Grazie di tutto, Spaceman. Il mio ricordo di Ace Frehley — Hardigor
Ci sono notizie che non vorresti mai e poi mai ricevere. Quella della scomparsa di Ace Frehley è una di queste. Ace è stato un pezzo della…
Grazie di tutto, Spaceman. Il mio ricordo di Ace Frehley — Hardigor

Photo b8ddy h8lly, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons
Ci sono notizie che non vorresti mai e poi mai ricevere. Quella della scomparsa di Ace Frehley è una di queste. Ace è stato un pezzo della nostra formazione che se ne va, la fine di un’era che, in fondo al cuore, pensavamo non dovesse terminare mai.
Parliamo dell’inizio degli anni Ottanta. Io ero solo un bambino taciturno di circa sette anni. Un giorno, a casa, si presentò questa parente di mia nonna. Si trattava di una ragazza sui vent’anni e ricordo che la guardai subito con curiosità per il suo modo di vestire. Ricordo la sua giacca di pelle, le calze a rete, un look audace per l’epoca. Non era lì per una visita di cortesia: era ospite da noi perché desiderava andare a un concerto in città.
Questa ragazza, con i suoi racconti e la sua devozione, ha piantato un seme, ne sono sicuro. Ha portato l’energia di Ace e dei Kiss nella mia vita.
Per anni, Ace è rimasto quello: una figura mitologica ma particolarmente magnetica, misteriosa, legata a un ricordo d’infanzia.
Poi, arrivò la fine del decennio.
Facciamo un salto temporale. Siamo nel pieno della transizione tra il 1989 e il 1993. L’ hard rock si era trasformato, l’estetica patinata del glam stava lasciando il posto a un suono più cattivo, più sporco. Io, ormai adolescente, stavo forgiando la mia identità musicale. La mia colonna sonora era cambiata. Ora c’erano i Guns N’ Roses, i Mötley Crüe e, soprattutto, gli Skid Row.
La mie fonte di informazione principale non era Internet, ancora assente in Italia, erano le VHS di importazione e la storica Videomusic.
Fu in quel periodo che misi le mani sui loro nastri video ufficiali: Oh Say Can You Scream (del 1990) e Roadkill (del 1993). Le guardai compulsivamente, probabilmente centinaia e centinaia di volte, fino a consumare il nastro e ricomprarle. Fu proprio in quei fotogrammi di vita on the road, tra filmati dal vivo e follie backstage, che una figura familiare, ma fuori contesto, ricomparve inaspettatamente.
La domanda era: cosa ci faceva quel chitarrista che avevo intravisto a sette anni, l’alieno dei Kiss, a far festa con Sebastian Bach, Rachel Bolan e Snake Sabo, i miei nuovi idoli arrivati dal New Jersey?
Quello che stavo vedendo su quelle VHS non era un incontro casuale, era un vero e proprio passaggio di consegne, un’alleanza che molti all’epoca non capirono pienamente, ma che oggi ci appare in tutta la sua grandezza.
Il legame tra Ace e gli Skid Row si era già stretto tra le pareti di uno studio di registrazione. Nel 1989, Ace Frehley era tornato con un album solista intitolato Trouble Walkin’ e chi aveva chiamato a dargli manforte? Proprio i ragazzi che stavano conquistando il mondo con il loro debutto omonimo.
Ma furono le esibizioni dal vivo, quelle che finirono sulle mie videocassette, a rendere tutto leggendario.
C’è un filmato famosissimo, credo da un Headbangers Ball o da uno show in New Jersey, in cui Ace sale sul palco con gli Skid Row. Partono le note di Cold Gin, un classico dei Kiss, scritto interamente da Ace.
In quel momento, Ace non era un ricordo degli anni ’70. Era rilevante. Era eterno. Gli Skid Row, all’apice della loro esposizione, stavano calcando quel palco per dire al mondo: “ Sapete perché suoniamo così? Per lui.”
Ed è qui che sfioriamo la vera eredità di Ace Frehley, quel qualcosa di unico che gli Skid Row avevano compreso fino in fondo.
Il genio di Ace non risiedeva nell’esibizionismo tecnico. Non era Eddie Van Halen o Yngwie Malmsteen, non gli interessava esserlo. Il suo valore era più profondo.
Il genio di Ace risiedeva nel feel.
Era un chitarrista sporco ma toccante, proveniente dal Bronx. I suoi assoli erano memorabili perché si potevano cantare. Erano pennellate cariche di sentimento, melodie dentro la melodia con Shock Me e Detroit Rock City. Aveva un vibrato unico, quel modo di strattonare le note che era solo suo, inimitabile.
Ace ha insegnato a un’intera generazione che per essere un guitar hero non serviva essere il più veloce. Serviva avere qualcosa da dire. Serviva avere un’anima, un suono riconoscibile e, se possibile, un pickup fumante.
Oggi, ripensando a quella ragazza, parente della famiglia di mia nonna che partì per Milano nel 1980 per vedere i Kiss e ripensando alle VHS consumate degli Skid Row un decennio dopo, capisco di aver assistito a due atti della stessa, incredibile storia.
La prima volta, Ace era una rivelazione ancora poco chiara, la seconda, grazie al rispetto e all’ammirazione degli Skid Row, era diventato reale: un musicista immenso che suonava un rock rumoroso con i suoi fan diventati collaboratori.
Ace Frehley ci ha lasciati, e lascia un vuoto incolmabile nell’universo del rock. Ci ha mostrato che si può essere un alieno, un eroe di strada e una leggenda, tutto nella stessa vita.
Originally published at https://igorpedrazzini.com on October 25, 2025.
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- 2026-07-16 04:57:38