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Improvvisazione & Training Teatrale

Un percorso di allenamento per attori e soprattutto per improvvisatori teatrali

Davide Scarafile in ImproZone · 2021-03-21 15:42 · 165 claps · 4.5 min read paywalled
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Photo by Sam Moqadam on Unsplash

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Improvvisazione & Training Teatrale

Un percorso di allenamento per attori e soprattutto per improvvisatori teatrali

Il training teatrale è esattamente quello che suggerisce la definizione, ovvero un metodo di allenamento psico-fisico che prepara l’attore ad una maggior consapevolezza del proprio corpo, attraverso cui scorre la vita delle sensazioni e delle emozioni che lo attraversano, rendendo quindi il corpo il primo motore di quanto viene poi portato in scena.

Esperienza personale

Ho sperimentato per la prima volta il lavoro del training nell’estate del 2019, lavorando con Fabio Boverio, docente e fondatore di Minima Teatro. Venivo da diversi anni di esperienza come improvvisatore teatrale ma sentivo che mi mancava qualcosa in termini di esperienza e formazione.

Durante il seminario residenziale estivo annuale della scuola, ho quindi toccato con mano la forza esperienziale e pedagogica di questo metodo.

Per darvi un’idea dell’impostazione e dell’attitudine, posto qui di seguito uno spezzone di un documentario albanese, il cui protagonista, Mateo Çili, (attore, regista e pedagogo teatrale) ce ne spiega alcuni elementi fondamentali.

[embed]Mateo Çili nel documentario ”Ne prapaskene”, (2014, Tirana), regia di Kejdi Demneri.

Attore e Devozione

Per i greci il rapporto fra religione e teatro era molto chiaro: la prima forma di teatro greco sono le tragedie del VI secolo a.C, che traggono origine dalle celebrazioni religiose in onore di Dioniso, “il dio della linfa vitale della natura, del vino, dell’estasi e della parte più istintiva dell’uomo”.

Ed ecco che ancora oggi un attore come Mateo Çili può parlarci usando queste parole:

La prima cosa necessaria all’attore è la devozione. Essere lì e fare ciò che devi fare, con tutto te stesso, senza risparmiarsi. Io lo faccio per qualcosa che è più grande di me, qualcosa che ci collega con i nostri avi, che mi collega con qualcosa dentro che ho perso, dentro di me, e collegarmi, mediante questo, con le persone che hanno perso questa cosa durante la loro crescita. Bisogna dare la vita. Bisogna domandarsi: “Sono io in grado di sacrificare la mia vita per l’arte?” Si o no. Questa è la domanda finale. Non c’è altro. Se rispondo “no”, mi dispiace, non si può fare. Se rispondo “si”, allora sono abbastanza pazzo da fare teatro, oggi, in questo mondo.

Questo sacro giuramento dell’attore non è molto diverso da quello che ci aspettarebbe da un sacerdote di una qualsiasi religione, ovvero di consacrare la propria vita a qualcosa di pù grande di lui.

Un’analogia a mio avviso profondamente vera, poiché in entrambi i casi ci si dedica a vivere nell’esperienza di un mistero. Un mistero che nella religione -per chi crede- esprime esperienza del divino, mentre nel teatro lascia spazio all’esperienza dell’umano.

La vita e la scena

Portare in scena la vita che viene dal training, e dunque da questa dedizione che rende training ogni momento della propria vita, è sicuramente un approccio validissimo al teatro.

Non solo: la pura e semplice vita che sgorga con autenticità è sicuramente qualcosa di meraviglioso da vedere, ed è per questo che tutti noi siamo incantati dalla natura, dagli animali, dalla vita inconsapevole di persone colte nella loro naturale vitalità, in particolar modo i bambini. Non perchè siano innocenti o puri, ma perché certamente non hanno perso la propria spontaineità nel bisogno di guardare a se stessi come li guardano gli altri.

Louis Jouvet

Louis Jouvet

Il punto di partenza è la sensazione

A questo proposito mi vengono in mente alcuni illuminanti pensieri di Louis Jouvet sugli attori:

Il punto di partenza è la sensazione. […] Il nostro mestiere consiste in questo: […] essere sempre in tumulto, vittime di noi stessi e degli altri. […] Il nostro tumulto non ci permette mai di raggiungere quel riposo dello spirito che è la riflessione, quell’adattamento dello spirito a quello che siamo, a quello che facciamo. […]

Instabili, agitati da tutto quello che è intorno, subiamo fortemente le più leggere, le più futili influenze, permeabili a tutto ciò che è particolarmente superficiale. […] Il superficiale ci inquieta profondamente. Il profondo ci tocca solo in superficie. […]

[Siamo] in tumulto, frettolosi, avidi di commozione, di una provocazione, e se non subiamo gli effetti di questo stato, questo sommovimento in noi stessi, è un’altra e nuova instabilità che subiamo. L’assenza di commozione è un nuovo peggiore turbamento, un vortice assurdo. Abbiamo bisogno di essere costantemente orientati altrimenti siamo disorientati. Ed è grazie a questo disorientamento che viviamo drammaticamente, è questo che ci spinge continuamente alla ricerca di sensazioni o di idee, che ci spinge e ci agita nel drammatico.

Il punto di arrivo è la scena

Dalla mia esperienza improvvisativa mi viene da dire che l’approccio del training è altrettanto fondamentale per un improvvisatore teatrale, poiché lavora proprio sull’affinamento della propriocezione fisica ed emotiva, tenendo aperto contemporaneamente il focus su di sè e sui propri compagni di scena. Che è esattamente il nutrimento di cui un improvvisatore ha bisogno sul palco, se vuole fare emergere una scena autenticamente organica anzichè preimpostata.

Se il training è però il canale tramite il quale la vita e l’autenticità arrivano sul palco, il teatro ha il proprio linguaggio tramite cui diventare vero e quindi vivo anche per il pubblico.

Sempre secondo Jouvet:

per fare teatro occorre prima di tutto una convenzione, che di volta in volta è diversa: sono le regole del gioco, che si modificano in base ai partecipanti. È necessario che l’autore, gli attori ed il pubblico abbiano una convenzione comune, che si decidano in comune le regole o i procedimenti per questa ricerca dell’illusione.

Actor Training, Fourt Monkey

Actor Training, Fourt Monkey

Training nell’Improvvisazione Teatrale

Se quindi il teatro non può basarsi sulla sola autenticità, ed ha bisogno di comunicare la propria verità attraverso la condivisione di regole col pubblico, ancora più ne ha bisogno l’improvvisazione teatrale, con un’ulteriore riflessione.

Una compagnia di improvvisatori non ha infatti nè autore nè regista, bensì ha soltanto gli attori che interagiscono fra loro e con il pubblico. Questa relazione, che non può quindi essere definita prima dalla stesura di un testo o dal lavoro preliminare con un regista, nel caso dell’improvvisazione è quindi assolutamente emergente per definizione e richiede che gli attori diano vita ad un corpo scenico attraverso il loro lavoro fisico sul palco. E parlo di lavoro fisico perchè se non lavora il corpo è soltanto improvvisazione narrativa, che può anche essere interessante ma che non è necessariamente teatrale.

Questo è il motivo per cui consiglio a tutti gli improvvisatori di sperimentare un laboratorio di training attoriale e di lavoro sul corpo.


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