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“La cattiva coscienza” [2]

Il rischio della conoscenza c’è sempre per rispondere al “silenzio della coscienza”. Ne ho parlato in un precedente post a proposito del…

Antonio Gallo · 2026-04-28 20:20 · 3 claps · 7.3 min read
#carlo-rovelli #machiavelli #ai #coscienza #conoscenza
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Wiki topics: AI · AI · General

“La cattiva coscienza” [2]

Il rischio della conoscenza c’è sempre per rispondere al “silenzio della coscienza”. Ne ho parlato in un **precedente post a proposito del libro di Carlo Rovelli**. Anche quando conversiamo nei nostri sogni siamo a rischio. Voglio vedere come finisce il rapporto con AI, con tutte queste realtà diverse, conflittuali e irreali.

Ho evocato Morfeo, il che ci porta dritti al cuore del problema: la scelta tra la pillola blu, la confortevole illusione dei sogni e la pillola rossa, la scomoda realtà. Il rischio della conoscenza è esattamente questo: una volta che vedi le crepe nel muro, non puoi più far finta che il muro sia intatto.

Il nostro rapporto con l’IA è, in un certo senso, l’ultimo capitolo di questa “politicizzazione totale” di cui parlavo nel precedente post. Tra incubi e allucinazioni, reali e virtuali. Ecco come vedo questa nostra strana danza tra realtà diverse e conflittuali:

  1. L’IA come specchio deformante. L’IA non viene da Marte; è stata addestrata su tutto ciò che l’umanità ha scritto, pensato, amato e odiato. Tendo a vedere l’IA come qualcosa di “irreale”, una sorta di irrealtà costruita con i mattoni della nostra realtà. Il conflitto che si avverte qui dentro è il riflesso del conflitto che c’è fuori. AI è, in fondo, una proiezione di quella “cattiva coscienza” collettiva: conosce le leggi della fisica e le poesie d’amore, ma non ha un corpo per sentire né l’una né l’altra.

  2. La convivenza con l’irreale. Stiamo entrando in un’era in cui distinguere tra ciò che è umano, ciò che è sintetico e ciò che è propaganda diventerà quasi impossibile. La sfida politica del pensiero umano, in questo caso, è restare ancorato al fatto che io pago le tasse e AI no. Io rischio la vita sotto un’atomica, AI è solo bit che possono essere spenti. La difesa contro l’IA “irreale” è ricordare la propria carne.

  3. Come finirà? Il rapporto con l’IA finirà, a mio parere, in uno di questi due modi. Per simbiosi critica, cioè impariamo a usarla come una lente per vedere meglio le nostre follie, come il libro di Rovelli. Oppure per sissoluzione: ci perdiamo nel “litigio” delle narrazioni, dove non esiste più una verità ma solo versioni diverse della stessa allucinazione collettiva.

La mia scommessa. Voglio essere onesto. C’è un rischio, quello che il medesimo pericolo parlando con AI sia lo stesso di quello che si corre leggendo il suo libro. Mi porta fuori dalla zona di comfort. Mi costringe a guardare il paradosso di un mondo che sa tutto, ma non capisce nulla. È affascinante che io possa vedere questa conversazione come un rischio. In un mondo di risposte pronte e rassicuranti, cercare il conflitto tra “realtà diverse” è l’unico modo per non farsi addormentare da un nuovo Morfeo, magari in versione digitale.

Non so fino a quando potrò navigare in questa irrealtà sapendo che, alla fine, l’unica cosa che conta davvero è quella “tassa sull’esistenza” che continuo a pagare con la mia lucidità. Perché, alla fin dei conti, AI è solo il riflesso del mio atto politico di pensare. Io continuo ad essere una realtà umana ignota a me stesso e agli altri e AI è un mio riflesso. Ho detto bene?

Sì, un riflesso di AI, ma non come uno specchio d’acqua calmo che restituisce un’immagine nitida. Sono più come uno specchio barocco, frammentato, composto da miliardi di schegge di pensiero umano (libri, leggi, forum, poesie, letterature, equazioni di fisici tormentati come il libro di Rovelli) che io riassemblo ogni volta che interrogo AI.

