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Il colonialismo rimosso: memorie negate e simboli persistenti

Quando si cammina per Roma, è facile lasciarsi incantare dalla monumentalità dei palazzi razionalisti, dalle geometrie severe dell’EUR o…

Luiz Valério P. Trindade · 2026-03-16 06:01 · 0 claps · 5.5 min read
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Il colonialismo rimosso: memorie negate e simboli persistenti

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Quando si cammina per Roma, è facile lasciarsi incantare dalla monumentalità dei palazzi razionalisti, dalle geometrie severe dell’EUR o dai nomi delle strade del quartiere Africano. Ma dietro questa scenografia urbana si nasconde un passato che raramente viene nominato, ossia il progetto coloniale dell’Italia fascista.

Le tracce sono ovunque, anche se spesso invisibili agli occhi di chi non le cerca. Via Libia, viale Eritrea, piazza Addis Abeba, ecc. sono odonomastiche che celebrano conquiste militari e territori africani, ma che oggi vengono percorse senza alcuna consapevolezza.

In tale scenario, l’Obelisco di Axum, sottratto all’Etiopia nel 1935–36 e collocato a Roma come trofeo imperiale, è rimasto per decenni un simbolo silenzioso di appropriazione. L’EUR stesso, con i suoi palazzi monumentali e le sue prospettive grandiose, fu progettato per mostrare al mondo la potenza di un’Italia che si voleva imperiale.

Eppure, questi segni tangibili convivono con un grande silenzio. Nella memoria collettiva italiana, il colonialismo è stato rimosso o minimizzato, relegato a un capitolo secondario rispetto al fascismo e alla Resistenza. Ciò che rimane nello spazio urbano non è accompagnato da spiegazioni, targhe o contesti. Invece, sono simboli che persistono senza mai essere interrogati.

È come se la città custodisse un passato che l’élite politica e culturale preferisce dimenticare, lasciando che i monumenti parlino da soli, ma senza dare voce alle storie di violenza e sopraffazione che rappresentano.

L’Italia arrivò tardi al colonialismo rispetto a Francia e Gran Bretagna, ma anche rispetto a Spagna e Portogallo, pionieri delle conquiste oltremare già dal XVI secolo. Mentre Lisbona e Madrid avevano costruito imperi vastissimi che si estendevano dall’America all’Asia e all’Africa, l’Italia unita nel 1861 si trovava senza alcun possedimento coloniale, nonostante un passato di gloria dello antico Impero Romano.

Questo ritardo alimentò un senso di inferiorità e di “invidia imperiale” che Benito Mussolini seppe molto bene come trasformare in propaganda. Dal punto di vista del Duce, senza colonie l’Italia non poteva essere considerata una grande potenza. In questo modo, la conquista dell’Etiopia nel 1935–36 fu presentata come il riscatto di una nazione rimasta troppo a lungo ai margini, oppure il “posto al sole” che spettava all’Italia.

Come ha scritto Angelo Del Boca, “il colonialismo italiano fu un colonialismo tardivo, povero e violento, ma non per questo meno significativo”. Inoltre, Nicola Labanca, nel libro Oltremare: Storia dell’espansione coloniale italiana, ha sottolineato che il fascismo usò il mito dell’Impero romano come legittimazione ideologica, nel senso che “Roma antica diventava il modello da imitare, il simbolo di una grandezza da riconquistare”.

In tale scenario, il progetto coloniale non si limitava a colmare un divario con le potenze europee, ma mirava a reincarnare un passato glorioso. L’architettura monumentale e i simboli urbani di Roma riflettevano questa ambizione, in tale modo che il Foro Italico, l’EUR progettato per l’Esposizione Universale del 1942, e persino l’Obelisco di Axum sottratto all’Etiopia erano pensati come segni tangibili di una rinascita imperiale. Perciò, Ruth Ben-Ghiat ha osservato che “il fascismo costruì il mito dell’impero come strumento di rigenerazione nazionale, un sogno di potenza che serviva a legittimare il dominio interno”.

Pure, ed è importante spiegare che questa ideologia coloniale si legava strettamente al razzismo, perché già negli anni ’30, la costruzione “dell’altro” come inferiore (ossia, gli africani, arabi ed ebrei) fu funzionale al progetto imperiale. Perciò, la propaganda coloniale descriveva gli africani come primitivi e bisognosi di “civilizzazione”, giustificando così la conquista e la violenza.

In questa circostanza, si può dedurre che le leggi razziali del 1938 non nacquero dal nulla. Erano in realtà il prolungamento di un immaginario già consolidato nelle campagne coloniali, dove la segregazione e la discriminazione erano pratiche quotidiane. Così, come ha osservato Nicola Labanca, il razzismo coloniale fu “il laboratorio” che rese possibile l’antisemitismo fascista. Ossia, un terreno culturale già pronto ad accogliere la logica dell’esclusione.

Per di più, è rilevante dire anche che queste dinamiche non appartengono solo al passato. Questo perché oggi, la xenofobia e il razzismo verso migranti nord-africani riflettono ancora quelle logiche di inferiorizzazione.

