La bestia e l’uomo, oggi come ieri
Ha scritto Samuel Johnson (1709–1784) "Chi si fa bestia si libera dal dolore di essere uomo." Alla luce di quello che sta accadendo oggi…
La bestia e l’uomo, oggi come ieri

Samuel Johnson
Ha scritto Samuel Johnson (1709–1784) "Chi si fa bestia si libera dal dolore di essere uomo." Alla luce di quello che sta accadendo oggi nel mondo, il famoso dottor Johnson, saggista e autore tra l’altro del primo dizionario della lingua inglese, confermerebbe questo suo pensiero settecentesco? Un interrogativo che merita una risposta meditata.
La frase non proviene propriamente da uno dei suoi famosi saggi, ma è riportata negli “Johnsonian Miscellanies” del 1897. Il contesto originario, come precisa la fonte, era quello dell’ubriachezza eccessiva, del lasciarsi andare fino a perdere le fattezze umane. Dunque non un saggio sistematico, bensì un’osservazione fulminante, aforistica, del genere in cui Johnson eccelleva.
Detto questo, la domanda che mi pongo è di straordinaria attuale pertinenza. Johnson confermerebbe oggi questo pensiero? Lui la riferiva ad una delle dipendenze del suo tempo, noi la possiamo collegare ad una delle tante altre che continuano a rendere “bestia” l’uomo. Forse, oggi, con diversa differenza, ma con ancora maggiore amarezza.
L’aforisma di Johnson nasce da una visione dell’umanità profondamente morale e consapevole: essere uomini significa portare il peso della coscienza, del giudizio, della responsabilità. Il "dolore di essere uomo" non è una debolezza, è la prova della nostra dignità razionale. La bestializzazione è una fuga, una resa.
Oggi, guardando il mondo, Johnson avrebbe davanti a sé forme di questa fuga che lui non avrebbe potuto immaginare in tutta la loro portata. La disumanizzazione dell’altro nei conflitti armati, nella retorica politica, nei social media, dove l’avversario viene ridotto a categoria, a subumano, a nemico assoluto, privato del volto. È esattamente farsi bestia: spogliarsi della fatica del riconoscimento dell’altro.
La fuga nel rumore, lo stordimento digitale, la frammentazione dell’attenzione, l’incapacità crescente di sopportare il silenzio e la riflessione. Anche questo è sottrarsi al "dolore" della lucidità. Il populismo della semplicità, la riduzione di questioni complesse a slogan, il rifiuto del pensiero articolato, la glorificazione dell’istinto contro la ragione.
Johnson, che aveva dedicato la vita alla parola precisa e al giudizio ponderato, ne sarebbe probabilmente inorridito. Eppure, e qui sta la tensione più interessante, Johnson era anche un uomo che conosceva il dolore di essere uomo dall’interno: la malinconia cronica, i sensi di colpa, le notti insonni di preghiera. Non era un ottimista. Sapeva quanto fosse reale quella sofferenza.
Forse oggi aggiungerebbe una nota ancora più cupa: che la novità non è solo che gli uomini fuggono dalla loro umanità, ma che hanno costruito sistemi interi economici, tecnologici, politici che rendono questa fuga non solo possibile, ma desiderabile, vendibile, persino presentata come libertà.
Johnson avrebbe confermato il suo pensiero. Ma, temo, avrebbe anche detto che oggi la bestia non si nasconde più nell’alcol o nei bassifondi. Si siede nei parlamenti, scala le classifiche di ascolto, e raccoglie milioni di like. Che fare? Johnson aveva le sue tribune saggistiche, illustre riviste giornalistiche del tempo.
Le conobbi e le studiai nei primi anni dei miei corsi universitari. Erano succedute a quelle di Addison e Steele, “The Tatler” e “The Spectator”. Il “Rambler” (1750-1752), interamente scritto da lui quasi da solo, 208 numeri, su questioni morali, letterarie, filosofiche. Una voce solitaria, grave, ponderata. L’ “Idler” (1758-1760), dal tono più lieve e ironico, pubblicato sul “Universal Chronicle”.
Immaginare Johnson che riprende la penna del “Rambler” di fronte al mondo di oggi è un esercizio intellettuale irresistibile. Avrebbe probabilmente scritto un saggio intitolato qualcosa come "On the Dignity Voluntarily Abdicated", sulla dignità volontariamente abdicata. Perché questo è il punto che lo avrebbe tormentato di più.
Non la bestialità imposta dalla miseria o dall’ignoranza, che lui conosceva e in parte perdonava, ma quella scelta. Deliberata. Esibita. Applaudita. L’uomo del “Rambler” credeva fermamente che la ragione fosse il dono più alto e più gravoso concesso all’essere umano.
Vedere oggi milioni di persone che la rifiutano con entusiasmo, che premiano chi parla più semplicemente, più rumorosamente, più rabbiosamente , questo lo avrebbe addolorato in un modo che trascende la polemica politica.
메타데이터
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