Novanta anni: “A proposito di niente”
Woody Allen compie 90 anni. Ha scritto in un libro la sua autobiografia "A proposito di niente". Voglio fargli gli auguri. Tra poco spero…
Novanta anni: “A proposito di niente”

Il Libro
Woody Allen compie 90 anni. Ha scritto in un libro la sua autobiografia "A proposito di niente". Voglio fargli gli auguri. Tra poco spero di festeggiare anche io. Speriamo che me la cavo, ricordando il titolo di quell’altro famoso libro di Marcello D’Orta.
Come non ricordare gli straordinari errori dei bambini napoletani che nascondevano spesso verità profonde. Anche Woody ne avrà fatto. Ma non di questo intendo qui parlare, bensì dei suoi anni e della sua autobiografia.
Per gli auguri a Woody Allen, intendo scrivergli qualcosa che rifletta la mia sensibilità di linguista e bibliofilo, sottolineando come la sua autobiografia "A proposito di niente", (titolo davvero paradossale, visto che poi parla di tutto), mostri quella stessa ironia newyorkese che permea i suoi film.
Potrebbe essere un messaggio che celebra non solo la sua longevità, siamo quasi coetanei, ma anche quella lucidità intellettuale che, scusate la modestia, anche io credo di avere. Del resto, raggiungere i 90 anni continuando a creare, scrivere e riflettere è un traguardo che merita di essere celebrato.
Caro Woody,
domani compi novant’anni e voglio farti miei auguri più sinceri. Tra poco toccherà anche a me raggiungere questo traguardo, e pensando al tuo percorso mi viene da sorridere ricordando quel titolo di un libro napoletano: "Io speriamo che me la cavo".
Ho letto la tua autobiografia “A proposito di niente" - titolo magnificamente paradossale per un libro che invece parla di tutto. Mi ha colpito quella tua capacità di guardare alla vita con ironia anche quando racconti momenti difficili, la stessa che ha sempre caratterizzato i tuoi film.
Come linguista e bibliofilo, apprezzo particolarmente il tuo uso della parola. Quel ritmo serrato dei dialoghi, quella capacità di far ridere e pensare contemporaneamente, quella nevrosi personalizzata, non si sa se vera o creata, trasformata in arte.
Tu hai dimostrato che l’intelligenza e l’umorismo non invecchiano, che si può continuare a creare e a interrogarsi sul senso delle cose anche - e forse soprattutto - quando si accumulano gli anni.
Auguri, Woody. Per i novant'anni raggiunti e per quelli ancora da venire. Continuiamo a cavarcela, io spero, con la stessa curiosità e la stessa ironia con cui abbiamo guardato al mondo finora.
Con stima e affetto,
Antonio
Il libro "A proposito di niente". Il niente come cifra esistenziale. Il titolo scelto per la sua autobiografia è molto più di un capolavoro di understatement ebraico-newyorkese.
Nell'originale “Apropos of Nothing” racchiude la domanda fondamentale che attraversa tutta la sua opera. Quel "niente" non è falsa modestia. E’ la vita stessa. La sua, la nostra, quella di tutti.
Allen, che ha fatto della paura della morte il tema ossessivo della sua arte, ci pone di fronte all'interrogativo ultimo: cosa resta, dopo? Il resto di niente o qualcosa? Nelle oltre quattrocento pagine del volume, mentre racconta l'infanzia nel Brooklyn degli anni Trenta.
La carriera straordinaria nel cinema, la passione per il jazz, le relazioni sentimentali, lo scandalo che ha segnato la sua esistenza, Allen non fa altro che costruire una risposta provvisoria a questa domanda.
Un'autobiografia, in fondo, è sempre un tentativo di dare forma e senso a ciò che per sua natura ne è privo. La vita scorre, lascia tracce, film, amori, figli, ricordi, battute memorabili, ma in una prospettiva cosmica tutto questo è destinato a dissolversi.
Leopardi lo avrebbe chiamato "l'infinita vanità del tutto". Allen, figlio di una cultura diversa ma con la stessa lucidità tragica, scrive a proposito di questo niente, sapendo che l'atto stesso di raccontare è insieme inutile e necessario.
Inutile perché non cambia il destino, necessario perché è l'unico modo che abbiamo per opporci all'oblio, per dire: io sono stato qui, ho visto, ho amato, ho creato. L'autobiografia come atto di resistenza. Cosa significa? Resistenza a cosa, a chi? Perchè e quando c’è resistenza?
