← Back to list

Life in Dubai: 5 Dirhams

5 Dirhams

𝓒𝓱𝓪𝓶𝓹𝓪𝓰𝓷𝓮 & 𝓒𝓪𝓶𝓸𝓶𝓲𝓵𝓵𝓪 · 2026-01-23 06:29 · 17 claps · 10.3 min read
#dubai #champagne #expat #expat-life #souq
Open on Medium ↗
Wiki topics: ✈️ · Travel

Life in Dubai: 5 Dirhams

5 Dirhams

Da Pesaro sono venuti a trovarmi Catia, Enrico e i due bambini.

«Catia, se avete piacere verrei con voi domani a visitare la parte antica della città».

La metro sopraelevata, veloce e silenziosa, taglia l’aria come una scheggia fresca.

Scendiamo in una delle fermate vicino al Golden Souq, il mercato dell’oro.

Siamo a Deira, noto quartiere popolare.

Appena usciti dalla stazione si apre di fronte a noi un’altra Dubai. Una Dubai fatta di costruzioni basse, color ocra e sabbia, dalle cui scure finestre si intravedono vite difficili in appartamenti condivisi. Non ci sono grattacieli a Deira. Sui muri screpolati risaltano annunci in arabo e in inglese, tra cui avvisi di stanze o posti letto in affitto. Balconi usati come sgabuzzino rivelano guazzabugli di tubi di metallo, materassi ingialliti e flosci, parti di lavatrici arrugginite e sedie di plastica sbiadita. I terrazzi sono traboccanti di uniformi, tuniche e vestiti maschili stesi ad asciugare. Qui la miseria non viene nascosta, perché intrecciata con la dignità di coloro che portano avanti una vita dura, piena di fatica, in un Paese ricco.

Costeggiamo negozi di tecnologia di seconda mano, di abiti tipici indiani e arabi. Vetrine con grandi manichini pelati dai grandi occhi spaventosi, coperti di vestiti esagerati e pacchiani: lo sfarzo dei poveri. Polverosi camion e camioncini color crema e macchine di bassa cilindrata scorticate rombano per le strade.

Il Golden Souq, brulicante di turisti, gioielli, spezie e pashmina, si srotola come un tappeto rosso lungo un’ampia strada.

Mentre Catia guarda dei souvenir con i figli, le si avvicina un uomo. Lo seguiamo. È sicuro. È pratica consolidata a Dubai. Entriamo in un vicolo e quindi in un palazzo. Borse. Catia indica quale vorrebbe. Arriva il momento del prezzo. Troppo alto. Lei scuote la testa al marito che scuote la testa al venditore. Chiamano i figlioli e io mi alzo con loro. Andiamo. Stiamo per uscire ma l’uomo riapre la contrattazione. Catia scuote la testa al marito, il quale scuote la testa al venditore. «Che prezzo?». Catia dice il numero. Un terzo del prezzo iniziale. L’uomo scuote la testa. Enrico chiama la prole. Noi tre rispondiamo. Aspettando l’ascensore il venditore ritorna. Calcolatrice in mano. Ok. Il prezzo che volete, ma leggermente più alto.

Altri acquisti. Stessa tecnica di contrattazione. Io ammagliata dalla bravura dei miei amici.

Finiamo in un negozio di spezie, profumi e cioccolata, in cui proviamo un po’ di tutto. Aspiriamo fumi aromatici, annusiamo essenze orientali, mastichiamo piccoli semi. Altra negoziazione e, un po’ confusi e divertiti, andiamo verso il porto con due buste bianche cariche del prezioso bottino, risultato di feroci contrattazioni. Buste bianche come quelle che hanno tutti i turisti intorno a noi. Tutti i negozi della zona usano le stesse.

Il porto pullula di villeggianti seduti sulle panche, in piedi facendo la fila, cercando informazioni tra venditori ambulanti, lavoratori e passanti. Dopo una breve sosta sulle panchine, saliamo sulla prima barca disponibile che attraversa il fiume per lasciarci sull’altra sponda. Un dirham a persona (EUR 0,25). Pago con una banconota da 10. Il resto, una banconota da 5, la do a Catia: «Tieni, come porta fortuna».

