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Proprietà terriera e miglioramento della “Modicana” nell’opera di Giovanni Calabrese

L’area iblea vanta una notevole tradizione in fatto di studi agronomici e di economia agraria, avviata all’inizio dell’Ottocento con…

Giovanni Criscione · 2026-05-20 16:03 · 0 claps · 5.9 min read
#agricoltura #storia #personaggi-modicani
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Proprietà terriera e miglioramento della “Modicana” nell’opera di Giovanni Calabrese

L’area iblea vanta una notevole tradizione in fatto di studi agronomici e di economia agraria, avviata all’inizio dell’Ottocento con l’abate Paolo Balsamo, proseguita nel corso di quel secolo con Clemente Grimaldi, Clemente Veninata, Luigi Delle Fonti, Francesco Castro, fino ad arrivare al positivista Giacomo Albo, a Ignazio Lutri, Michele Piccitto, Vincenzo Denaro Papa, Giovanni Giuseppe Mauro, questi ultimi seguaci delle idee di Arrigo Serpieri e attivi nel ventennio fascista.

A queste figure va aggiunto anche Giovanni Calabrese (1905-1952), brillante studioso di problemi agrari, economici e zootecnici. Giovanni Calabrese nacque a Modica, il 3 gennaio 1905, da una famiglia borghese di proprietari terrieri, Vincenzo e Gaetana Mantegna, che abitavano al civico 55 di via Pietà. Dopo gli studi nel Regio Istituto tecnico “Archimede”, il 30 ottobre 1930 Calabrese si laureò in Scienze agrarie nella rinomata facoltà di Portici, dove aveva sede il corso di laurea in Agraria dell’università di Napoli.

Tornato a Modica, fu tra i fondatori della Federazione dei Dottori agrari della provincia di Siracusa, sorta con l’obiettivo di valorizzare la professionalità e la considerazione sociale degli agronomi. Prima insegnò Agraria ed Estimo nella Regia Scuola di avviamento per Geometri. Poi entrò come dirigente nell’Ufficio Provinciale Statistico Economico Agricolo (UPSEA) di Ragusa.

Nel 1930 diede alle stampe il saggio La divisione della proprietà terriera nel comune di Modica (Modica, tipografia Maltese & Abela). L’opera si inseriva nel contesto dell’attacco fascista al latifondo siciliano. In quegli anni il fascismo puntò sull’indipendenza economica e sulla crescita demografica dell’Italia. Per raggiungere questi obiettivi era indispensabile rendere il Paese autosufficiente dal punto di vista alimentare, riducendo la necessità di importazioni straniere. Da qui la necessità di frazionare il latifondo e coltivare la terra in maniera più intensiva. Dopo aver descritto l’ambiente economico e agrario del territorio modicano, diviso in due zone — l’altipiano e la zona marittima — con caratteristiche e potenzialità differenti, Calabrese analizzava la distribuzione della superficie catastale tra privati, demanio ed enti ecclesiastici, i vari tipi di colture e il frazionamento della proprietà terriera, basandosi sulla elaborazione dei dati catastali del 1911 relativi a quasi 7 mila ditte. Lo studio evidenziava una notevole concentrazione della proprietà fondiaria. L’88,89% della popolazione non possedeva né terre né fabbricati rurali, il 3,69% possedeva solo un fabbricato rurale, mentre il 7,42% era proprietaria della totalità dei terreni. Tra i proprietari vi erano situazioni assai differenziate: basti pensare che lo 0,63% controllava da solo il 66,85% della superficie coltivabile con appezzamenti di terra che talvolta superavano i cento ettari di estensione. Ciò significava che il restante 6,79% possedeva appezzamenti di terra troppo piccoli per essere redditizi. «Mentre migliaia di persone — scriveva — vivono del lavoro dei campi e vi dedicano un lavoro mercenario, senza affezione e senza interesse perché costretti a essere raminghi di terra in terra con lo spettro della disoccupazione e con la preoccupazione avvilente dell’oggi pel domani, la proprietà terriera è solamente del 7,42% della popolazione. E non basta, in questa così bassa percentuale, c’è da una parte una pletora di piccoli coltivatori, diretti o affittuari, […] che possiede 1/3 della superficie coltivata […] e dall’altra solo il 0,63% che possiede i 2/3 della superficie coltivata». Alla luce di questi dati, Calabrese svolgeva alcune considerazioni di ordine sociale ed economico. La situazione del modicano era migliore di quella di altre aree dell’isola, dove la concentrazione della proprietà toccava percentualialtissime (le aree del latifondo nella Sicilia centrale). Ma tale sperequazione si ripercuoteva negativamente sulle condizioni sociali ed economiche della popolazione agricola, costretta a vivere nel limbo del bracciantato. Molti erano i modicani che andavano a spigolare nelle altre province dell’isola. Da qui la necessità di avviare un’opera di trasformazione fondiaria, con la bonifica integrale delle aree paludose e la costruzione di borghi rurali.

