L’Elefante nella Stanza di oggi 3 gennaio 2026
Crans Montana, Rigopiano. Non sono fatalità.

L’Elefante nella Stanza di oggi 3 gennaio 2026
Crans Montana, Rigopiano. Non sono fatalità.
Finché chiameremo fatalità ciò che è responsabilità, continueremo a contare vittime invece di prevenirle.”
La strage di Capodanno nel bar‑discoteca di Crans Montana, in Svizzera, è al centro dell’attenzione per l’alto numero di vittime. Ma ciò che indigna — e che dovrebbe indignare tutti — sono le gravissime carenze nelle misure di sicurezza del locale.
Le indagini sono in corso, certo. Ma su alcuni punti sembrano esserci ben pochi dubbi:
a) Il locale era già stato giudicato “appena sufficiente” dagli utenti di vari siti di recensioni. b) Testimoni e soccorritori parlano di un incendio divampato e propagatosi in pochi secondi, di una sola via di uscita accessibile tramite una scala e nessuna uscita di sicurezza chiaramente segnalata. c) I video dell’innesco mostrano camerieri che sollevano bottiglie di champagne con candele scintillanti che sfiorano il soffitto, fino a incendiarlo. È evidente che le norme di sicurezza non sono state rispettate, o che il personale non era adeguatamente formato.
I proprietari sostengono di aver superato tre controlli in dieci anni. Ma tre controlli in dieci anni sono pochissimi. Forse le ispezioni non sono state sufficienti, forse i proprietari hanno sottovalutato i rischi, forse non si è ritenuto necessario investire in formazione, esercitazioni antincendio, miglioramenti strutturali.
Ma questa tragedia rivela un elefante nella stanza: un’industria del turismo e del divertimento lasciata correre senza freni, in nome di un profitto facile e tornato a crescere dopo la pandemia.
In Svizzera il turismo è un pilastro dell’economia, soprattutto nelle zone montane: il 4% degli occupati lavora nel settore alberghiero. Crans Montana, 10.000 abitanti, accoglie ogni anno — soprattutto d’inverno — tre milioni di turisti. Ha 35 alberghi, eventi tutto l’anno, un flusso costante di visitatori e denaro.
Quando intere comunità dipendono da un solo settore, e gli amministratori non governano con rigore il rapporto tra imprese e territorio, le conseguenze arrivano. A volte sono invisibili — sfruttamento dei lavoratori, consumo di risorse naturali, pressione sui beni culturali. Altre volte esplodono con la violenza di tragedie come questa, che ci strappa vite giovanissime, talenti, energie: il patrimonio più prezioso di un Paese.
E non è la prima volta. Nel gennaio 2017, a Rigopiano, l’hotel costruito in una zona pericolosa con autorizzazione del Comune di Farindola fu travolto da una valanga. Morirono 27 persone, tra cui bambini. L’amministrazione non aveva mai rettificato la concessione edilizia, la Regione non aveva mai istituito la Carta delle Valanghe, la gestione dei soccorsi fu disastrosa. Quelle persone non sono morte per la valanga, ma — nella migliore delle ipotesi — per l’inettitudine e la connivenza di enti e amministrazioni.
Per questo è ora di smetterla di parlare di “incidenti”. Non sono fatalità. Sono responsabilità.
NEMINEN LAEDERE

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