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Aspettando i barbari: perturbante, innocente, opaco Altro

Il titolo del romanzo di Coetzee, da cui è stato tratto un recente film, si ispira a una poesia di Konstantinos Kavafis. I barbari stanno…

Monica Vitali in Dioneo · 2021-04-17 13:02 · 0 claps · 4.5 min read
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Aspettando i barbari: perturbante, innocente, opaco Altro

Il titolo del romanzo di Coetzee, da cui è stato tratto un recente film, si ispira a una poesia di Konstantinos Kavafis. I barbari stanno arrivando, la popolazione aspetta, chiedendosi sotto quali leggi avrebbe dovuto vivere, come avrebbe potuto comunicare a un’orda senza eloquenza. Ma la notte passa e i barbari non arrivano: And some people arrived from the borders | and said that there are no longer any barbarians. | — And now what shall become of us without any barbarians? | Those people were some kind of solution.

Non c’è Impero senza barbari, senza l’invenzione dell’Altro — nemico, sottoposto, minaccia che unisce chi appartiene alla civiltà («Fatemi vedere un esercito di barbari e ci crederò»). In Coetzee le linee di contatto con i barbari sono essenzialmente due, ed entrambe presuppongono un’attenta lettura del corpo, dei suoi segni indecifrabili. La prima è la tortura dei prigionieri da parte del colonnello Joll, la seconda è la cura, con risvolti di stampo erotico, della donna barbara da parte del magistrato. Il narratore è infatti il magistrato di un avamposto alla frontiera dell’Impero — una tranquilla fortezza vicina al deserto, in un paesaggio simile per certi aspetti a quello de Il deserto dei Tartari. La ‘visita’ del colonnello inaugura un periodo di interrogatori e torture ai prigionieri barbari, ovvero poveri nomadi che vivevano nei territori vicini alle mura occupandosi di pesca e commercio. Si diffonde l’idea che i barbari vogliano invadere l’Impero — un’idea assurda che il magistrato semplicemente respinge, all’inizio quasi per abitudine. La sua protesta è inevitabile, come uno strascico inerte di chi ha vissuto da uomo e ormai, data anche l’età avanzata, non può smettere e non può più essere indottrinato. Non da eroe, quindi, accoglie in casa una ex prigioniera e mendicante barbara, resa quasi cieca dalle torture. La consuetudine con il suo corpo — pulito, accarezzato con oli, curato dalle ferite — turba le sue certezze, fino a quando deciderà di riportarla ‘a casa’, diventando a sua volta un traditore (torturato, vilipeso, umiliato).

Tornando alle due direzioni di contatto con i corpi altrui: per il colonnello Joll, l’Altro è una conferma dei propri pregiudizi, gli interrogatori funzionano solo quando arrivano all’ipotesi iniziale, sono veri solo quando asseriscono la ‘verità’ di Joll. La tortura si autogiustifica: essa porta alla confessione e la confessione rende a posteriori la tortura efficace. È quindi una denuncia verso tutti i regimi militari, verso le incarcerazioni ingiuste, le deportazioni delle minoranze, la segregazione razziale (Coetzee scrive nel Sudafrica dell’apartheid), i pregiudizi verso le popolazioni nomadi. La cornice del romanzo è universale, esistenziale, sospesa. Si aspetta una risposta dall’Altro e da Sé, una comunicazione, un’interferenza — un messaggio come ne Il deserto dei Tartari, che possa spezzare il muro. L’attesa di risposte, di stralci di risposte, si nota anche nel paziente studio delle rovine antiche da parte del magistrato. Anche quelli sono segni, difficili da interpretare come le cicatrici sul corpo della donna. I barbari non riescono ad avere una voce che si possa verbalizzare, tanto che, di fronte alla polizia, il magistrato si inventerà una traduzione personale delle parole nelle tavolette, fingendo che siano dei barbari, per immaginare le loro istanze e ciò che loro significano per lui: non è la storia dell’Altro, ma come la presenza dell’Altro possa essere usata dal ‘noi’, in negativo o in positivo, per inventare una minaccia o portare avanti una richiesta. La vera voce rimane al di là del muro, e l’unica comunione è il dolore («Il dolore è verità» «Lancio ancora il mio grido straziante […] — Sta chiamando i suoi amici barbari, — commenta qualcuno. — Quella che sentite è la lingua dei barbari –. Ridono»).

