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Politiche, desideri, città

Contributo pubblicato su il T — Quotidiano Autonomo del Trentino Alto Adige/Sudtirol del 30 maggio 2023

Emanuele Pastorino · 2023-05-24 15:11 · 0 claps · 3.8 min read
#politica #città #desideri #progettare #welfare
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Wiki topics: 📊 · Economic Policy

Politiche, desideri, città

Contributo pubblicato su il T — Quotidiano Autonomo del Trentino Alto Adige/Sudtirol del 30 maggio 2023

Imparare fallendo. Per quanto mi riguarda, dietro la parola “rigenerazione”, ci sta questo movimento qui. Agire, fallire, imparare, agire ancora — proprio come diceva Becket (anche lui parecchio inflazionato, ma mi perdonerete).

In questo movimento costante, ci sono alcune parole che ritornano con una certa frequenza. In modo schematico le radunerei in triplette. La prima è descrittiva: vuoti, pieni, persone. Il senso che ciascuno di questi elementi assume varia la percezione e la vivibilità delle città. Là dove il vuoto corrisponde ad abbandono, a proprietà escludenti ogni altro utilizzo, a usi di un passato più o meno vicino che ne inibiscono ogni uso presente, quel vuoto lì crea una vertigine. Il problema è che, troppo spesso, finiamo con il sovrapporre questa sensazione ad ogni altro vuoto: quello di un parco che spontaneamente vive anche là dove non regolato; quello di una piazza o una via dove le persone si trovano, in modo caotico e casuale. Ma anche il vuoto di edifici che sono pieni di funzioni o proprietà ma vuoti di relazioni: quel vuoto più che una vertigine è l’esito di volontà esclusive invece di scelte che ne garantirebbero un uso più prolungato, democratico, collettivo.

La seconda tripletta è più rischiosa: iniziativa, immaginazione e cambiamento sono tracce di lavoro che devono guidare chi progetta (amministrazioni, privato sociale, politica,…) ma sono anche le classiche caratteristiche necessarie ma non certo sufficienti. Quando parliamo del costo sociale di questo progettare? Quando della sua sostanziale inaccessibilità, tanto per chi partecipa quanto per chi progetta? Quando porremo nel metodo con cui progetteremo la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale cui siamo tutti e tutte chiamate? Non tutte le persone vorranno progettare con noi ma a tutte va data una possibilità concreta e reale di fare quella scelta. E di dire la propria sui risultati.

Dunque: iniziativa, ma anche possibilità di averla; immaginazione, ma anche radicamento di pratiche e strutturazione di servizi; cambiamento, ma anche cura e accompagnamento.

La terza tripletta è, dal mio punto di vista, poco praticata: tempo, potere ed empatia sono tre coordinate (descritte da Michele D’Alena e presenti nel lavoro della Fondazione Innovazione Urbana di Bologna) su cui decidere di costruire le politiche di cui abbiamo bisogno, a 360° (dalle assunzioni nelle amministrazioni, a quelle del lavoro, culturali e di welfare). È evidente come ci siano casi e situazioni in cui queste politiche non possono essere collaborative in ogni loro aspetto: la dimensione partecipativa e deliberativa può e deve convivere meglio con le dinamiche della rappresentanza, ripopolando le relazioni che guidano la politica (oggi sfilacciate) con energie nuove e diverse. Per tutte queste relazioni, però, alcuni temi devono essere affrontati.

Costruiamo troppo spesso questi percorsi su tempi che non sono per tutte e tutti. Il tema è economico, di genere e redistributivo, riguarda i troppi squilibri legati al tempo: tra uomini e donne, perché i tempi di cura sono disuguali; tra chi può permetterselo e chi no, là dove il lavoro mangia tutto il tempo; tra giovani e anziani, dove ai primi è chiesto 100 ma lo spazio di reale espressione di sé spesso è minimo e allora dovremmo affrontare questo tema, oltre un certo — noiosissimo — moralismo.

Attraverso il tempo vediamo il potere: sia quello di fare e non fare che come “potere di avere potere”. Quanto è accessibile nelle nostre organizzazioni , dalla più piccola realtà di volontariato alle gerarchie delle pubbliche amministrazioni o dei partiti politici?

Fare un discorso serio sul potere e sulla sua accessibilità significa farne uno sulla disponibilità di ciascuno di noi a perderne un po’ in favore di altre persone. Nei processi partecipativi, questo è centrale. Nella crescita e nella cura delle organizzazioni, è centrale. Là dove è stagnante, il potere genera risultati maleodoranti.

Accanto all’accessibilità, è importante dire con chiarezza quale e quanto potere abbiano le persone e questi processi: proprio perché il tempo è poco, la mobilitazione ricadrà là dove il potere è più reale. L’attivazione è fragilissima se non è chiaro quale e quanto potere sia effettivamente messo a disposizione: se manca questo passaggio, il rischio è che gli strappi siano maggiori delle ricuciture.

Progettare con empatia apre a percorsi diversi: incrocia ascolto attivo, nuove educazioni sentimentali, pratiche democratiche e libertarie e l’ambizione di integrare voci e funzioni. Dobbiamo disimparare molte cose e impararne altre: perché nel progettare (che è sinonimo di fare politiche), vogliamo tutto, il pane e le rose, e vogliamo essere felici. Tutti e tutte.

Un esempio, tra molti: il percorso che sta portando al patto di collaborazione sul parco Santa Chiara sta coinvolgendo molte persone (e associazioni, e cooperative, e amministrazioni). Lo sta facendo, portando a immaginare usi e non usi, ozio e attività, pieni e vuoti, con iniziativa (e tutti i suoi pericoli) e la convinzione che il cambiamento abbia necessità di un accompagnamento costante.

Altri aspetti — quelli più legati al tempo, al potere e all’empatia — devono essere ancora esplorati pienamente. Imparare fallendo. Credo serva, insomma, una sorta di “pedagogia della condivisione” che ci porti ad uscire da certi schemi troppo consolidati: è reale e concreto la necessità — reciproca alle persone come alle amministrazioni, e a tutto quello che c’è in mezzo — di affrontare bisogni e desideri delle persone in modo diverso. Radicalmente diverso. Finché considereremo tutte queste esigenze come caratteristiche di “utenti” cui offrire “servizi” o solo risposte pre-confezionate rimarrà difficile rispondere loro in modo duraturo. Finché la dimensione del potere (ancora una volta: di fare e di non fare) rimarrà un appannaggio esclusivo di pochi, tempi e modi di queste risposte (che saranno “naturalmente” gentrificanti ed escludenti) difficilmente usciranno della spirale disgregante in cui siamo tutte e tutti immersi.


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