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Manfrine #19

Anche in queste giornate ormai tutte impregnate di lavoro come uno straccio che pulisce un bancone sporco e fradicio di un pub di…

Attimo in ok with my decay · 2025-08-20 00:08 · 12 claps · 4.4 min read
#summer #treni #bologna
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Manfrine #19

Anche in queste giornate ormai tutte impregnate di lavoro come uno straccio che pulisce un bancone sporco e fradicio di un pub di periferia, e se lo strizzi non viene fuori nessuna parola da scrivere qui, rifuggo la tentazione di leggere quel pezzo sulle “cronache delle estati italiane”; la rivista è qui a pochi centimetri da me, ma mi sforzo con tutto me stesso dallo scivolare nel baratro dei pezzi sulle estati italiane. Eppure in questa “domenica dei mesi che altro non è agosto”, per citare il Maestro, non so a cosa aggrapparmi per evitare la retorica da terza pagina di Repubblica, dove una volta in queste settimane pubblicavano il racconto a puntate del solito viaggio di Rumiz su una cinquecento in giro per l’Italia o una traversata in bici da qualche parte nei Balcani, e in questi tempi invece mettono le interviste di ricordo di Pippo Baudo.

Pure la rete ferroviaria regionale inizia a cedere alla domenica dei mesi e ad arrendersi a interruzioni sulla linea che comportano modifiche alle circolazione dei treni regionali. Così il collegamento tra Ferrara e Bologna non termina come sempre in Centrale ma prima, a Bologna Arcoveggio, una stazione di servizio di solito non utilizzata per il passaggio dei treni tranne appunto in circostanze particolari: come questa settimana, appunto. Più che una stazione è un fascio di quattro binari che un tempo arrivavano fino in via Carracci innestandosi a quelli di Bologna Centrale, oggi invece sono amputati, monchi, e i treni non possono andare oltre. Siamo in piena Bolognina, tra i palazzi pseudoberlinesi sorti nell’ultimo decennio e le case popolari oltre cui c’è Villa Angeletti: nozioni geografiche che potrebbero non voler dire nulla, ma sempre per citare il Maestro, «noi siamo il contesto, senza non siamo nulla». A chiudere il perimetro di questa pseudostazione c’è un nuovo super ostello moderno, che rappresenta di solito l’unico viavai della via che conduce ai binari. Bologna Arcoveggio è insomma assolutamente estemporanea, tipicamente estiva nel suo essere sede di un imprevisto estivo, assolutamente spoglia, disadorna, trasandata tra il cemento che la lambisce e la montagna di scarti di materiale ferroviario buttati oltre i quattro binari. Siamo dentro Bologna ma senza esserci veramente: è una frattura ferroviaria-spaziale e anche se durerà una settimana ogni volta che il mio solito treno del mio solito pendolarismo si fermerà qui sarà sempre un piccolo brivido. Da feticista ferroviario riesco a tollerare l’insostenibile lentezza con cui il treno si approccia alla stazione soltanto per il particolare giro che fa: l’unico modo per arrivarci è infatti da nord, abbandonando la classica linea Venezia-Bologna sfruttando non un singolo ma un “triplice” bivio Beverara dove si incrociano linene da Verona, da Milano, da Venezia. Bologna Arcoveggio è il calvario estivo dei pendolari, costretti a svariati minuti supplementari a piedi per raggiungere Centrale, costretti a interpretare gli orari alienanti dei treni che considerano la partenza da Centrale anche se poi è specificato che “bisogna camminare 15 minuti a piedi per arrivare dove il treno parte veramente”. Bologna Arcoveggio, soprattutto, è una bolla d’aria nella canonica liturgia dei pendolari, abituati sempre agli stessi luoghi, circostanze, percorsi, anche agli stessi ritardi perché ormai pure quelli sono indovinabili, conoscendo la linea. Quella stazione con un edificio spoglio soltanto, invece che il muro di negozi e vetrine da centro commerciale in cui hanno trasformato Bologna Centrale, quei quattro binari sguarniti, senza tettoie, su cui il sole picchia senza ritegno, rendono tutto emergenziale, post-moderno, trasformando Bologna in un paesino della Bassa, quelli in cui la stazione dei treni è lontana dal paese, immersa nel nulla, non c’è biglietteria, si sente solo la campanella suonare poco prima del passaggio dei convogli. Un rivolo di turisti e pendolari che entrano ed escono dalla strada di accesso, per una volta accumunati dalla stessa espressione perplessa, smarrita, sguarnita, incerta. A Bologna Arcoveggio non sai bene se il tuo treno, unica certezza del pendolarismo, stavolta arriverà davvero, o quando partirà, anche se è indicato sul tabellone, anche se ci sono volontari e personale delle ferrovie che cerca di rispondere alle domande con la tua stessa espressione smarrita; e tutti si dispongono davanti alla recinzione di acciaio zincato in una fila lunghissima quanto la distanza tra Arcoveggio e le abitudini, tra Arcoveggio e la fine dell’estate: questo treno ci porterà salvi a settembre?

In questa enclave ferroviaria capita così che i capitreno siano più indulgenti, che chiudano un occhio su biglietti sbagliati, orari che non collimano, procedure di validazione assurde che anche loro, sfiancati, riconoscono come tali: «Sali, non importa». Capita che gli anziani siano ancora più timorosi del solito, e mi chiedano se sia il binario giusto, se sia il treno giusto, se arrivi davvero, «ma parte poi questo treno, me lo assicura?», e io più sfinito che indulgente prometto loro che sì, il treno partirà. Bologna oltre a essere ancora deserta apre queste voragini nel tempo e nello spazio, che deformano le facce dei soliti pendolari che incroci tutti i giorni da anni in espressioni di inedito smarrimento, fastidio mal celato. Chiudo gli occhi, mentre il treno mi fa dubitare della risposta data all’anziana signora e no, non sta partendo, rimane fermo nell’enclave, e per un minuto o forse un mese intero svengo nel sonno. Inizio a sognare che la signora che si avvolge in un telo di pandemica memoria per non aderire con il corpo al sedile e sfuggire a chissà quale malattia, la coppia di programmatori che apre il computer appena si siedono, l’impiegato con la maglietta immancabilmente sudata, la madre con due figli piccoli strepitanti che scende a San Pietro in Casale, tutte le figure che scorrono su un solco interrotto ad Arcoveggio decidano che basta così, decidono di scendere dal treno, e oltrepassare i binari tronchi, dismettere zaini e borse e fogli e libri e cuffie e telefoni e continuare a camminare nell’erba alta, oltre le navette aeroportuali, oltre l’alta velocità, oltre i viali deserti di Bologna, e disperdersi per le vie del centro, e continuare a camminare ancora, salendo sui colli per i boschi, le scalinate, i sentieri, oltrepassare Monte Donato, il Colle della Guardia, e rotolare giù per i calanchi e ancora, andare nella direzione opposta alla via del ritorno. Poi il treno ha un sussulto, ha deciso che si parte per davvero, anche oggi, la mia testa cade all’indietro sbattendo sul sedile e come in un sogno di Inception la frustata mi sveglia: Arcoveggio è la trottola da far girare per capire se questa è la realtà, se questo è ancora agosto o se invece possiamo finalmente perderci per strada. Chi ha visto il film, sa come va a finire.


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