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Lettera ad un professore

L’articolo è stato pubblicato nel febbraio 2022 nell’edizione cartacea, interamente dedicata alla memoria del prof. Carmina, di FoscoloVox…

Roderigo di Castiglia · 2022-12-12 04:07 · 0 claps · 4.7 min read
#scuola #liceo #pietro-carmina
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Lettera ad un professore

Il prof. Carmina in foto, primo da destra, alla cerimonia nazionale di inaugurazione dell’a.s.2016–17 a Sondrio, tenuta dal Presidente della Repubblica e dal Ministro dell’Istruzione

Il prof. Carmina in foto, primo da destra, alla cerimonia nazionale di inaugurazione dell’a.s.2016–17 a Sondrio, tenuta dal Presidente della Repubblica e dal Ministro dell’Istruzione

L’articolo è stato pubblicato nel febbraio 2022 nell’edizione cartacea, interamente dedicata alla memoria del prof. Carmina, di FoscoloVox, testata studentesca del liceo “Ugo Foscolo di Canicattì, di cui Pietro Carmina è stato per decenni docente e vicepreside

È la sesta ora di un martedì come gli altri. Il docente di filosofia sta spiegando e a differenza delle altre ore io e i miei compagni di classe siamo insolitamente attenti, appesi al filo sottile tessuto dalle parole dell’insegnante. No, non ci sta raccontando qualche succulento pettegolezzo né commentando il finale di stagione di Game of Thrones. Ci dice di Nietzsche, filosofo copernicano, ma anche seguace tardivo di San Francesco: parlava a quanto pare coi cavalli in piazza San Carlo a Torino.

Suona la campanella. L’insegnante non si ferma, continua a parlare. Nessuno si muove. Incredibilmente nessuna corsa da centometristi per andare a sbaciucchiarsi con l’amata, per non perdere l’autobus che inesorabilmente avrebbe da lì a poco lasciato inclemente gli ormeggi e con questi anche chi si fosse concesso agli indugi. “Poscia, più che ‘l dolor potè ‘l digiuno” (Dante Alighieri). Ma stavolta nemmeno l’appetitoso piatto di pasta fumante che attende irrequieto sulla tavola riesce a smuoverci. Dopo qualche minuto il professore è attraversato nello sguardo da un lampo di dubbio, di incertezza. Forse teme di averci dato involontariamente l’impressione, spingendosi oltre il trillo della campana, di averci ingiunto a restare. “Cosa fate?” ci chiede stupito di trovarci ancora tutti lì seduti, ormai ben oltre le colonne d’Ercole delle 14:20. “Potete andare”.

È il liberi tutti che ogni studente agogna ogni giornata, il fischio di fine partita il cui arrivo affannosamente cerchiamo di affrettare fin dal primo mattino. Ma dopo il gong, nessun frastuono di sedie e banchi prorompe nell’aria. Solo qualche scricchiolio di sedili di sedie un po’ in là con gli anni al protenderci ancor di più verso il professore, rimasto a guardarci perplesso mentre armeggiava col suo tablet.

“Professore, noi vogliamo rimanere ad ascoltarla, non vogliamo andare via”. Si sente rispondere dopo qualche incertezza al suo interrogativo che era rimasto sospeso nell’aria, all’improvviso fattasi densa di sguardi e silenzi, nello spazio angusto ma fecondo che separava la cattedra dalla prima fila dei banchi.

Quell’insegnante si chiama Pietro. Ma tutti lo conoscono come il vicepreside. Per i compaesani è il tifoso sfegatato del Ravanusa e della Juve. Per gli allievi delle altre scuole è il mago della logica per imparare a superare i test di Medicina. Per noi, suoi alunni, è una sfida a vincere noi stessi e le nostre indolenze, ad essere all’altezza di noi stessi, nel diventare con lo studio ciò che siamo destinati ad essere. In quel momento sono ormai passati due anni dal nostro sbarco al triennio del liceo Foscolo, quando lui era subito diventato il nostro spauracchio. Nei corridoi a ricreazione gli studenti più canuti ci mormoravano di compiti impossibili, dei rompicapi da risolvere sulle teorie di Platone, degli enigmi di logica sulle dottrine di Hegel.

