← Back to list

90: La Paura

Nelle ultime settimane mi è capitato di ragionare sulle mie paure.

Stefano De Rosa · 2026-02-13 15:21 · 1 claps · 2.2 min read
#paura #parole #crescita-personale #george-orwell #wittgenstein
Open on Medium ↗
Wiki topics: RAG · RAG & Retrieval

90: La Paura

Nelle ultime settimane mi è capitato di ragionare sulle mie paure.

Dei puntini nella mia testa si sono uniti e quello che state per leggere è il risultato.

Tutto è partito da un libro (Usa il Cervello del mitico Paolo Borzacchiello) e da una lezione di un Master che sto seguendo (Lezione di Business Ethics presso l’Ipe Business School).

Seduto in aula, mentre ragionavo con dei colleghi sul futuro e sui nostri timori professionali, la domanda mi è esplosa in testa, improvvisa: ma io, esattamente, di cosa ho paura?

Non parlo di paure banali (come quella degli uccelli che mi ha trasmesso la mia fidanzata…), quanto piuttosto di quella inconscia e angosciosa, che, forse, tutti abbiamo ma da cui tutti scappiamo.

Ho così scavato.

E la risposta che mi sono dato mi ha illuminato, in senso letterale: ha acceso un luce su ogni singola scelta presa negli ultimi anni.

Ho paura dell’ignoranza.

Ma attenzione, intendiamoci. Non ho paura di “non sapere le cose”. Non temo le lacune di tipo nozionistico e, i tuttologi, non esistono.

Ho paura dell’ignoranza perché è l’unica condizione che rende possibile il controllo. Temo l’ignoranza come mezzo, perché il fine che mi terrorizza è essere controllato.

Avete presente Winston Smith in 1984 di George Orwell? La sua paura più grande non era la tortura fisica, ma la Neolingua. Il Partito cancellava le parole perché se togli a un uomo la parola “libertà”, quell’uomo non potrà più nemmeno pensare al concetto di libertà.

Ecco, io ho il terrore di questo impoverimento. Ho paura di quella che Wittgenstein definiva la frontiera del pensiero:

*I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.*

Se il mio vocabolario si restringe, si restringe il mio mondo. La mia realtà diventa piccola. Asettica. Insipida.

Cosa significa pensare se non parlarsi?

Il pensiero è fatto di sintassi, di grammatica, di PAROLE. Se le perdo, perdo la capacità di articolare ragionamenti complessi. E perdo anche la capacità di dissentire.

Ho fame di parole e ragionamenti lunghi.

Forse vi sembrerà una paura naïf, quasi romantica. Ma non lo è.

La mia ricerca ossessiva di un equilibrio tra analogico e digitale, la passione per lo studio, l’essere “il tipo che fa domande”, la mia curiosità disperata, la re-iscrizione all’università, la startup, questi stessi articoli, sono le mie difese contro questa paura.

A volte mi sento bloccato in un film di Sorrentino, nel senso che ricerco compulsivamente quella risposta appunto sorrentiniana, quella “parola giusta”, quella sfumatura estetica che dà senso alla realtà per non cadere nel banale.

Perché lo faccio? Per non essere controllato.

Controllato da chi? Dai tecnocrati? Dagli algoritmi che anticipano i miei pensieri prima ancora che li formuli?

Come è stato definito… Tecnofeudalesimo? Chiamiamolo pure così.

È la paura di diventare un ingranaggio che funziona ma non capisce.

Forse è tutto un auto-inganno.

Forse voglio semplicemente convincermi di saper ancora ragionare.

Voglio dimostrare a me stesso di possedere quel famigerato critical thinking di cui tutti parlano oggi.

Non voglio essere ignorante perché l’ignorante non ha scelta.

E io voglio poter scegliere le mie parole e quindi i miei pensieri, fino all’ultima sillaba.

Alcuni approfondimenti

https://www.sfi.it/archiviosfi/cf/cf14/articoli/brega/2quadro%20teorico.htm

https://www.pangea.news/george-orwell-neolingua-politica/


메타데이터
post_id
3eb7d0ddeced
slug
90-la-paura-3eb7d0ddeced
url
https://medium.com/@stefano.derosa01/90-la-paura-3eb7d0ddeced
canonical_url
https://medium.com/@stefano.derosa01/90-la-paura-3eb7d0ddeced
author_url
https://medium.com/@stefano.derosa01
status
ok
fetched_at
2026-06-21 20:33:08