Barassi, V. (2021), “I figli dell’algoritmo”. Luiss University Press
Recensione a cura di Severi Cristina
Barassi, V. (2021), “I figli dell’algoritmo”. Luiss University Press
Recensione a cura di Severi Cristina

Fonte immagine: Pexels
Al giorno d’oggi, siamo costantemente circondati da algoritmi e immersi in ecosistemi di piattaforme che influenzano le nostre vite in modi spesso invisibili e indecifrabili. Dalla personalizzazione dei contenuti sui social media all’elaborazione di dati relativi alla nostra salute ed educazione, l’intelligenza artificiale sembra determinare ogni aspetto della nostra quotidianità. Un aspetto cruciale, in questo senso, è l’effetto di tali opache macchinazioni sulla vita delle nuove generazioni, e nello specifico dei bambini più piccoli, denominati non a caso ‘nativi digitali’. “I figli dell’algoritmo” di Veronica Barassi affronta questo tema sfruttando un approccio multidisciplinare per analizzare come i dati dei bambini vengano raccolti, tracciati e utilizzati da un sistema economico-tecnologico che ha ridefinito il concetto di privacy e controllo sociale. L’opera si pone come un invito alla riflessione, spingendo il lettore a interrogarsi sul ruolo della tecnologia nella vita quotidiana e sugli effetti a lungo termine di pratiche che spesso i genitori tendono a dare per scontate. L’autrice riesce a unire un’analisi dettagliata con un racconto personale che rende la lettura coinvolgente, condividendo le sue esperienze come madre e ricercatrice e sottolineando quanto la ‘datificazione’ sia penetrata nelle dinamiche quotidiane delle famiglie moderne. Nel 2016 l’autrice scoprì che Google aveva già iniziato a tracciare la sua gravidanza prima ancora che ne avesse parlato con la propria famiglia, a causa di alcune ricerche effettuate su app e siti web specializzati. In contrasto con tale osservazione, il ritrovamento di tracce fisiche della sua infanzia, come pagelle scolastiche e fotografie, spinge l’autrice a riflettere: “mentre i quaderni […] utilizzati da mia madre sono rimasti chiusi in un cassetto, i dati che i genitori condividono […] vengono tracciati e condivisi da una grande quantità di aziende a livello globale”¹. Tali constatazioni servono come punto di partenza per riflettere su quanto sia difficile proteggere i bambini da questo flusso incessante di dati².
L’autrice inizia il suo lavoro contestualizzando l’evoluzione storica del capitalismo digitale. Ripercorre gli anni Novanta, un decennio che ha visto l’ascesa di Internet e la nascita del ‘web 2.0’, ovvero quella fase in cui la rete si è trasformata da semplice mezzo di comunicazione a piattaforma interattiva. Questa transizione ha rappresentato un punto di svolta: le aziende tecnologiche hanno iniziato a raccogliere enormi quantità di dati personali, che sono diventati una delle risorse più preziose del nuovo sistema economico³.
Attraverso riferimenti a opere come “Il capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff, Barassi spiega come i dati personali abbiano assunto un valore economico cruciale. Parla nello specifico del concetto di ‘surplus comportamentale’, il “valore aggiunto dei nostri dati personali”, e di come esso “[sia] dato dal fatto che tutti i dati personali raccolti possono esser utilizzati per l’analisi predittiva o […] per evidenziare modelli comportamentali che […] dovrebbero consentire alle aziende non solo di interpretare i bisogni degli utenti, […] ma anche di ‘prevedere il futuro’ […] e influenzare i nostri comportamenti”⁴ ⁵ ⁶ ⁷.
Barassi pone anche particolare attenzione al legame tra il capitalismo digitale e le strutture di potere globali. Esamina come le grandi aziende tecnologiche abbiano sfruttato la deregulation economica degli anni Ottanta e Novanta per costruire modelli di business basati sulla raccolta massiva di dati: “[le nuove grandi imprese] si stavano velocemente imponendo in tutto il mondo, non solo dal punto di vista economico — distruggendo i loro competitors locali — , ma anche […] come ‘stile di vita’”⁸. Questo processo, strettamente legato alla globalizzazione, ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze sociali e alla progressiva perdita di controllo sui propri dati da parte degli individui⁹.
Uno dei punti più significativi del libro è la descrizione del processo di datificazione che coinvolge i bambini fin da prima della nascita. Barassi sottolinea come molte famiglie utilizzino app per monitorare la gravidanza, registrare i progressi dei neonati o gestire aspetti della vita familiare. Queste app, apparentemente innocue, raccolgono però enormi quantità di dati personali, che vengono poi condivisi con terze parti, venduti ad aziende pubblicitarie o utilizzati per costruire profili digitali dettagliati¹⁰.
L’autrice cita esempi concreti, come l’uso di app di tracciamento (es. BabyCenter) che monitorano la salute delle donne incinte o dei neonati. Questi strumenti aggregano informazioni che vanno dalle abitudini alimentari alle variazioni di peso, dalle ecografie alle preferenze di acquisto. Barassi mette in evidenza come queste pratiche non siano solo una questione di privacy, ma sollevino interrogativi più ampi sulla capacità delle aziende di influenzare e controllare aspetti fondamentali della vita umana¹¹.