Un’altra importante monografia è La razza bovina modicana e il suo miglioramento nel suo habitat naturale di allevamento (Modica, tip. Fratelli Tranchino, 1932). Lo studio, dedicato all’onorevole Filippo Pennavaria, descriveva l’origine e le caratteristiche morfologico-funzionali della sottorazza bovina modicana. Dal punto di vista agronomico, la razza modicana presentava caratteristiche peculiari, come la spiccata rusticità, la notevole capacità di adattamento a terreni aridi o semi-aridi e a regimi foraggeri poveri, tipici dell’altopiano ibleo. La “Modicana”, a differenza delle razze nord-europee, era perfettamente a suo agio nel clima arido delle zone collinari siciliane. Essa, inoltre, era storicamente una razza da lavoro e da latte. L’adattamento al territorio, la produttività ne facevano una preziosa risorsa in un’ottica autarchica. Calabrese evidenziava i criteri e i metodi (tipo di alimentazione, risorse foraggere, selezione genetica, ecc…) che gli allevatori avrebbero dovuto seguire per ottenere un miglioramento della “Modicana”, sotto il profilo quantitativo e qualitativo della produzione di latte. A tal fine, Calabrese auspicava la creazione di scuole atte a istruire gli allevatori, l’istituzione di un’anagrafe genealogica e la costituzione di centri speciali di allevamento per riproduttori miglioratori. Il volume conteneva numerose tabelle di dati zoo-metrici e tavole fotografiche. Lo studio colmava una lacuna, poiché a un trentennio dai lavori di Colsio Brighetti, i bovini modicani non erano stati oggetto di studio e di interesse scientifico. La riflessione dell’agronomo, inoltre, non si limitava alla valorizzazione della razza modicana nel suo territorio d’origine (la Sicilia sud-orientale), ma contemplava anche la possibilità di estenderne la presenza ad altri territori della penisola italiana caratterizzati da condizioni ambientali simili. L’autore era consapevole del fatto che l’estensione di una razza autoctona ad altre zone avrebbe richiesto uno studio preliminare dei rischi di ibridazione con le popolazioni bovine locali e sollecitava, pertanto, gli enti di ricerca agraria dell’epoca (come la Stazione Sperimentale di Zootecnia di Roma) a prendere in esame tale eventualità. Essa si inscriveva perfettamente nella logica del miglioramento genetico applicato su scala nazionale che il regime fascista andava promuovendo attraverso la “Battaglia della Zootecnia” (avviata intorno al 1930). L’ideale autarchico imponeva di massimizzare l’utilizzo delle risorse zootecniche autoctone, riducendo al minimo la dipendenza da razze straniere.

