Vuoto a prendere
“Perderti. Era il divenire di me stessa”, scriveva Rupi Kaur.
Vuoto a prendere
“Perderti. Era il divenire di me stessa”, scriveva Rupi Kaur.
Mi soffermo su questi versi sulla soglia di un altro anno da compiere.
Amo, del verbo compiere, la forza di un’azione impugnata, agita, voluta. Non è un tempo passivo e passante che attraversa le età come stazioni vuote. C’è invece, tra le suture del compimento, un presupposto coraggio di averli presi, quegli anni, e scossi, “spostati” dal baricentro da cui partivano.
Allora mi ritorna in mente quella saggezza dei fiumi, e il loro equilibrio declinato nel saper stare interi, più che fermi, in un mondo di mutamento e movimento.

Andrea Ucini ©
Lo chiedeva Andrea Colamedici, qualche giorno fa, in un incontro di Filosofia di Gruppo, nel suo solito modo di scavare fiumi carsici di riflessioni e suggestioni:
“Cos’è per voi una metamorfosi?”
È una domanda che mi sta intorno, in questi giorni in cui aspetto che si posi il pulviscolo di mesi assorbiti da un mestiere che ho accolto, dandomi nuovo senso, nuovi innesti, nuove diatesi interiori.
È una domanda a cui oggi mi rispondevo:
“Perdita”
Ogni mio cambiamento è passato da una perdita.
Lasciare andare qualcosa, spesso qualcuno, era il momento esatto con cui ha spesso coinciso un cambio di passo.
Come exuvia da scrostare via, come gabbia di crisalide per un cuore di ali, ogni volta che ho perso significava darmi ancora la possibilità di nuove schiuse, non importa quanto male facesse.
Perdere
È in fondo lo stesso principio con cui la natura, in ripetizioni frattali, tiene un equilibrio osmotico tra ciò che entra e ciò che esce, ciò che resta e ciò che evane, ciò che esfolia e ciò che gemma, ciò che scordi e ciò che impari.
Quando Ramòn Y Cajal disse che “siamo scultori del nostro stesso cervello” scalfiva per sempre la visione granitica della mente umana.
Lo spiega la Neuroplasticità: le esperienze, i pensieri, le abitudini mentali sono tutti utensili da intaglio che lasciano traccia nelle cellule del cervello, nei loro collegamenti, nei loro circuiti.
Un’esperienza significativa rafforza un ponte e -allo stesso tempo- ne degrada un altro, fino a farlo scomparire.
Sinapsi che si deteriorano, come sentieri di bosco ricoperti da Melisse, se nessuno più li calpesta.
Mi lascio cullare dal senso di giusto e necessario, che questa permuta rimette in circolo i cambiamenti.
Allora sono pronta di nuovo a perdere.
E intanto apro forte le mie mani per un nuovo vuoto
a prendere.

Andrea Ucini ©
L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.
Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato).
Questa è la prova. È evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero (scrivilo!) disastro.
Elizabeth Bishop, L’arte di perdere
메타데이터
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