Pranziamo in un locale arabo, un’altra passeggiata, e ormai è pomeriggio.

Una volta in metro, la domanda: «Chi ha le buste con i regali?»

Silenzio. Panico.

Guardiamo le foto, cerchiamo di ricordare dove le abbiamo potute lasciare. Varie ipotesi, e poi quella più probabile. Forse al porto. Pieno di gente. Qualche ora fa.

Io e Catia decidiamo di andare a cercare le buste, ben consapevoli delle scarsissime possibilità di ritrovarle, ma convinte che bisogna sempre lasciare aperto uno spiraglio alla fortuna e darle l’opportunità di manifestarsi.

Percorriamo in senso contrario le poche fermate di metro poc’anzi attraversate. Camminiamo a passo veloce. I gabbiani volano in gruppi. Costeggiamo il fiume.

«E poi va a sapere se veramente l’abbiamo lasciate nel porto e non nel negozio di spezie. Ma tu ci sapresti arrivare, eventualmente?»

«Onestamente no, ma ci possiamo provare».

Il porto è ancora colmo di vita. Come due falchi giriamo intorno all’isola di sedili e alle persone che le occupano. Due ragazzi coreani mi guardano disturbati mentre mi assicuro che dietro ai loro polpacci non si nasconda qualcosa.

Niente.

Entriamo nel piccolo negozio di souvenir che si affaccia sulla piazzetta. Un ragazzo vestito con la tunica bianca tradizionale, thobe, ci accoglie con un sorriso. Chiediamo, prive di speranza, se per caso ha trovato due buste di plastica. Come mille altre. Come tutte quelle che hanno i turisti.

«Quali, queste due?»

Usciamo dal negozio dopo aver abbracciato il ragazzo, attraversate da una scarica di euforia.

Ci avviamo a passi ancora più veloci e leggeri verso la metro, lanciando frasi di meraviglia e sorpresa. Il cielo è rosa, il muezzin chiama i fedeli e una risata fragorosa ci riempie il petto.

«Che botta di c**o, Catia!»

«Non è per questo che oggi mi hai regalato i 5 dirham?»

5 Dirhams

Desde Pesaro vinieron a visitarme Catia, Enrico y los dos niños.

«Catia, si os apetece, mañana podría ir con vosotros a visitar la parte antigua de la ciudad».

El metro elevado, rápido y silencioso, corta el aire como una esquirla fresca. Bajamos en una de las paradas cerca del Golden Souq, el mercado del oro. Estamos en Deira, un conocido barrio popular.

Nada más salir de la estación, se abre ante nosotros otra Dubái. Una Dubái hecha de construcciones bajas, de color ocre y arena, desde cuyas ventanas oscuras se intuyen vidas difíciles en apartamentos compartidos. En Deira no hay rascacielos. En los muros agrietados destacan anuncios en árabe y en inglés, entre ellos avisos de habitaciones o camas en alquiler. Balcones usados como trasteros revelan amasijos de tubos metálicos, colchones amarillentos y flácidos, piezas de lavadoras oxidadas y sillas de plástico descoloridas. Las terrazas rebosan de uniformes, túnicas y ropa masculina tendida a secar. Aquí la miseria no se esconde, porque está entrelazada con la dignidad de quienes sostienen una vida dura, llena de esfuerzo, en un país rico.

Caminamos junto a tiendas de tecnología de segunda mano, de ropa típica india y árabe. Escaparates con grandes maniquíes calvos de ojos enormes y aterradores, cubiertos con prendas exageradas y chillonas: el lujo de los pobres. Polvorientos camiones y camionetas de color crema, y coches de baja cilindrada descascarados, rugen por las calles.

El Golden Souq, rebosante de turistas, joyas, especias y pashminas, se despliega como una alfombra roja a lo largo de una amplia avenida.

