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Il maschile non cambia e la colpa non è solo dei maschi

Qualche anno fa si dibatteva molto di bigenitorialità, di nuovi padri, di riconoscimento del valore della paternità, quella di cura. Un…

Federico Vercellino · 2023-03-05 15:57 · 4 claps · 1.5 min read
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Il maschile non cambia e la colpa non è solo dei maschi

Qualche anno fa si dibatteva molto di bigenitorialità, di nuovi padri, di riconoscimento del valore della paternità, quella di cura. Un dibattito spento, per stanchezza, noia e altre priorità. Fra tutte tre fra loro connesse meritano la maggiore attenzione.

Il fortunato risveglio dei femminismi, da quelli radicali – che leggo con interesse – a quelli riformisti, ha acceso un faro sulle sperequazioni di genere e le contraddizioni del patriarcato. Ancora di più, si è sollevato il velo sulle violenze cui sono soggette le donne, come deriva abietta del patriarcato stesso, nell’accezione di cultura dello stupro. Da ultimo, la produzione culturale dei movimenti LGBTQ+ sta interrogando e sfidando i costumi e l’etica pubblica con enorme efficacia.

In questo scenario, la riflessione sulla paternità trova scarsa agibilità in tutte le sue forme, da quelle etero e cisgender a quelle genericamente queer. Sulle seconde non mi soffermerò, esistono tali stigmi culturali anche molto radicati nei femminismi, che ogni trattazione si mostrerebbe drammaticamente insufficiente.

Molto più semplice per me è affrontare frontalmente la figura del nemico; il maschio di mezza età, bianco, cis ed etero, emblema del patriarcato. Esecrabile perché protervo, padrone del mondo, unto di privilegi. Praticamente inammissibile al tavolo del cambiamento. Questo è un nodo fondamentale. Lo status quo – chiamiamolo patriarcato, ma altre definizioni sarebbero più convincenti, ma non in questa sede – è tramandato per via culturale e non di genere, questo pare ovvio considerato che i figli sono perlopiù cresciuti dalle madri. Di più ancora, le caratteristiche di genere e i ruoli che ne discendono sono cogenti per tutti, anche per i maschi etero e cis.

La sofferenza che ne può derivare è tanto più elevata quanto le regole del gioco obbligano a ignorala o soffocarla.

La competizione, i modelli maschili dominanti, la sessualità performativa, i costumi che dettano legge ai corpi, tutte queste cose, e altre che sfuggono a questo sommario elenco, sono davvero privilegi? Soprattutto, sono libere scelte?

Io credo di no, ma registro che anche nei gender studies questi temi hanno poco spazio; quindi, mi domando se quello che intravedo sia davvero una frontiera o non invece una mesta retroguardia. I tempi sono - per chi, come me, si dilettava nell’immaginare in una nuova paternità anche un altro maschile - cambiati. Finiti i momenti della riflessione, si è passati alla sola testimonianza, ma anche il personale è politico.


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