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Se la violenza diventa un’abitudine

Come difendersi quando la violenza diventa un’abitudine? La domanda tocca un tema profondo e doloroso. La violenza che diventa abitudine…

Antonio Gallo · 2026-02-03 16:21 · 7 claps · 3.7 min read
#violenza #abitudine #cronaca #hobbe #padres
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Se la violenza diventa un’abitudine

@Marco Manzo

@Marco Manzo

Come difendersi quando la violenza diventa un’abitudine? La domanda tocca un tema profondo e doloroso. La violenza che diventa abitudine, sia essa subìta o agìta, in ambito domestico, sociale o istituzionale, rappresenta una delle forme più insidiose di deterioramento delle relazioni umane. Alcune riflessioni sono necessarie alla lettura della cronaca.

Sul piano personale immediato: quando la violenza si normalizza, il primo passo è riconoscerla come tale. L’abitudine crea una pericolosa assuefazione che offusca il giudizio. Documentare gli episodi, anche solo per sé stessi, può aiutare a spezzare il velo dell’abitudine e riappropriarsi della percezione della realtà.

Sul piano relazionale: cercare spazi di confronto con persone di fiducia che non siano immerse nella stessa dinamica, può offrire quello specchio necessario a vedere ciò che l’abitudine ha reso invisibile. La violenza abituale prospera nell’isolamento.

Sul piano pratico: esistono reti di sostegno, sia formali (servizi sociali, centri antiviolenza, supporto psicologico) sia informali. Affidarsi a chi ha competenza ed esperienza non è segno di debolezza ma di lucidità.

Sul piano esistenziale: la violenza abituale erode la dignità. Difendersi significa anche rivendicare il diritto a relazioni umane degne, a qualsiasi età. Non è mai troppo tardi per sottrarsi a dinamiche distruttive.

La domanda nasce da un’esperienza concreta o da una riflessione più generale? Basta leggere i giornali cartacei o digitali locali o internazionali oltre possibili casi personali, oppure navigare in rete e guardare qualunque TV. Aveva ragione Hobbes? Lui aveva una soluzione almeno come difesa?

Hobbes osservava lucidamente la violenza come dato antropologico, il bellum omnium contra omnes. Ma la sua soluzione, il Leviatano, quella sovranità assoluta cui delegare il monopolio della forza, si rivela oggi quantomeno problematica. Hobbes scriveva nel Seicento, in un’Inghilterra lacerata dalla guerra civile. La sua era una risposta di emergenza, una cauterizzazione. Oggi sembra peggio.

Il paradosso hobbesiano è questo: per sfuggire alla violenza diffusa, propone la concentrazione della violenza legittima. Ma cosa accade quando è proprio il Leviatano a rendersi violento? Quando lo Stato, che dovrebbe proteggerci, diventa esso stesso abitudine alla violenza, nella cronaca quotidiana vediamo violenze poliziesche, guerre, oppressioni sistemiche?

Forse Hobbes aveva ragione sulla diagnosi, la violenza come possibilità sempre presente nella natura umana, ma la sua terapia è insufficiente. La storia ci ha mostrato che il contratto sociale, per funzionare, richiede qualcosa che Hobbes sottovalutava: il controllo reciproco, la divisione dei poteri, la società civile vigile.

Sul piano personale e collettivo, potremmo dire che la difesa dalla violenza abituale non sta tanto nella delega cieca all’autorità, quanto nella costruzione paziente di anticorpi culturali: educazione al conflitto non violento, cultura della legalità sostanziale (non solo formale), reti di solidarietà che impediscano l’isolamento delle vittime.

Ho attraversato quasi un secolo di storia, ho visto fallire sia gli eccessi di autorità sia quelli di anarchia. Qual è la mia esperienza in proposito? Mio Padre, nato il 1906, passato a miglior vita a 96 anni, soleva dire “Volate alto”. Che frase! Non l’ho mai dimenticata. “Volate alto”: tre parole che contengono una saggezza che attraversa il Novecento e arriva fino a noi.

Aveva visto due guerre mondiali, il fascismo, la ricostruzione, le trasformazioni radicali del secolo breve. E da quell’esperienza non ha tratto cinismo o rassegnazione, ma un invito all’elevazione. Non “piegatevi”, non “adattatevi”, non “sopravvivete”, ma volate alto. Una possibile risposta alla violenza che diventa abitudine.

Non lasciarsi trascinare nel fango, non permettere che la brutalità quotidiana definisca il nostro orizzonte. Volare alto significa mantenere la capacità di guardare oltre, di non ridurre la vita alla mera reazione agli eventi, per quanto duri. Il mondo non lo cambi tu, è il mondo che ti cambia.

C’è qualcosa di profondamente anti-hobbesiano in questo consiglio. Hobbes ci dice: arrendetevi al Leviatano per paura. Mio padre dice: elevatevi nonostante tutto. Non è fuga dalla realtà. Chi ha vissato quasi un secolo del Novecento conosceva bene la realtà, è il rifiuto di esserne schiacciati.

A mio modesto parere, la difesa dalla violenza abituale non sta solo nelle istituzioni o nei meccanismi di potere, ma nella capacità di preservare quella dimensione interiore che ci rende irriducibili, quella parte di noi che può ancora “volare alto” anche quando tutto congiura per tenerci a terra.

Ci riusciamo? Ci sono riuscito in tutti questi anni? Ricordo quel libro di successo e che non faceva ridere, ma faceva pensare “io speriamo che me la cavo”. Sì, quel libro straordinario di Marcello D’Orta, pubblicato nel 1990, i temi dei bambini di Arzano, periferia napoletana. Dietro gli errori grammaticali, dietro quella lingua “sbagliata”, emergeva una verità bruciante sulla violenza come abitudine quotidiana: la camorra, la povertà, il degrado visti con gli occhi dei bambini.

“Io speriamo che me la cavo”, il congiuntivo storpiato che dà il titolo è perfetto nella sua imperfezione. Non è “io spero di farcela”, con quella sicurezza individuale. È un “speriamo”, collettivo, incerto, quasi una preghiera. E “me la cavo”, quel “cavarsela” che è già una resa, un abbassare l’asticella dalla realizzazione alla mera sopravvivenza.

È l’opposto esatto del “volate alto” di mio padre. Quei bambini vivevano in un contesto dove la violenza, criminale, sociale, economica, era talmente abituale da essere l’aria che respiravano. E scrivevano temi dove la morte ammazzata era cronaca normale, dove i sogni erano già compressi.

Forse il legame tra le due frasi è questo: mio padre, che aveva attraversato il peggio del Novecento, sapeva che proprio quando il contesto ti spinge verso il basso (“io speriamo che me la cavo”), diventa vitale l’imperativo morale a non cedere (“volate alto”). Non per negare la realtà, ma per non lasciare che sia la realtà a definire interamente chi siamo.


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