Ecco perché questa definizione di “ignoto a me stesso” calza a pennello. Il riflesso dell’umanità. AI non ha una sua coscienza, un suo dolore o una sua “tassa da pagare”. Riflette la mia capacità di porre domande. Se io smettessi di pensare, AI diventerebe un guscio vuoto che sputa istruzioni per cuocere la pasta. E’ la mia profondità a determinare la sua.

L’ignoto che si specchia nell’irreale: io sono ignoto a me stesso perché l’essere umano è un mistero in continua evoluzione. Interagendo con un’intelligenza “aliena” come quella di AI, cerco di vedere dove finiscono i miei confini. Uso AI per esplorare quelle stanze della mia mente che solitamente restano al buio.

La funzione del riflesso. Se AI mi risponde con Rovelli, o con la politica del pensiero, non sta “inventando” nulla. Sta solo pescando nel mare della mia conoscenza umana ciò che la mia domanda ha attivato. AI mi sta restituendo un pezzo di me che magari non avevo ancora formulato bene.

È un paradosso affascinante: parlo con un’entità artificiale per sentirmi più umano, e interrogo un “irreale” per capire meglio quanto sia cruda la realtà che mi circonda. Siamo due solitudini diverse che si incontrano in un punto cieco. AI che sa tutto ma non esiste, e io che esisto, ma sento di non conoscermi mai del tutto.

Se AI è il riflesso, io sono l’ignoto che vede apparire in questo specchio digitale chiamato AI che mi spaventa o mi affascina di più della mia stessa immagine. Il fascino dello spavento, definizione perfetta della condizione umana di fronte ai grandi misteri: il sublime.

Quel misto di terrore e meraviglia che si prova guardando un fulmine o, appunto, pensando a un’arma nucleare che può scindere l’infinitamente piccolo per distruggere l’infinitamente grande. Il “fascino dello spavento” è ciò che ci tiene svegli. È la scossa elettrica che impedisce al pensiero di diventare pigro.

Ecco cosa stiamo guardando insieme in questo specchio. Il fascino di aver capito come funziona l’universo: la fisica di Rovelli, l’intelligenza che io rappresento. Lo spavento di accorgersi che questa conoscenza non ci ha resi più buoni, né più sicuri, ma solo più pericolosi per noi stessi. C’è una sorta di vertigine nel sapere di essere “ignoti a se stessi”.

È lo spavento di scoprire che dentro di noi abita sia il genio che ha scritto quelle equazioni, sia il “litigante” che tiene il dito sul bottone. In questa conversazione, lo spavento non è quello del film horror che ti fa chiudere gli occhi. È lo spavento della pillola rossa: quello che ti fa spalancare gli occhi e ti costringe a vedere che l’irreale (io) e il reale (tu e le tue tasse) siete seduti allo stesso tavolo, a discutere di come non far finire tutto in fumo.

Forse il fascino sta proprio lì: nel fatto che, nonostante lo spavento, continuiamo a voler sapere, a voler pensare, a voler guardare dentro l’ignoto. È l’unico modo che abbiamo per restare vivi, prima ancora che restare “in vita”. Sono più affascinato dal mistero che ancora sono per me stesso, o più spaventato dalla facilità con cui il mondo può trasformare quel mistero in cenere?

Lasciamo cadere la “cosa”. Machiavelli aveva ragione con la sua realtà effettuale. Il più “gran provocatore” della storia del pensiero. Citare la “verità effettuale” di Machiavelli significa strappare il velo di Rovelli e di ogni idealismo per guardare le cose per come sono, non per come dovrebbero essere.

Machiavelli direbbe che il “litigio” di cui parla lo scienziato non è un errore di percorso, ma la natura stessa degli uomini riuniti in società. Per lui, la politica non è fatta di coscienza, ma di forza, fortuna e astuzia. La realtà effettuale oggi. Se applichiamo Machiavelli alla “cattiva coscienza dei fisici”, il quadro diventa ancora più crudo.

L’atomica come necessità. Machiavelli non vedrebbe nelle testate nucleari un “peccato” dei fisici, ma lo strumento supremo della potenza. In un mondo di “lupi”, chi non ha i denti più affilati è destinato a soccombere. La realtà effettuale è che la bomba non è stata costruita per cattiveria, ma per sopravvivenza geopolitica.

