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Il mio “Dizionario di una Catastrofe” nel “Dizionario della Vita”

La frase, “fummo quasi come miracolati,” evoca un senso di gratitudine e stupore per essere scampati a un evento tragico come le frane di…

Antonio Gallo · 2025-05-05 14:29 · 0 claps · 5.7 min read
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Il mio “Dizionario di una Catastrofe” nel “Dizionario della Vita”

La frase, “fummo quasi come miracolati,” evoca un senso di gratitudine e stupore per essere scampati a un evento tragico come le frane di Sarno del 5–6 maggio 1998, che hanno segnato profondamente la memoria collettiva della Campania.

Per approfondire il racconto e il concetto di “miracolati” in quel tempo, cercherò di ricostruire il quadro dell’evento, il dramma vissuto dalla comunità e il significato della sopravvivenza in una catastrofe di tale portata, integrando il riferimento personale con il contesto storico e umano.

Le frane di Sarno e dei comuni limitrofi (Quindici, Siano, Bracigliano, San Felice a Cancello) furono un disastro idrogeologico di proporzioni enormi, il più grave in Italia dopo il Vajont (1963) e Stava (1985). Tra il 5 e il 6 maggio 1998, dopo giorni di piogge intense (240–300 mm in 72 ore), oltre 140 frane si staccarono dal monte Pizzo d’Alvano, riversando circa 2 milioni di metri cubi di fango e detriti a valle, a velocità che raggiungevano i 50 km/h.

Sarno fu la più colpita, con 137 morti, seguita da Quindici (11), Bracigliano (7), Siano (5) e San Felice a Cancello (1). La frazione di Episcopio a Sarno fu devastata, soprannominata “Pompei del 2000” per la distruzione totale, e l’ospedale Villa Malta crollò sotto una colata notturna, uccidendo medici, infermieri e pazienti.

Le cause furono molteplici: piogge persistenti, ma non eccezionali, su un terreno geologicamente fragile (strati piroclastici vulcanici sopra rocce calcaree, resi instabili dall’acqua), aggravate da fattori antropici come deforestazione, incendi pregressi, abusivismo edilizio e scarsa manutenzione dei canali di drenaggio borbonici. La tragedia fu amplificata dalla lentezza dei soccorsi e dalla mancata evacuazione di alcune zone, nonostante i primi segnali di smottamenti fossero evidenti nel pomeriggio.

La sopravvivenza come “miracolo”. Quando dico “fummo quasi come miracolati” e “non era arrivata la nostra ora”, esprimo un sentimento comune tra i sopravvissuti a disastri naturali: la sensazione di essere stati risparmiati da una forza imprevedibile, sia essa il caso, il destino o un intervento superiore.

Nel contesto di Sarno, molte storie di sopravvivenza hanno assunto contorni quasi leggendari. Ad esempio, un giovane di Sarno, un mio ex-alunno al liceo locale, rimase sepolto vivo per tre giorni sotto il fango e fu salvato dalla Protezione Civile. Un caso che rimase impresso nella memoria collettiva.

Un altro sopravvissuto, un ragazzo estratto dal fango l’8 maggio, fu l’ultimo a essere salvato vivo. La mia esperienza con tutta la mia famiglia di essere scampati al disastro può essere letta come un intreccio di circostanze fortunate. Inutile ritornare a quei momenti.

Erano ancora vivi i miei genitori e insieme a loro vivemmo alcuni mesi da sopravvissuti altrove, a nostre spese. Grave e grande è ancora il peso emotivo della sopravvivenza. Essere “miracolati” non significa solo essere vivi, ma portare con sé il peso di un evento che ha spezzato tante vite.

La mia riflessione iniziale, ispirata al desiderio di dimenticare che fissa il ricordo nella memoria, richiama il trauma collettivo della Città. Sopravvivere a una tragedia del genere può generare un misto di sollievo, un senso di colpa (per essere vivi mentre altri non ce l’hanno fatta) e una memoria che si riaccende ogni volta che piove. Un sopravvissuto che perse il figlio di 8 anni a Episcopio, descrive il dolore persistente e la paura che accompagna ogni temporale, un sentimento che riecheggia in quella esperienza.

Le testimonianze di oggi 5 maggio 2025, a tanti anni dalla tragedia, mostrano quanto il ricordo sia ancora vivo. Ricordi purtroppo impressi nella memoria. Un pensiero ai tanti amici scomparsi in quella tragica notte, il dolore di chi è rimasto. Cosa è cambiato. La tragedia ha spinto a miglioramenti nella prevenzione. il “Decreto Sarno” (Legge 267/1998) ha introdotto norme per la gestione del rischio idrogeologico, potenziando il monitoraggio pluviometrico e i Piani di Assetto Idrogeologico.

Sono state costruite vasche di contenimento e canalizzazioni per 400 milioni di euro, anche se non mancano mai le critiche per la loro manutenzione e l’abusivismo edilizio persistente. Tempo fa un sindaco ebbe modo di dichiarare che Sarno è “molto più sicura” grazie a queste opere, ma il rischio zero non esiste.