Negli anni Trenta svolse un’intensa attività pubblicistica, collaborando con periodici a carattere economico come «Il coltivatore siciliano» (organo della cattedra ambulante di Agricoltura di Catania), «Il buon fattore» (pubblicato a Siracusa dalla locale cattedra ambulante di Agricoltura), la «Rassegna Economica» (bollettino del Consiglio provinciale per l’economia di Ragusa), ma anche con giornali d’opinione come «La vedetta iblea», organo della Federazione Fascista di Ragusa. Per diversi anni fu vicepresidente della Sezione Agricola e Forestale. In questa veste promosse la «propaganda silvana», il rimboschimento del territorio e la coscienza forestale. In particolare, Calabrese sostenne la funzione boschiva dei carrubeti contro l’opera distruttiva dei proprietari, preoccupati dalla crisi del prezzo delle carrube. I carrubi, infatti, allignavano anche su superfici «tignose, nude e quasi sterili inutilizzabili con qualsiasi coltura»(G. Calabrese, Itinerari di attività forestale in provincia di Ragusa, in «Rassegna Economica», n. 6/1937, p. 15).

Piantò, tra l’altro, oltre un centinaio tra eucalipti, pseudo-acacie e piante ornamentali lungo le strade di Modica, creando «cellule di silvicoltura». Si occupò del rimboschimento del fondo Biddini, nella Valle dell’Acate-Dirillo. Il fondo, di proprietà del barone Scrofani, aveva una superficie di circa 28 ettari dove furono piantati eucalipti, robinie e sughereti. Calabrese fu interprete a livello locale e provinciale dei temi nazionali dell’autarchia economica e del ruralismo fascista. Si occupò della lotta alla malaria («Rassegna Economica», n.2/1933), del mercato granario («Rassegna Economica», n.7–8/1933 e n. 8/1936), della produzione e del commercio viti-vinicolo nella provincia di Ragusa («Rassegna Economica», n. 12/1934 e n. 1/1935) e in seguito dell’assalto al latifondo. Incoraggiò lo sviluppo della bachicoltura nelle campagne iblee. La gelsi-bachicoltura era una delle tante tradizioni della costa orientale della Sicilia: fino alla prima metà dell’Ottocento ebbe un’importanza notevole; poi scomparve a causa di infezioni parassitarie (pebrina) e della crisi serica. L’autore sosteneva la convenienza e l’opportunità dell’allevamento del baco nella provincia di Ragusa, poiché tale industria era in armonia con le «opportunità sussidiarie dell’agricoltura nostra», con le «possibilità d’impiego lavorativo della nostra gente rurale» e con la «comodità di cui si dispone nelle nostre campagne» (Gelsi — Bachicoltura, in «Rassegna Economica», n. 4/1935 p.8).

Tra gli altri scritti, vanno ricordati Il problema della crisi delle carrube, pubblicato nel 1931 sulla rivista «Il buon fattore» e La distruzione obbligatoria dell’orobanca nella coltivazione di fave, apparso sulla «Rassegna economica» nel 1933. Questo studio, in particolare, affrontava un problema assai sentito dalla popolazione locale. Le orobanche (note anche come “lupa”) erano piante parassite della fava — spesso alla base della dieta dei contadini iblei — che attaccavano la leguminosa, arrecando grossi danni alla produzione. Altri articoli apparvero sul «Bollettino del Consiglio provinciale dell’economia corporativa» di Ragusa.

Esula dalla produzione scientifica, infine, il poemetto satirico in rime dantesche Don Piddu Fanfarra: l’omu chi scatinò la caristia (Palermo, Scuola tip. Boccone del povero, 1933), un divertissement in versi dialettali sulle cattive prassi agricole. Nel dopoguerra collaborò con il «Giornale di Sicilia» e il «Corriere trapanese». Attivo nel Sindacato provinciale tecnici agricoli (1935–38), nel 1946, in seguito all’epurazione dei dirigenti di nomina fascista dagli uffici provinciali, Calabrese fu trasferito all’Ispettorato provinciale dell’agricoltura di Trapani, dove rimase fino alla morte, avvenuta il 22 giugno 1952, a soli 47 anni.


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