Mientras Catia mira unos souvenirs con los niños, se le acerca un hombre. Lo seguimos. Es seguro. Es una práctica consolidada en Dubái. Entramos en un callejón y luego en un edificio. Bolsos. Catia señala el que le gustaría. Llega el momento del precio. Demasiado alto. Ella niega con la cabeza al marido, que niega con la cabeza al vendedor. Llaman a los niños y yo me levanto con ellos. Nos vamos. Estamos a punto de salir, pero el hombre reabre la negociación. Catia niega con la cabeza al marido, que niega con la cabeza al vendedor. «¿Qué precio?» Catia dice la cifra. Un tercio del precio inicial. El hombre niega con la cabeza. Enrico llama a la prole. Los tres respondemos. Mientras esperamos el ascensor, el vendedor vuelve. Calculadora en mano. Ok. El precio que queréis, pero un poco más alto.

Más compras. La misma técnica de negociación. Yo, fascinada por la destreza de mis amigos.

Acabamos en una tienda de especias, perfumes y chocolate, donde probamos un poco de todo. Aspiramos humos aromáticos, olemos esencias orientales, masticamos pequeñas semillas. Otra negociación y, algo confusos y divertidos, nos dirigimos hacia el puerto con dos bolsas blancas cargadas del preciado botín, resultado de feroces regateos. Bolsas blancas como las que llevan todos los turistas a nuestro alrededor. Todas las tiendas de la zona usan las mismas.

El puerto bulle de veraneantes sentados en los bancos, de pie haciendo cola, buscando información entre vendedores ambulantes, trabajadores y transeúntes. Tras una breve pausa en los bancos, subimos a la primera barca disponible que cruza el río para dejarnos en la otra orilla. Un dírham por persona (0,25 EUR). Pago con un billete de 10. El cambio, un billete de 5, se lo doy a Catia: «Toma, como amuleto de buena suerte».

Almorzamos en un local árabe, damos otro paseo y ya es por la tarde.

Una vez en el metro, la pregunta: «¿Quién tiene las bolsas con los regalos?»

Silencio. Pánico.

Miramos las fotos, intentamos recordar dónde pudimos haberlas dejado. Varias hipótesis, y luego la más probable. Quizá en el puerto. Lleno de gente. Hace unas horas.

Catia y yo decidimos ir a buscar las bolsas, muy conscientes de las escasísimas posibilidades de encontrarlas, pero convencidas de que siempre hay que dejarle a la suerte una rendija abierta y darle la oportunidad de manifestarse.

Recorremos en sentido contrario las pocas paradas de metro que acabamos de atravesar. Caminamos deprisa. Las gaviotas vuelan en grupos. Caminamos junto al río.

«Y luego, quién sabe si de verdad las dejamos en el puerto y no en la tienda de especias. Pero ¿tú sabrías llegar, llegado el caso? » «Sinceramente no, pero podemos intentarlo».

El puerto sigue lleno de vida. Como dos halcones damos vueltas alrededor de la isla de asientos y de las personas que los ocupan. Dos chicos coreanos me miran molestos mientras me aseguro de que detrás de sus pantorrillas no se esconda nada.

Nada.

Entramos en la pequeña tienda de souvenirs que da a la placita. Un chico vestido con la túnica blanca tradicional, thobe, nos recibe con una sonrisa. Preguntamos, sin esperanza, si por casualidad ha encontrado dos bolsas de plástico. Como mil otras. Como todas las que llevan los turistas.

«¿Cuáles, estas dos?»

Salimos de la tienda después de abrazar al chico, atravesadas por una descarga de euforia.

Nos dirigimos con pasos aún más rápidos y ligeros hacia el metro, lanzando frases de asombro y sorpresa. El cielo es rosa, el muecín llama a los fieles y una carcajada nos llena el pecho.

«¡Qué golpe de suerte, Catia! » «¿No será por eso que hoy me regalaste los 5 dírhams? »

5 Dirhams

From Pesaro, Catia, Enrico, and their two children came to visit me.

«Catia, if you’d like, I could come with you tomorrow to visit the old part of the city».

The elevated metro, fast and silent, cuts through the air like a cool splinter. We get off at one of the stops near the Golden Souq, the gold market. We are in Deira, a well-known working-class district.