Il fenomeno viene analizzato anche dal punto di vista delle emozioni, esplorando come la paura e l’ansia spingano i genitori a fare uso di queste tecnologie, spesso senza comprenderne appieno le implicazioni: durante un’intervista una madre ha affermato “di non essere molto interessata al problema dei dati che venivano raccolti su di lei e suo figlio, perché non riusciva a capire come [ciò] potesse avere davvero un impatto sulla loro vita”¹². Un altro esempio mostra invece la pervasività dei sistemi di sorveglianza: “un nuovo sistema […] avvisava tramite un’app ogni volta che veniva rilevato un movimento […]. Le loro bambine venivano così monitorate tutto il tempo”. Ma non erano solo loro ad essere sorvegliate: “Pochi minuti dopo ha suonato il campanello […] un signore […] le chiedeva di firmare un documento. […] ha ricevuto subito una chiamata da […] suo marito, che […] le chiedeva cosa avesse firmato”¹³. Questo tipo di analisi umanizza il problema, mostrando come la sorveglianza digitale si insinui nelle relazioni familiari a vari livelli¹⁴.
L’autrice mette poi in evidenza come la pandemia da COVID-19 abbia amplificato i rischi associati alla sorveglianza digitale: l’aumento dell’uso delle tecnologie online per la didattica a distanza, lo smartworking e la socializzazione ha accelerato l’invasione dei dispositivi digitali nella vita quotidiana delle famiglie. In questo contesto, le Big Tech, pur presentandosi come ‘salvatrici’ durante la crisi sanitaria, hanno ottenuto un accesso senza precedenti a settori cruciali della vita quotidiana, come l’educazione e la sanità¹⁵.
Barassi dedica una sezione del libro all’analisi dell’impatto che la raccolta di dati esercita sull’educazione e sulla sfera familiare. Le piattaforme di e-learning utilizzate nelle scuole, pur offrendo strumenti avanzati per la didattica, alimentano il fenomeno della datificazione dei bambini. L’autrice esplora come queste tecnologie possano influenzare la relazione tra insegnanti, studenti e genitori, creando dinamiche in cui il controllo e la valutazione algoritmica prevalgono sull’autentico sviluppo educativo¹⁶.
Una delle riflessioni più profonde di Barassi riguarda poi le implicazioni sociali ed etiche della raccolta di dati sui bambini. L’autrice evidenzia come questi dati non siano solo utilizzati per scopi commerciali, ma possano avere un impatto diretto sulle opportunità future dei bambini stessi: tali informazioni potrebbero essere usati per creare profili in grado di influenzarne il futuro in termini di accesso all’istruzione o al mondo del lavoro¹⁷.
L’aspetto più inquietante è l’uso dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi per prendere decisioni basate su tali dati. “[…] l’ingiustizia e il pregiudizio umano che ha sempre fatto parte dei sistemi burocratici si è trasferito nei bias e negli errori algoritmici dei sistemi di intelligenza artificiale, amplificando ed espandendo il problema”¹⁸. Inoltre, Barassi invita i lettori a riflettere su come l’eccesso di sorveglianza possa limitare la creatività e la libertà di espressione dei bambini, che crescono in un ambiente in cui ogni loro azione è monitorata e registrata¹⁹.
Un altro aspetto affrontato è il ruolo delle istituzioni pubbliche, che spesso collaborano con aziende private nella raccolta di dati. Tra queste aziende spicca Palantir Technologies, la più grande compagnia occidentale di profilazione dei cittadini: tale caso dimostra come “la profilazione digitale […] costituisce una dimensione strategica di molte democrazie occidentali, dove istituzioni di governo e forze dell’ordine si servono dei sistemi di intelligenza artificiale […] per prendere decisioni chiave sulla vita dei cittadini”²⁰. Barassi critica questa sinergia, sottolineando come essa possa minare ulteriormente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche²¹.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è l’uso di un approccio etnografico per esplorare il fenomeno. Barassi combina ricerche accademiche con osservazioni sul campo, raccogliendo testimonianze dirette da famiglie europee e statunitensi. Attraverso interviste e case studies, l’autrice illustra come le famiglie utilizzino tecnologie digitali nella vita quotidiana e quali siano le loro percezioni rispetto alla raccolta dei dati²². Questo approccio conferisce al libro una dimensione umana e concreta, rendendo chiaro come la datificazione non sia un fenomeno astratto, ma qualcosa che influisce direttamente sulle relazioni familiari, sulle dinamiche genitoriali e sullo sviluppo dei bambini. Barassi racconta infatti di genitori che utilizzano app per monitorare ogni aspetto della vita dei loro figli, dai progressi scolastici alle attività fisiche, spesso giustificando queste pratiche con la necessità di garantire sicurezza e benessere²³.