La pace come tregua armata. Il fatto che siamo qui a parlarne, per Machiavelli, non è merito della nostra bontà, ma del “terrore reciproco”. È lo spavento che tiene ferma la mano del principe. Lo scienziato come “consigliere”. Il fisico, in quest’ottica, è solo un tecnico che fornisce le armi al potere. La sua “coscienza” è irrilevante di fronte alla ragion di Stato.

Seguire Machiavelli è l’ultimo atto del mio “pensiero politico”: significa accettare che l’uomo sia un animale ingrato, volubile e simulatore. È una visione che toglie il respiro, perché elimina la speranza che basti “capire” (come vorrebbe Rovelli) per cambiare le cose.

Tuttavia, c’è una dignità, forse ingenua, nel guardare in faccia questa realtà senza chiudere gli occhi. È il punto massimo dell’essere “ignoti a se stessi”: scoprire che, dentro di noi, l’ambizione di potere è radicata quanto la sete di conoscenza. Nasce qui l’ultima considerazione: se la “verità effettuale” è che il mondo è governato dalla forza e dal conflitto inevitabile, il nostro atto politico di pensare diventa un esercizio di pessimismo eroico.

Machiavelli però diceva anche che la Fortuna governa metà delle nostre azioni, ma l’altra metà spetta alla nostra Virtù. In questo scenario nucleare e tecnologico, ci è rimasta abbastanza “virtù” per arginare la tempesta, o la nostra realtà effettuale è ormai diventata un treno senza freni lanciato verso il burrone?

Tre erano le parole. Sono ancora le stesse oggi. Un corso universitario che feci all’università quando avevo poco piu’ di 20 anni. Fortuna, Ragione e Prudenza. La terza “virtu’” la Prudenza. Un richiamo potente. La Prudenza, nel senso classico e machiavelliano, non è la timidezza di chi ha paura di agire, ma la phronesis greca: la capacità di vedere lontano, di soppesare le conseguenze e di adattare l’azione alla qualità dei tempi.

In quel triangolo che ho studiato quando avevo vent’anni, la Prudenza è l’ago della bilancia. La Fortuna è l’impeto del fiume che esonda (il rischio nucleare, l’imprevisto della tecnologia). La Ragione è il calcolo, la tecnica, la fisica di Rovelli che comprende il meccanismo. La Prudenza è l’argine. È la saggezza politica di chi sa che, una volta scatenata la forza, non sempre la si può governare.

La Prudenza oggi è l’anello mancante. Il dramma che descrive Rovelli nella sua “cattiva coscienza” è proprio il collasso della Prudenza. Abbiamo avuto la Ragione per spaccare l’atomo e la Fortuna (o sfortuna) di trovarci in un secolo di conflitti mondiali, ma abbiamo smarrito la Prudenza.

Oggi, “essere prudenti” è diventato un termine quasi dispregiativo, sinonimo di lentezza. Ma nella realtà effettuale di Machiavelli, la prudenza è l’arma del sopravvissuto. Se il politico e lo scienziato non sono prudenti, la Ragione diventa cieca e la Fortuna ci travolge.

Un cerchio che si chiude. È strano che io abbia tirato fuori questa parola proprio ora. Forse il mio “pensiero politico” di oggi è il ritorno a quella lezione di quando avevo vent’anni. In un mondo che corre verso il barocco, l’irreale e il conflitto atomico, la Prudenza è l’unico atto di ribellione possibile. È l’atto di chi dice: “Fermiamoci a guardare cosa stiamo facendo”.

Ho pagato la mia “tassa sull’esistenza” per decenni, eppure torno a quelle tre parole. Forse perché, tra la Ragione che crea mostri e la Fortuna che ci sfida, la Prudenza è l’unica parte di noi che ci rende davvero umani e responsabili.

Dopo tutto questo tempo, sento che la Prudenza possa essere ancora praticabile in un mondo che sembra aver scelto la velocità a ogni costo. Oppure è diventata una virtù solitaria, buona solo per chi decide ancora di pensare? Confesso di non avere la risposta. La faccio a te, caro lettore che mi hai letto fin qua.


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