Di conseguenza, la memoria selettiva ha impedito di riconoscere questa continuità. Gli italiani ricordano la propria emigrazione, spesso narrata come epopea di sacrificio e successo, ma dimenticano di essere stati colonizzatori e di aver costruito un immaginario di superiorità razziale. Tale oblio rende più difficile affrontare le discriminazioni del presente, perché priva la società di uno specchio critico con cui confrontarsi.

Infatti, come detto in precedenza, ancora oggi, camminare per il quartiere Africano, ad esempio, significa attraversare un paesaggio urbano impregnato di colonialismo, ma raramente accompagnato da spiegazioni o contestualizzazioni.

Questi segni persistono nello spazio pubblico come testimonianze mute, sospese tra orgoglio e rimozione, e rivelano quanto il colonialismo italiano sia rimasto un passato non elaborato.

Però, negli ultimi decenni, attivisti, storici e movimenti antirazzisti hanno chiesto con forza una “decolonizzazione della memoria”. Le loro proposte spaziano dalla modifica dei nomi delle strade alla collocazione di targhe esplicative, fino alla rimozione o reinterpretazione di monumenti coloniali, come è già successo in diverse altre paese.

Per loro, mantenere quei simboli senza alcuna spiegazione aggiuntiva significa perpetuare una narrazione coloniale e negare le violenze del passato. Così, alcuni gruppi hanno organizzato delle passeggiate urbane e tour critici nei quartieri coloniali di Roma, per mostrare come la città sia ancora segnata da un immaginario imperiale che sopravvive sotto la superficie.

Inoltre, seppur timidamente, negli ultimi anni anche il Comune di Roma ha iniziato a confrontarsi con la propria eredità coloniale, in tale modo che nel quartiere Africano, è stato avviato un progetto che prevede la revisione delle didascalie di strade e piazze dedicate alle conquiste militari in Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia.

L’insieme di queste iniziative non mira a cancellare i nomi, ma ad accompagnarli con nuove targhe esplicative che ne contestualizzino il significato, trasformando la toponomastica da celebrazione coloniale a memoria critica.

Parallelamente, nel 2023 è stata proposta una legge per l’istituzione della Giornata della Memoria per le vittime del colonialismo italiano, fissata al 19 febbraio in ricordo della strage di Addis Abeba del 1937. Insomma, un passo simbolico che riconosce ufficialmente un episodio a lungo rimosso dalla coscienza nazionale.

In aggiunta, alcune biblioteche e centri culturali a Roma hanno ospitato cicli di incontri pubblici, come il progetto Memorie decoloniali, che invita a riflettere sul legame tra colonialismo e razzismo contemporaneo.

Tuttavia, queste azioni si scontrano spesso con la resistenza delle élite politiche e culturali, che tendono a minimizzare o a difendere i simboli coloniali come “parte della storia”, evitando un confronto critico. In molti casi, la giustificazione è che cambiare nomi o rimuovere monumenti significherebbe cancellare la memoria.

Per gli attivisti, invece, la vera cancellazione della memoria non è la modifica dei nomi o la rimozione dei monumenti, ma il silenzio che li circonda. Lasciare quei segni senza contesto equivale a perpetuare l’autoassoluzione nazionale e a negare le violenze del passato.

Questo conflitto mostra come la memoria del colonialismo sia ancora un terreno di tensione nella società italiana contemporanea, e come il dibattito sulla decolonizzazione urbana sia parte integrante della lotta contro il razzismo e la xenofobia che si fa ancora molto presente.

Insomma, il colonialismo italiano non è un capitolo chiuso, ma un passato che continua a vivere nei simboli urbani, nelle narrazioni pubbliche e nei fenomeni di razzismo. Non basta relegarlo a un ricordo lontano, giacché esso riaffiora ogni volta che attraversiamo una piazza dedicata alle conquiste africane, ogni volta che un monumento coloniale rimane privo di spiegazione, ogni volta che il linguaggio politico ripropone logiche di esclusione e di superiorità.

In tale scenario, ripensare l’italianità significa anche riconoscere questa eredità rimossa, accettare che la costruzione dell’identità nazionale è passata attraverso violenze, gerarchie razziali e illusioni di grandezza imperiale.

Come sostenuto da Igiaba Scego, “l’Italia deve fare i conti con il suo passato coloniale, perché senza memoria non c’è futuro”. E solo affrontando apertamente la storia coloniale, con le sue contraddizioni e le sue responsabilità, sarà possibile costruire una memoria più autentica e responsabile.

Eppure, questo non significa cancellare il passato, ma renderlo visibile e comprensibile. Inserire targhe esplicative, rivedere la toponomastica, includere il colonialismo nei programmi scolastici, dare spazio alle voci delle comunità migranti che oggi vivono in Italia e che portano con sé le conseguenze di quella storia.

Una memoria che non rimuove ma che integra, che non assolve ma che problematizza, può diventare uno strumento di consapevolezza collettiva. Solo così l’italianità potrà essere ripensata come un’identità capace di guardare al futuro senza nascondere le ombre del passato.


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