L’autrice approfondisce anche come le diverse culture affrontino la datificazione, esplorando le differenze tra le famiglie europee e statunitensi ed evidenziando come i contesti normativi e culturali influenzino le pratiche genitoriali. Mentre gli intervistati bianchi e con un reddito e livello di istruzione elevata non erano preoccupati in quanto “non avevano nulla da nascondere”, gli intervistati immigrati e con reddito e livello di istruzione più bassi si sono dichiarati “spaventati” a causa dell’elevato controllo a cui le loro informazioni vengono sottoposte²⁴. Queste argomentazioni aggiungono una prospettiva globale al libro, rendendolo ancora più ricco di spunti di riflessione²⁵.
Uno dei principali punti di forza dell’opera è secondo me la capacità di Barassi di spiegare concetti complessi in modo chiaro e accessibile. L’autrice riesce a bilanciare un’analisi rigorosa con uno stile narrativo coinvolgente, rendendo il libro adatto sia a un pubblico accademico che a semplici lettori interessati alle questioni tecnologiche e sociali. Un altro pregio del libro è la sua multidisciplinarietà, che amplia le prospettive d’interpretazione e permette di comprendere non solo le implicazioni tecniche della raccolta dei dati, ma anche le sue conseguenze culturali, economiche e politiche. Infine, il libro si distingue per l’abilità dell’autrice nel catturare l’attenzione del lettore, effettuando collegamenti interessanti fra temi di ampia portata ed esempi quotidiani e mostrando in modo pratico come la tecnologia influenzi la vita di ognuno di noi.
Nonostante la profondità e il rigore analitico, l’opera presenta alcuni limiti. In primo luogo, trovo che Barassi si concentri troppo sui contesti europeo e nordamericano, trascurando in parte i Paesi in via di sviluppo e le economie emergenti, le cui dinamiche della sorveglianza digitale possono assumere forme differenti, legate a regimi politici autoritari o a infrastrutture tecnologiche meno avanzate. Inoltre, sebbene l’autrice metta in evidenza i rischi e sollevi interrogativi cruciali, il libro dedica relativamente poco spazio alle strategie e proposte pratiche per mitigare i problemi legati alla raccolta e all’uso dei dati. Il lettore si ritrova spesso con un senso di urgenza e preoccupazione, ma con poche indicazioni concrete su come tradurre questa consapevolezza in azioni. Infine la narrazione etnografica, sebbene efficace per illustrare i punti chiave, talvolta si sofferma su dettagli che non aggiungono significativamente al discorso generale, diluendo il ritmo della lettura e scoraggiando alcuni lettori meno inclini a una lettura analitica o accademica.
“I figli dell’algoritmo” resta comunque un’opera utile per comprendere il ruolo del capitalismo della sorveglianza nelle vite delle nuove generazioni. L’autrice fornisce un’analisi ricca e approfondita, capace di stimolare riflessioni sia accademiche che pratiche, invitando i lettori a riconsiderare il loro rapporto con la tecnologia, soprattutto nel contesto familiare ed educativo, sollecitando genitori e figure politiche a prendere coscienza dei rischi legati alla raccolta massiva di dati e sottolineando l’importanza di proteggere i diritti dei bambini in un mondo sempre più digitalizzato. È ora dunque di iniziare a immaginare un futuro in cui la tecnologia sia al servizio dell’umanità, e non il contrario.
Note: [1] Barassi, V. (2021), “I figli dell’algoritmo”. Roma: Luiss University Press, p. 20; [2] Ivi, pp. 17–20; [3] Ivi, pp. 6–8; [4] Ivi, pp. 9–10; [5] Zuboff, S. (2019), “Il capitalismo della sorveglianza”, Roma: Luiss University Press; [6] Zuboff, S. (2015), "Big Other: Surveillance Capitalism and the Prospects of an Information Civilization", Journal of Information Technology, 30(1): 75-89; [7] Lohr, S. (2015), “Data-ism: The Revolution Transforming Decision Making, Consumer Behavior, and Almost Everything Else”, New York: Harper Collins; [8] Barassi, V. (2021), op. cit., p. 3; [9] Ivi, pp. 3–5; [10] Ivi, pp. 18–20, 109–111; [11] Ivi, pp. 17–18, 20–22, 26; [12] Ivi, p. 98; [13] Ivi, p. 22; [14] Ivi, pp. 2–3, 11–13, 20–24, 61, 73, 98; [15] Ivi, pp. 14–16, 29–30, 61, 68, 96, 102; [16] Ivi, pp. 30, 93–96; [17] Ivi, pp. 10, 15, 56, 80–86, 89–90; [18] Ivi, p. 107; [19] Ivi, pp. 32–38, 77–78, 105–109; [20] Ivi, p. 102; [21] Ivi, pp. 9–10, 22, 31, 75, 102–104; [22] Ivi, pp. 33, 35, 53–54, 60–61, 73–74, 98, 105, 109, 116; [23] Ivi, pp. 11–13, 20–24; [24] Ivi, pp. 76–77; [25] Ivi, pp. 42–44, 55 e 69–71, 76–77.
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