La storia con la ragazza si muove su questo solco. È un percorso di presa di coscienza, quasi di adorazione e compassione religiose, con tratti spiccatamente erotici ma con una problematizzazione del desiderio (che c’è solo in parte, che a volte si orienta verso un simbolo o un concetto, non verso la persona reale). Attraverso la cura e l’accoglienza dell’altro, il magistrato compie un cammino dalla colpa all’espiazione, rendendosi conto anche di cosa lo possa accomunare a Joll.

Perché io non ero, come mi piaceva credere, l’opposto indulgente ed edonista del gelido, rude colonnello. Ero la menzogna che l’Impero si racconta quando le cose vanno bene, e lui la verità che l’Impero dice quando comincia a soffiare vento di tempesta. Due facce dell’Impero, né più né meno.

Il magistrato non è esente da errori: usa un’ironia dai tratti maschilisti e razzisti, che presuppone un’idea di possesso ludico della donna («La gente dirà che tengo in casa due animali selvatici, una volpe e una donna»), e continua a chiedere morbosamente spiegazioni alla donna riguardo alle sue torture. Si avvicina però a un atteggiamento non giudicante («Dimmelo, — le vorrei dire, — non me lo nascondere, il dolore è dolore, nient’altro») e annaspando capisce che la pena e la pietà da sole possono diventare una pretesa di superiorità. Con pena e mansuetudine, accetta il viaggio di ritorno della donna e glielo propone come atto di non prevaricazione. Il magistrato non può diventare l’Altro: i barbari sono opachi, la stessa ragazza gli appariva come un blocco solido senza aperture (con la quale infatti durante la permanenza nella città non riesce ad avere rapporti sessuali), da osservare come un mistero.

Allora posso dire che è la donna tutta intera che voglio, che il piacere che mi viene da lei sarà incompleto finché quei segni non saranno del tutto scomparsi e lei non sarà tornata alla sua integrità, o non sono piuttosto (non sono stupido, lasciatemi dire queste cose) proprio quei segni che mi hanno attratto verso di lei? Segni che mi deludono perché non arrivano abbastanza a fondo? Troppo o troppo poco: è lei che voglio o le tracce di una storia scritta sul suo corpo?

Sia la donna barbara, nel suo essere ancorata alla rozza terra, sia la giovane prostituta, ragazza-piuma fremente come il vento della steppa, sono però alternative alla rigidità poliziesca, portatrici di una volontà e accoglienza diversa da quella del burocratico mondo maschile. È quindi un romanzo asciutto, preciso nei gesti, che siano ferite o rimarginazioni. Rappresenta varie forme di potere senza porsi come obiettivo una trattazione esplicita delle dinamiche di potere; non romanticizza la tortura rendendola eroica (chi la subisce, pensa solo ai bisogni fisici, fino a svilirsi); non traccia linee nette tra buono e cattivo, muovendosi tra le contraddizioni degli scambi reciproci, tra violenza e tenerezza.

Sdraiarmi a letto vicino a lei e addormentarmi oppure avvolgerla in un lenzuolo e seppellirla sotto la neve, mi sembra identico. Eppure quando mi chino su di lei e le sfioro la fronte con la punta delle dita, sto attento a non far gocciolare la cera.

Bibliografia

J. M. Coetzee, Aspettando i barbari, Einaudi, 2016.

Simona Micali, Aspettando i barbari. Conrad, Kafka, Coetzee, Between, 2017.


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