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La Medea ribaltata

Il nome Medea significa “colei che porta consiglio”. Allora perché, nell’immaginario collettivo, è pensata come una fattucchiera e…

Alice S. · 2022-04-15 13:22 · 0 claps · 3.0 min read
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La Medea ribaltata

Il nome Medea significa “colei che porta consiglio”. Allora perché, nell’immaginario collettivo, è pensata come una fattucchiera e un’infanticida?

Da questa domanda incomincia la ricerca di Christa Wolf, che indaga su questa figura della mitologia greca. Durante i suoi studi negli USA l’autrice tedesca scopre che anticamente Medea era un personaggio tutto sommato positivo; solo con la Tragedia di Euripide diventa la donna vendicativa e violenta che tutti conosciamo dai nostri studi scolastici. Il merito di Wolf è stato quello di disseppellire tali informazioni e interrogarsi sulla vicenda di questa donna capovolgendo completamente la narrazione drammatica euripidea, trasformando Medea da carnefice a vittima di un sistema che trova in lei il perfetto capro espiatorio a cui addossare tutte le colpe per le disgrazie che affliggono la città di Corinto.

LA FIGURA DI MEDEA E LE SUE NON-COLPE In questo retelling agli occhi dei corinzi le “colpe”, se così si possono definire, di Medea sono principalmente tre: è straniera (originaria della Colchide e rifugiata a Corinto); è donna; e soprattutto è una donna forte, sicura di sé e sempre alla ricerca della verità.

La ricerca della verità E’ proprio la ricerca della verità su Corinto che spingerà Medea in una spirale discendente, in cui passerà dall’essere una stimata guaritrice e moglie di Giasone ad essere praticamente abbandonata dal marito e calunniata sia dai corinzi, sia da alcuni degli abitanti della colchide. All’inizio dell’opera troviamo Medea che scopre lo scheletro di un bambino e capisce che il fasto e la prosperità di Corinto si fondano su un crimine. La ricerca della verità su questa atrocità sarà esattamente quello che la porterà a essere mal vista in una città in cui il potere, la grandezza e la ragione di stato giustificano qualsiasi crudeltà.

Essere donna Corinto e la Colchide non sono solo luoghi lontani nello spazio, ma anche nell’ideologia e nel pensiero, soprattutto per quanto riguarda le donne. Le donne di Colchide sono infatti forti, indipendenti, altere; camminano con la testa alta e non abbassano lo sguardo, a differenza delle donne di Corinto, che sono invece più assoggettate ai cittadini uomini, creando non pochi scontenti tra la popolazione e un ulteriore motivo per screditare Medea.

Essere profuga Un tema fondamentale dell’opera wolfiana è quello dell’integrazione, strettamente connesso a quello del femminismo. La differenza principale tra Corinto e la Colchide, infatti, è che la prima è una città basata su un sistema patriarcale, mentre la Colchide è di tipo matriarcale. I due sistemi non sono in grado di integrarsi, al punto che la tensione crescente che si avverte all’interno del romanzo sfocia alla fine (senza fare spoiler) in una violenza inaudita, che appartiene solo alla razionale Corinto, e non alla Colchide che è invece strettamente connessa con la natura ed è per questo forse più primitiva, ma sicuramente meno scabrosa e violenta.

LA STRUTTURA E LO STILE Come suggerisce il titolo, il romanzo adotta diversi punti di vista — sei, per la precisione, che danno diverse visioni della vicenda e al tempo stesso ci avvicinano verso lo sfacelo finale. Questa struttura è stata definita a “sguardi incrociati”, che concorrono tutti insieme a far comprendere lo svolgersi della vicenda e le diverse implicazioni delle azioni e delle conseguenze legate a Medea. Lo stile è certamente molto letterario, in certi punti ostico; ma ho trovato particolarmente riuscito l’utilizzo di scelte stilistiche differenti per esprimere i diversi punti di vista e caratteri dei diversi personaggi che parlano al lettore con, appunto, le loro voci.

COSA RIMANE I temi affrontati in quest’opera sono moltissimi, soprattutto se confrontati con l’esiguo numero di pagine del romanzo. Si parla delle differenze di genere e di femminismo; forse si parla ancora di più della mascolinità tossica e di quanto questa sia deleteria per la società. Si parla della giustificazione della violenza di stato. Si parla soprattutto delle ragioni che spingono una società a individuare nel diverso la causa di tutti i mali, e di come si giunga a sacrificarlo in nome di ciò che si ritiene sia il “bene comune”. La lettura di Christa Wolf è certamente impegnativa, ma la ricchezza e la profondità che permeano ogni pagina di quest’opera fanno sì che valga assolutamente la pena leggerla. Di capitolo in capitolo, le riflessioni che questo romanzo ispira ci ricordano quale sia uno dei grandi valori della letteratura: raccontare una storia per metterci di fronte alla realtà, senza dare risposte pronte ma facendo germogliare sempre nuove domande.

Giasone e Medea, J. W. Waterhouse, 1907 — particolare

Giasone e Medea, J. W. Waterhouse, 1907 — particolare


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