nell’andarsi a vedere sul campo i punti dove fermarsi per le riprese, studiarli su Google Maps, ripassarli, cercare ogni anno di scoprirne di nuovi per non finire a fare lo stesso video. Anche se poi ogni notte è sempre diversa, anche se chi partecipa muta con le mode, i sentimenti, i periodi, anche se tu che riprendi cambi, ti deformi, ti adatti alla forma dell’evento e mai il contrario. Un video così inizia prima della mezzanotte, nelle settimane precedenti, nei sopralluoghi per verificare che non ci siano sorprendenti chiusure e modifiche, perché poi in diretta, mentre i ciclisti ti passano, non li puoi fermare se li manchi, chiedere “ehi potete tornare indietro che vi ho perso?”. Tutto è nella testa prima di partire, quasi ad arrivare certe inquadrature di giorno, e poi chiudendo gli occhi, per calarti nel buio della notte che sarà. Il video è venuto così, e quest’anno per la prima volta c’era anche un dronista a supportarmi e soprattutto sopportarmi, dopo anni di riprese a terra, o dal bagagliaio, sempre o quasi alla stessa altezza di chi dovevo riprendere: e quando ho visto quel drone alzarsi a 120 metri di altezza un po’ ho finalmente respirato anche io, lo ammetto.
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E di tutte le ore di girato, di quella notte e di tutte le notti passate a rincorrere gente che rimane sveglia a pedalare nel buio, rimane fuori ovviamente la parte più grassa, inadeguata, storta dell’evento. Gli audio dei video che in montaggio vengono rimossi, e che contengono invece le imprecazioni mie (soprattutto), della collega fotografa, dell’autista, ovvero della banda sgangherata ma professionale che si rinchiude in un’auto e da mezzanotte all’alba condivide la notte insonne, gli appostamenti, i disagi di tuffarsi in prati pieni di fango o campi di mais pieni di insetti, il vento in faccia mentre si è sospesi fuori dal finestrino per le riprese più ardite, ma sempre necessarie, le rincorse continue su e giù dall’auto, dove sei sei qui ok dai ripartiamo. È un universo parallelo che corre a fianco della pedalata che nel mio cuore acquista ormai persino più valore (col dovuto rispetto) della pedalata stessa. Siamo sempre pronti ad assorbire le storie dei partecipanti: cicliste e ciclisti che piangono fissando il vuoto all’arrivo devastati dalla fatica, cicliste e ciclisti che si baciano, si commuovono, saltano, si disgregano nella loro emozione costruita pedalando per una notte intera 100 km, soprattutto chi non l’ha mai fatto prima. Siamo sempre pronti ad assorbire quello che i nostri occhi vedono e filtrano, la luna rossa piena, le nuvole che si frammentano all’alba, i ponti sospesi sulle Alpi o i campi di grano giù dal Po. Però, dopo una vita così, quando pubblico un video sento sempre il peso di tutto quello che è rimasto fuori e che invece mi ha tenuto letteralmente in piedi oscurando la fatica delle riprese notturne, le sessioni di montaggio estive sudando al computer, ed è l’alchimia irripetibile che si riesce a costruire nello spazio di una notte. Arriviamo da diverse parti d’Italia ritrovandoci nella piazza centrale della città: io che ho in testa il percorso e dove fermarci, io che riprendo, tu che guidi l’auto affidandoti alle mie indicazioni spesso all’ultimo secondo prima di girare a un incrocio, e tu che fotografi e corri quasi scalza nell’erba bagnata, che sopporti il freddo delle cinque del mattino senza battere ciglio, che non ti arrabbi mai ma riconosci le ingiustizie, che fino all’ultimo ciclista arrivato non posi le due macchine fotografiche che tieni sulle spalle senza che ti pieghino. Sembriamo quasi una gang che si riunisce la sera prima di andare a fare una rapina di notte, come nei film tarantiniani dove i personaggi sono presentati con un fermo immagine fumettoso: io con la maglietta dei National ormai oscenamente bruciata dai soli presi ad allestire i gazebo prima della partenza (sempre per il discorso che “tutti fanno tutto”) con la scritta che vale più di un briefing organizzativo “Trouble will find me”; tu con gli occhiali da sole anche se sono le undici di sera, la camicia hawaiana e gli scarponi da montagna, la sigaretta perennemente accesa; tu con i sandali anche se farà freddo, “così i piedi si asciugano prima”, gli occhi vispi e i modi miti. E tutto questo vale per chi c’era l’ultima volta ma si potrebbero traslare immutato anche per tutte le altre e gli altri che prima sono saliti in quell’auto per andare a fare le foto e i video: in undici edizioni ne sono passati di tutti i tipi, amici