Ma c'è anche un altro senso, più immediato e contingente, in cui questo libro rappresenta un atto del genere. Allen lo scrive dopo essere stato abbandonato dal suo editore storico, in piena tempesta mediatica, quando molti nel mondo dello spettacolo gli avevano voltato le spalle.
La pubblicazione stessa del libro diventa allora un gesto di ostinazione, quasi di sfida: nonostante tutto, la sua voce non sarà silenziata. È resistenza contro l'oblio imposto dall'esterno, contro la cancel culture che vorrebbe cancellare non solo l'uomo ma anche l'opera.
Allen resiste scrivendo la sua versione dei fatti, rivendicando il diritto di raccontarsi, di difendersi, di esistere pubblicamente anche quando il tribunale mediatico lo ha già condannato. Non chiede pietà, non si piega al pentimento rituale che la nostra epoca esige.
Racconta la sua verità, lasciando al lettore il compito di giudicare. Ma la resistenza più profonda è quella contro il niente stesso. Scrivere un'autobiografia a quasi novant'anni, dopo una vita intera passata a riflettere sulla morte e sull'assenza di senso, è un paradosso magnifico.
È come se Allen dicesse: so benissimo che tutto questo non conta nulla sub specie aeternitatis, so che tra cento anni nessuno si ricorderà di queste pagine, eppure le scrivo lo stesso. Perché? Perché è l'unico gesto umano possibile di fronte all'abisso.
Resistere non significa vincere. Allen è troppo lucido per credere che si possa vincere contro il tempo e la morte. Resistere significa continuare a lavorare, a creare, a raccontare, anche sapendo che è tutto inutile. È la resistenza di Sisifo che continua a spingere il masso pur sapendo che ricadrà.
È la resistenza di chi sceglie il proprio niente invece di lasciarsi annullare dal niente cosmico o dal niente imposto dagli altri. Il niente è una voce inconfondibile. Ciò che colpisce immediatamente è la voce narrante.
È lo stesso Woody Allen dei film e dei racconti per il “New Yorker”: autoironico, nevrotico, brillante, capace di passare dal registro comico a quello malinconico senza soluzione di continuità.
La prosa scorre rapida, densa di battute e osservazioni acute, come se l'autore stesse improvvisando uno dei suoi celebri monologhi davanti alla macchina da presa.
Quando descrive la sua famiglia d'origine, il padre tassista sempre in cerca di lavoretti, la madre esuberante e invadente, Allen costruisce ritratti vividi che oscillano tra l'affetto e l'esasperazione.
Brooklyn emerge come un universo a sé, popolato di personaggi che sembrano usciti dalle pagine di un Isaac Bashevis Singer o dalle commedie yiddish che il giovane Allan Konigsberg (il suo vero nome) vedeva a teatro.
L’autobiografia è il resoconto della educazione sentimentale di un artista che chi lo vede per la prima volta pensa sia un malato mentale. Particolarmente interessante è il racconto della sua formazione artistica.
Allen non è stato uno studente modello. Fu bocciato alla New York University, venne espulso dal City College ma è stato un autodidatta vorace, nutrito di film europei, letteratura russa, filosofia esistenzialista e musica jazz.
Questa formazione eclettica e disordinata ha forgiato il suo stile unico, capace di far convivere Bergman e i fratelli Marx, Cechov e Bob Hope. I capitoli dedicati alla carriera cinematografica sono preziosi per chi ama il cinema.
Allen racconta con precisione artigianale il processo creativo, dalla scrittura delle sceneggiature alla direzione degli attori, dalle battaglie con i produttori alla scelta delle location.
Emerge da questo “niente” il ritratto di un perfezionista ossessivo, che riscrive continuamente, che gira decine di ciak per una singola scena, che monta e rimonta fino all'ultimo momento possibile.
Fino all’'ombra dello scandalo. La parte più controversa del libro è inevitabilmente quella dedicata alle accuse di Dylan Farrow e alla rottura con Mia Farrow.
Allen affronta l'argomento con un misto di rabbia, dolore e incredulità, negando categoricamente le accuse e offrendo la sua versione dei fatti. È impossibile per il lettore stabilire la verità.
Questa autobiografia non è un tribunale e Allen scrive ovviamente dal suo punto di vista, ma la questione attraversa il libro come un'ombra inquietante, impossibile da ignorare.
