Missing Schröder, Gerhard Schröder
Missing Schröder, Gerhard Schröder

Domani si vota e il partito di Gerhard Schröder perdevincerà. Proprio così. La SPD non prenderà nessuna vera batosta; c’è anche la possibilità che si ritrovi ad essere forza di maggioranza nel terzo governo Merkel: che disastro. Forse vale la pena ricordare che essere il secondo partito in una grande coalizione equivale ad aver offerto le insegne all’avversario, e non, essere i detentori della medaglia d’argento, come proveranno a dire i vari Sigmar Gabriel, Andrea Nahles e compagni (nomi a cui non serve dare una faccia) nel caso la FDP, attuale alleato di Merkel, non farà risultato.
Domani i miei amici che votano socialdemocratico andranno avanti a parlare di Hannelore Kraft come stanno facendo da mesi. Lei è la prossima candidata — non ancora ufficiale, ma siamo lì — per il posto di cancelliere. «Lei sì che spacca i culi», dicono i miei amici mentre si parla del buon Peer Steinbrück. E io, tra me e me ogni volta penso: «Missing Schröder, Gerhard Schröder». Ormai quest’espressione è diventata una specie di personalissima preghiera, un hashtag sui miei socialini, uno scudo anti pippone di ogni specie, una coperta per proteggere i ritratti di Tony Blair e Bill Clinton e i ricordi di un’idea di politica che a me pareva buona e piace ancora.
La Third Way piaceva anche a Merkel, tanti anni fa, prima della crisi. A Merkel sono piaciute anche le riforme di Schröder, tanta roba fatta con coraggio, sapendo che qualcosa sarebbe andato storto, ma con la speranza che dei buoni politici avrebbero saputo anche capire gli errori e migliorare i contenuti, invece che liberarsi in malo modo dell’unico volto presentabile per poter rivincere.
«Missing Schröder, Gerhard Schröder» ho pensato lo scorso 23 maggio quando Hollande, ospite d’onore a Lipsia durante le celebrazioni per i 150 anni della SPD, riabilitava l’ex cancelliere nel suo stesso partito lodandolo per la grandezza e il coraggio di avere intrapreso una politica di riforme che permettono oggi alla Germania, economicamente parlando, di bagnare il naso alle altre nazioni. Le lodi di quella *Agenda 2010* sono arrivate poi anche dal presidente della repubblica Gauck mentre tutti gli altri sul palco della festa continuavano a ripetere a caso la parola Europa. «Europa, Europa». Ma Fabrizio Frizzi non c’era e nemmeno i gettoni d’oro.
Grazie all’Agenda 2010 di Gerhard Schröder Angela Merkel, in otto anni da cancelliere, non ha avuto grandi rogne di politica interna e quando si è presentata la crisi ha potuto guardare molto più fuori di altri, verso l’Europa, e giocare in difesa, a volte facendo il catenaccio del Trap, ché a casa le cose andavano tutto sommato mica male.
Il voto di domani, leggo da molte parti, è decisivo per le sorti economiche dell’Europa. Non so. Ogni elezione di ogni paese dell’Unione può essere decisiva per l’Europa, sempre che si voglia finalmente tirare fuori dall’armadio l’abito buono dopo averlo imprigionato sotto cellophane e naftalina un po’ di anni fa, non a causa della crisi, ma a causa della paura dei possibili effetti della crisi.
Quelli che domani vinceranno devono ricordarsi che va scritta una nuova agenda: a questo giro bisognerà guardare un po’ più all’interno degli ultimi otto anni, ché Gerhard Schröder è stanco, non si candida e ha altro da fare. Quelli che domani perdevinceranno, possono dare una mano a loro stessi e agli altri con una cosa che Gerhard Schröder ha firmato con Tony Blair prima delle Europee del ’99: si chiamava *Europe: The Third Way/Die Neue Mitte*. A rilleggerlo quel testo è ancora buono. Ci si possono aggiungere un po’ di innovazione, la rete, una globalizzazione che ormai ha una storia alle spalle; ci si può anche mettere l’Euro, che all’epoca non c’era, ma adesso c’è, e averne. E poi bisogna crederci, che è la cosa più difficile.
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