che si sono prestati per soccorrermi e riparare a defezioni, fotografe e fotografi diversi, sempre andrà loro la gratitudine eterna. Ma limitandomi solo all’ultima edizione, la sensazione tangibile di una banda che riunisce i componenti dopo mesi che non si vedevano, senza farsi troppe domande, salendo in auto un minuto prima della mezzanotte per scomparire nel buio fuori dalla città vale più dei mille caffè presi per restare svegli. È ormai grazie a loro ma anche per loro, che continuo a fare questo tipo di vita, per la complicità che si innesca tra persone che stimo, che sono lì a fare la mia stessa fatica ma che cinque minuti dopo essere saliti in un’auto a inseguire ciclisti di notte, già stanno parlando di altro: i mutui da pagare, l’inspiegabile solerzia delle forze dell’ordine, gli amori di una vita, come rendere un certo taglio di una certa inquadratura. In una notte che diventa una centrifuga, tu che sopporti me che non posso mai rinunciare a riempire il baule della macchina di cibo di pessimo gusto preso al supermercato per tenerci svegli, io che ascolto te mentre mi racconti di come hai passato la primavera, noi che diventiamo inspiegabilmente dopo pochi minuti vecchi amici senza segreti. Ci sono due cose che mi rimangono alla fine di un video così, ogni volta. La prima è tutto quello che capita dentro e fuori quell’auto, mentre ci spostiamo da un pallino all’altro fissato su Google Maps dalla mia ossessiva solerzia per non perdermi nemmeno un secondo dell’evento. Quello che chi fotografa, chi guida, insomma chi accetta di passare una notte di lavoro così mi insegna e mi trasmette: il rispetto per il lavoro, il confrontarsi su come fare le cose, la solidarietà per i rispettivi disagi. Ancora oggi dopo anni che faccio le riprese non ho imparato del tutto a tenere più ferma la mano quando riprendo, ad essere meno frenetico, a montare con tempi più lunghi certe scene; ma certi concetti mi rimangono, e me li porto in tasca e li stringo sempre quando piove più forte. Come le somme del Maestro alla guida, «se il contenuto non c’è ci si affida alla forma», «basta farne una solo di ripresa, ma buona» o come si impara a fare le domande alle persone, non serve chiedere tutto, spesso basta far chiudere gli occhi e chiedere loro di un suono, soltanto. Basta ascoltare, sempre. Come la disponibilità a seguirmi e fidarsi dei posti che ho scelto io, di come costruire le scene finali e ascoltarmi nelle deliranti spiegazioni per giustificare inquadrature e posizioni, dell’entusiasmo che non ti cala nemmeno alla millesima foto scattata, del correre fuori dalla macchina senza preavviso, o buttarti a terra per provare a fare uno scatto diverso. La prima cosa di queste notti passate a inseguire ciclisti sono loro e quello che mi trasmettono mentre lavorano insieme a me. La seconda, più sorda, che cresce sotto la mia pelle anno dopo anno e che cerco di non ascoltare, di abbassarne il volume, ma inevitabilmente si alza sempre più, è il dolore che mi provoca percorrere quelle ciclovie e non potersi mai fermare. Quando sento una cascata che si tuffa nel Fella in Friuli e non posso lasciare il corteo, deviare la macchina, e andarla a cercare e ascoltarla. Quando c’è la luna piena che si specchia nel Po e invece bisogna tenere gli occhi sull’asfalto rovinato dell’argine, perché è lì che passano i ciclisti e non sull’acqua del fiume. Quando vedi i pescatori alle cinque del mattino che su un bilancione lontano iniziano ad attrezzarsi per la pesca e vorresti soltanto cambiare percorso, fregartene delle bici, degli arrivi, dei video da fare, le foto da scattare, la liturgia della messa cantata degli eventi che poi in fondo finisce per assomigliarsi sempre, e andare a vedere come sistemano le esche. Quando una serranda di un bar si chiude alle due di notte mentre stai passando, quando dalla finestra di una casa dispersa nelle campagne del Naviglio c’è ancora una luce accesa alle tre di notte e vorresti solo andare lì e non continuare, fermarti per andare a chiedere perché non dormi, chiunque tu sia, e ascoltare la risposta. La seconda cosa di una vita passata a inseguire bici di notte è l’istinto a fermarsi, e perdersi in tutte le possibili deviazioni della traccia da te disegnata, come se l’evento non fosse più il risultato da costruire ma solo l’innesco di una costellazione di dispersioni che formano la luce autentica di quella notte. La bici due cose in fondo mi ha insegnato: a perdermi, e che basta ascoltare, sempre.

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