Ora siamo da poco arrivati all’ultimo anno, con nostra sorpresa sopravvissuti alle sue prove. Lo guardiamo con occhi diversi, non perché siamo già del tutto coscienti della fortuna di cui godiamo nel prendere parte alle sue lezioni ma perché questo insegnante ci ha già segnato ben oltre le alte aspettative che la fama che lo precede ci aveva instillato.

In quell’istante mentre ci legge delle tre metamorfosi, non abbiamo questa contezza ben presente nel pensiero ma lui aveva già conquistato i nostri animi il primo giorno di lezione, quando mise a soqquadro il nostro lineare modo di vedere le cose nello spiegarci, in modo provocatorio, la differenza tra principio e cominciamento, leggendoci un libro, l’“Ẻλεγχος”, lungo 70 pagine senza nemmeno un segno di interpunzione. Ma ancor di più aveva rapito le nostre menti quando un giorno seduto sulla cattedra, nel dare avvio alla spiegazione, ci augurò di essere sempre come Socrate, instancabili tafani della società.

A quell’età non avevamo la pazienza di ascoltare i consigli ma solo la forza di seguire gli esempi dei nostri pedagoghi. E la fedeltà a quel filosofo il vicepreside l’aveva testimoniata per tutta la vita, a tal punto da continuare perennemente a chiedersi “Tι εστί?” (Che cosa è?) — quesito a cui aveva anche dedicato un omonimo libro — alla ricerca inesausta dell’essenza delle cose, con occhi umidi dello stesso stupore sul mondo di quelli della pulce de “Il Mondo di Sophia”, rimasta aggrappata alla pelliccia del coniglio bianco, per non scivolare giù nella routine appiattita e sonnambula a cui non più fanciullini ci si arrischia prepotentemente di rassegnarsi.

Ce l’aveva dimostrata — e avrebbe continuato a farlo — col suo essere dissacrante e salace verso le certezze posticce e le ipocrisie mugugnate a mezza voce in cui si imbatteva nella sua dimensione di docente, sempre pungolando pubblicamente, sibillino e sornione, i rappresentanti degli studenti, ma rivelandosi in segreto il loro più tenace alleato davanti a preside e professori “per fare meglio, per fare di più, per fare ancora” (Carmelo Traina).

Incassata la risposta, stirate le corde vocali, il professore riprende allora con voce calda la sua spiegazione su Nietzsche. Arriva alla fine. Stavolta ci alziamo, incrociando lo sguardo felice del bidello ansioso di poter finalmente pulire in fretta la nostra classe per poi tornare a casa.

Ma in quel frangente siamo ancora ignari che le parole che quel maestro ci ha insegnato ci avrebbero fatto vincere selezioni e concorsi, che ancor di più hanno plasmato i nostri “occhiali verdi” sul mondo e ci hanno reso diversi, forse migliori, di certo meno indifesi. Non siamo coscienti che per quello che ha fatto non avremmo più avuto modo di ringraziarlo, di riconoscergli, con la lucidità di chi si guarda indietro, un ruolo determinante nella nostra etica prima ancora che nelle nostre carriere. Nell’istante in cui ci alziamo siamo solo disorientati dalle sentenze di Zarathustra e ci chiudiamo la porta alle spalle.

Ma noi vogliamo ancora rimanere, a spezzare le catene della caverna del mito di Platone, a scorgere nella vasca la coscia d’oro di Pitagora, a scommettere con Pascal sull’aldilà, a girovagare per il Pacifico da mozzi sulla Beagle in compagnia di Darwin. Ad aprire squarci su mondi a noi inediti e preclusi, a testimoniare, facendolo camminare sulle nostre gambe, l’insegnamento che ha sedimentato con l’operato per tutta la sua esistenza, condensato infine nella lettera di cui ci ha voluto fare dono.

Questa volta però, professore, ci prometta che il compito che ci apparecchia la vita, senza chiederci il permesso, sarà almeno un po’ più facile.

Ad deum, prof. Carmina,

un alunno un po’ distratto, ma a cui ha insegnato molto


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