L’illusione dell’Istruzione
Spesso parlo dei problemi che, nel corso degli anni, il nostro sistema educativo ha generato nella nostra società. Oggi viviamo in un paese…

L’illusione dell’Istruzione
Spesso parlo dei problemi che, nel corso degli anni, il nostro sistema educativo ha generato nella nostra società. Oggi viviamo in un paese che ha realizzato uno dei sogni dei nostri nonni: un paese in cui l’analfabetismo è un ricordo, dove tutti hanno frequentato la scuola, dove la cultura è più accessibile che mai.
Eppure, qualcosa non torna. Siamo più istruiti, sì, ma non più felici. I nostri politici, pur essendo mediamente più colti di quelli del passato, prendono spesso decisioni assurde. Le persone sanno leggere, ma faticano a capire. L’analfabetismo non è scomparso: si è trasformato. È diventato funzionale radicato nel modo in cui non comprendiamo — ciò che ci circonda.
Forse il sogno dei nostri antenati non era la soluzione ai problemi del mondo. Abbiamo scambiato l’istruzione con l’educazione. La differenza è sottile ma decisiva: l’istruzione ti fa conoscere le cose, l’educazione te le fa capire. Sappiamo com’è fatto il mondo, ma non come funzioniamo noi. Sappiamo spiegare un teorema o un fenomeno naturale, ma non comprendiamo le nostre emozioni, le nostre paure, le dinamiche che ci spingono a ripetere gli stessi errori.
Gli insegnanti non riescono ad appassionare gli studenti, non per mancanza di volontà, ma perché non abbiamo dato loro gli strumenti per farlo. Li abbiamo formati per trasmettere nozioni, non per accendere curiosità. E così la scuola è diventata un luogo dove si imparano le risposte, ma si disimpara a fare domande.
Nel frattempo, abbiamo perso la capacità di comunicare. Facciamo fatica a capirci, a leggere gli altri e, soprattutto, noi stessi. Oggi la tecnologia ci forza a stare più in contatto col mondo, con notizie che bombardano i nostri feed notte e giorno, ma, non sapendo come gestirle, ci sentiamo inermi e passivi.
Ci è stato detto che una buona istruzione ci avrebbe garantito il lavoro dei sogni, ma nessuno ci ha insegnato a leggere quei sogni. Ci è stato promesso un mondo di pace e prosperità da chi non conosceva la guerra e dava l’abbondanza per scontata. Non potevano capire davvero né l’una né l’altra.
Oggi, di fronte al disagio crescente, crediamo che basti introdurre l’educazione affettiva nelle scuole per rimediare a tutto. Ma non esistono soluzioni immediate. L’educazione è un seme che cresce lentamente: serviranno decenni, forse secoli, perché dia frutti maturi. E nel frattempo?
Nel frattempo tocca a noi. Non possiamo delegare alle future generazioni il compito di sistemare ciò che è rotto. Dobbiamo assumerci la responsabilità della nostra educazione, imparare a osservarci, a mettere in discussione i dogmi che ci hanno consegnato. Perché cambiare non significa solo aggiungere nuove materie nei programmi scolastici: significa riscrivere i motivi per cui facciamo ciò che facciamo.
Solo allora potremo distinguere cosa va cambiato e cosa no. Solo allora l’istruzione tornerà a essere ciò che avrebbe sempre dovuto essere: uno strumento per capire la realtà, non per adattarcisi.
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