Intense e personali sono le sue riflessioni sulla mortalità e sul resto di niente. Nelle pagine finali, scritte da un uomo che si avvicina ai novant'anni, emerge una malinconia più profonda.
Allen riflette sulla vecchiaia, sulla morte che lo ossessiona da sempre, sul senso del fare arte in un universo indifferente. Qui il "niente" del titolo rivela la sua vertigine: cosa resta di una vita quando quella vita finisce?
La risposta di Allen è ambivalente, oscillante. Da un lato c'è la consapevolezza che tutto è destinato a svanire: i film che ha fatto, le donne che ha amato, le battute che hanno fatto ridere milioni di persone.
Tra cent'anni, tra mille anni, chi ricorderà Woody Allen? E anche se qualcuno lo ricordasse, che differenza farebbe per lui, che non ci sarà più? Dall'altro lato, però, c'è l'ostinazione di continuare a lavorare, a creare, a cercare di strappare qualche frammento di bellezza o di verità al caos dell'esistenza.
Come scrive lui stesso, continua a fare film "perché è meglio che starsene seduto in un angolo a gemere". In questa battuta apparentemente leggera c'è tutta la sua filosofia: se la vita è niente, almeno riempiamo questo niente di qualcosa – storie, musica, immagini, parole.
Non perché questo ci salverà dalla morte, ma perché è l'unico gesto dignitoso che possiamo compiere di fronte all'assurdo. È una posizione che ricorda Camus: riconoscere l'assenza di senso ultimo e continuare comunque a costruire, ad amare, a creare. Il resto di niente, forse, è proprio questo.
Non l'immortalità, non il paradiso, non un senso metafisico, ma le tracce che lasciamo negli altri, i momenti di bellezza che abbiamo vissuto e fatto vivere, la piccola luce che abbiamo acceso nell'oscurità prima che anche quella si spenga. Tutto ciò ha di certo un valore linguistico.
Da questo punto di vista l'autobiografia di Allen è un documento prezioso. La sua prosa è intrisa di cadenze yiddish, costruzioni sintattiche che riflettono il parlato newyorkese, riferimenti culturali che spaziano dall'alta cultura europea alla cultura popolare americana.
È una lingua ibrida, che rispecchia perfettamente l'identità dell'autore: ebreo-americano, intellettuale e intrattenitore, europeo nel gusto e americano nell'energia. “A proposito di niente” non è un'agiografia né un'opera di pentimento.
È il racconto di una vita straordinaria scritto con la stessa intelligenza e lo stesso umorismo che hanno caratterizzato i migliori film di Allen, ma è anche, e soprattutto, un gesto di resistenza metafisica.
Scrivere un'autobiografia quando si hanno quasi novant'anni significa guardare in faccia il niente e dire: ho vissuto, e questo merita di essere raccontato, anche se domani tutto sarà dimenticato.
Non offre risposte definitive alle domande più dolorose, né potrebbe farlo, ma regala al lettore la voce autentica di un uomo che ha cercato nella scrittura e nel cinema quello che la vita non poteva dargli.
Non l'immortalità (troppo intelligente per crederci), non la felicità (troppo nevrotico per trovarla), ma almeno un po' di senso provvisorio, un po' di consolazione temporanea, e magari qualche risata lungo la strada che porta tutti, inevitabilmente, verso quel niente del quale, con lucidità disperata e disperato coraggio, Allen ha scelto di parlare.
Leggere questo libro mentre navigo nel quinto ventennio significa confrontarsi con la stessa domanda che Allen si è posto: cosa resta? E la risposta implicita nel libro è che resta tutto e niente insieme. Resta finché qualcuno ricorda, finché qualcuno legge, finché qualcuno guarda i film e ride alle battute.
E poi, un giorno, non resterà niente. Ma in questo "finché", fragile, temporaneo, umano, c’è tutto il senso che possiamo dare all’esistenza. Non è poco. Non è abbastanza. È tutto quello che abbiamo.
Per quanto mi riguarda non me la sento di condividere questo pessimismo. Nel mio piccolo, mi sento di dire, che il mio “niente” e’ molto diverso dal suo. Lui è e resta Woody Allen. Io posso dire che per quanto ne sappia, “nessuno è stato me e forse nessuno lo sarà” e di questo vado fiero.
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- 2026-07-14 18:17:26