Questo è il contesto della mia storia del quale sfoglio le pagine del mio Dizionario immaginando di essere “miracolati”. Significa aver sfiorato la morte in un momento in cui il caos regnava sovrano. L’idea che “non era arrivata la nostra ora” riflette una consapevolezza del confine sottile tra vita e morte in eventi del genere, dove la sopravvivenza spesso dipende da fattori fuori dal nostro controllo.

Trasformai un’esperienza così intensa e personale in un libro e lo chiamai “Dizionario di una catastrofe”. E’ entrato di diritto nel “Dizionario della mia vita”. Questi titoli evocano un approccio unico. Un dizionario non è solo un racconto lineare, ma una raccolta di frammenti, definizioni, significati che si intrecciano per dare senso a un’esperienza, sia essa una catastrofe collettiva o il mosaico della tua vita.

La mia riflessione iniziale fu il desiderio di non dimenticare in modo da fissare la memoria legandola a questa forma narrativa, come se ogni voce del dizionario fosse un tentativo di afferrare, ordinare e forse esorcizzare quegli attimi che oggi rappresentano il passato.

Il titolo suggerisce un’esplorazione strutturata ma frammentaria della tragedia non solo come evento storico, ma come esperienza umana, emotiva e collettiva. Volli dare voce a momenti, immagini, persone, luoghi, o anche emozioni, il senso di essere “miracolati”, organizzandoli come lemmi di un dizionario.

*Ogni voce un tassello per ricostruire il caos di quei giorni, dalla paura delle colate di fango alla gratitudine per la sopravvivenza, dal lutto della comunità alla resilienza. La storia di essere scampato, “quasi come miracolati”* è diventato un punto di luce in mezzo alla devastazione.

Fango. Non solo il materiale che ha travolto Sarno, ma un simbolo di caos, perdita e impotenza. Miracolo. La sensazione di essere stati risparmiati, quando la morte era a un passo. Episcopio. La frazione più colpita, un nome che per Sarno è sinonimo di tragedia. Pioggia. Il suono che ancora oggi, per molti sopravvissuti, riporta alla memoria il terrore di quei giorni. Sopravvivenza. Il peso e la grazia di essere vivi, con il ricordo di chi non ce l’ha fatta. Il Dizionario della mia vita come continuum.**

Il fatto che a distanza di tanti anni io stia continuando a scrivere nel “Dizionario della mia vita” è altrettanto affascinante. Questo progetto sembra un’evoluzione naturale: dalla catastrofe come evento collettivo a una narrazione più intima, dove la mia vita, con le gioie, i dolori, le riflessioni, diventa il terreno da esplorare.

La frase di Michel de Montaigne “Niente fissa una cosa così intensamente nella memoria come il desiderio di dimenticare” potrebbe essere una chiave per entrambe le opere, un filo rosso che collega il trauma di Sarno alla mia storia personale.

Ogni voce di questo nuovo dizionario che continuo a scrivere giorno dopo giorno probabilmente riflette come quell’evento abbia plasmato il mio modo di vedere il mondo, ma anche come la vita sia andata avanti, con nuovi significati e nuove “definizioni.” Scrivere un dizionario della propria vita è un atto di grande introspezione. Forse cerco di catalogare momenti, persone, luoghi, o anche emozioni come resilienza, gratitudine, o nostalgia.

*La mia sopravvivenza a Sarno, quel senso di essere “miracolati*” potrebbe tornare come una voce ricorrente, un punto di svolta che ha ridefinito il mio rapporto con il tempo, la memoria, o il destino. Mi viene in mente il lavoro di autori come Primo Levi o Joan Didion, che hanno usato la scrittura per ordinare il caos delle esperienze traumatiche, anche se il mio approccio “dizionariale” sembra unico e profondamente personale.

Il concetto di “miracolati” si arricchisce sapendo che ho elaborato questa esperienza attraverso la scrittura. La catastrofe di Sarno, con le sue vittime e la devastazione di interi quartieri, ha lasciato poche storie di sopravvivenza “impossibile.” Essere tra questi pochi deve aver segnato un prima e un dopo.**

Forse quando decisi di scrivere il “Dizionario di una Catastrofe” volli fermare il momento esatto in cui compresi di essere salvo, un dettaglio non banale, per esplorare il “dopo”, il senso di gratitudine misto al peso di vivere in una comunità ferita.

Il mio riferimento a “non era arrivata la nostra ora” ha una sfumatura quasi spirituale, ma anche profondamente umana. In un disastro dove il caso ha deciso chi vivesse e chi no, la sopravvivenza diventa un mistero. A Sarno, alcune case furono risparmiate per pochi metri, mentre altre sono state inghiottite.

Ad esempio, a Episcopio, alcune famiglie sono sopravvissute perché si trovavano al piano superiore delle loro case, mentre il fango travolgeva i piani terra. Dettagli ? niente affatto. Solo tasselli di quel “miracolo” che ho inteso qui ricordare, ancora una volta, cercando invano di dimenticare.


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