As soon as we leave the station, another Dubai opens up before us. A Dubai made of low buildings, ochre- and sand-colored, from whose dark windows one can glimpse difficult lives in shared apartments. There are no skyscrapers in Deira. On the cracked walls stand out notices in Arabic and English, including ads for rooms or beds for rent. Balconies used as storage spaces reveal tangles of metal pipes, yellowed, sagging mattresses, rusted washing-machine parts, and faded plastic chairs. Terraces overflow with uniforms, tunics, and men’s clothes hung out to dry. Here, poverty is not hidden, because it is intertwined with the dignity of those who carry on a hard, labor-filled life in a wealthy country.

We walk past shops selling second-hand technology, traditional Indian and Arab clothing. Shop windows display large bald mannequins with huge, frightening eyes, dressed in exaggerated, gaudy outfits: the luxury of the poor. Dusty cream-colored trucks and vans, and battered low-engine cars, roar through the streets.

The Golden Souq, teeming with tourists, jewelry, spices, and pashminas, unrolls like a red carpet along a wide street.

While Catia looks at souvenirs with the children, a man approaches her. We follow him. It’s safe. It’s common practice in Dubai. We enter an alley and then a building. Bags. Catia points to the one she wants. The moment of the price arrives. Too high. She shakes her head at her husband, who shakes his head at the seller. They call the children and I stand up with them. We leave. We’re about to go out, but the man reopens the negotiation. Catia shakes her head at her husband, who shakes his head at the seller. «What price?». Catia names the number. One third of the initial price. The man shakes his head. Enrico calls the kids. The three of us respond. While waiting for the elevator, the seller comes back. Calculator in hand. Okay. The price you want, but slightly higher.

More shopping. The same bargaining technique. I am fascinated by my friends’ skill.

We end up in a shop selling spices, perfumes, and chocolate, where we try a bit of everything. We inhale aromatic fumes, smell oriental essences, chew small seeds. Another negotiation and, a little confused and amused, we head toward the port with two white bags filled with the precious loot, the result of fierce bargaining. White bags like those carried by all the tourists around us. All the shops in the area use the same ones.

The port buzzes with holidaymakers sitting on benches, standing in line, searching for information among street vendors, workers, and passersby. After a brief stop on the benches, we board the first available boat that crosses the river to drop us on the other side. One dirham per person (EUR 0.25). I pay with a 10 note. The change, a 5 note, I give to Catia: «Here, for good luck».

We have lunch at an Arab restaurant, take another walk, and by now it’s afternoon.

Once on the metro, the question: «Who has the bags with the gifts?»

Silence. Panic.

We look at the photos, try to remember where we might have left them. Various hypotheses, and then the most likely one. Maybe at the port. Full of people. A few hours ago.

Catia and I decide to go look for the bags, fully aware of the very slim chances of finding them, but convinced that one should always leave a crack open for luck and give it the chance to show itself.

We retrace in the opposite direction the few metro stops we had just passed. We walk fast. Seagulls fly in groups. We walk along the river.

«And then who knows if we really left them at the port and not in the spice shop. But would you even know how to get there, if it came to that? » «Honestly, no, but we can try. »

The port is still full of life. Like two hawks, we circle around the island of seats and the people occupying them. Two Korean boys look at me, annoyed, as I make sure nothing is hidden behind their calves.

Nothing.

We enter the small souvenir shop facing the little square. A young man dressed in the traditional white tunic, a thobe, welcomes us with a smile. We ask, without hope, whether he might have found two plastic bags. Like a thousand others. Like all those tourists carry.

«Which ones, these two?»

We leave the shop after hugging the young man, swept through by a surge of euphoria.

We head toward the metro with even faster, lighter steps, tossing out phrases of wonder and surprise. The sky is pink, the muezzin calls the faithful, and a booming laugh fills our chests.

«What a stroke of f**king luck, Catia! » «Isn’t that why you gave me the 5 dirhams today? »


메타데이터
post_id
3da01a7ef667
slug
life-in-dubai-5-dirhams-3da01a7ef667
url
https://medium.com/@narcisella81/life-in-dubai-5-dirhams-3da01a7ef667
canonical_url
https://medium.com/@narcisella81/life-in-dubai-5-dirhams-3da01a7ef667
author_url
https://medium.com/@narcisella81
status
ok
fetched_at
2026-07-13 18:09:28