← Back to list

Dalla ritirata di Kutuzov alla spinta di Mosca: come la Russia sta riscrivendo la propria dottrina…

La constatazione che la Russia stia mostrando, nella guerra ucraina, una capacità offensiva prolungata rappresenta un dato di notevole…

Marco Baratto · 2025-11-15 09:25 · 0 claps · 4.0 min read
#russia-ukraine-war #ukraine-war #mosca
Open on Medium ↗

Dalla ritirata di Kutuzov alla spinta di Mosca: come la Russia sta riscrivendo la propria dottrina militare

La constatazione che la Russia stia mostrando, nella guerra ucraina, una capacità offensiva prolungata rappresenta un dato di notevole interesse storico-strategico, soprattutto se lo si confronta con la lunga tradizione militare di questo Paese. Per oltre due secoli, infatti, la Russia ha costruito la propria identità strategica attorno al paradigma della difesa in profondità, del logoramento dell’invasore e del rovesciamento finale del conflitto quando le forze nemiche risultavano allo stremo. È un’impronta identitaria che affonda le radici nella campagna del 1812, quando l’Impero russo riuscì a trasformare un apparente disastro — la ritirata continua e la perdita di territorio — in una vittoria epocale contro la potenza militare più temuta di allora: l’esercito napoleonico.

Quell’anno, di fronte all’avanzata della Grande Armée, i comandanti russi evitarono la battaglia decisiva e adottarono una strategia di arretramento che avrebbe segnato per sempre la cultura militare del Paese. La profondità geografica diventò un’arma, il tempo un alleato, il rigore del clima un supporto involontario ma letale. Napoleone si addentrò nelle sterminate pianure russe, le sue linee di rifornimento si allungarono fino alla rottura, la fame e il gelo demolirono la sua capacità combattiva. Fu allora che i russi, fino a quel momento in apparenza passivi, passarono al contrattacco. La ritirata si trasformò in una trappola perfettamente riuscita, e l’evento entrò nella mitologia nazionale come dimostrazione dell’efficacia della “strategia della profondità”. Da quel momento in poi, la Russia cominciò a definire la propria forza non nell’attacco fulmineo, ma nella resilienza, nell’assorbimento dell’urto e nel rovesciamento graduale della situazione.

Quando arrivò la Prima guerra mondiale, l’Impero zarista cercò di comportarsi come una potenza offensiva moderna. Lanciò due grandi offensive, una in Prussia Orientale e una in Galizia, per rispettare gli impegni presi con l’Intesa e per alleggerire la pressione tedesca su Francia e Belgio. I risultati furono però contraddittori e, nel complesso, disastrosi. Se in Galizia le truppe russe ottennero iniziali successi contro gli austro-ungarici, la campagna in Prussia Orientale si rivelò un fallimento catastrofico. A Tannenberg un’intera armata fu praticamente annientata, in parte a causa di errori di comando, in parte per la fragilità strutturale dello Stato russo. La logistica era inadeguata, l’industria incapace di sostenere un conflitto moderno, i comandi male organizzati e spesso incapaci di coordinarsi. La Russia zarista dimostrò così che, al di là del valore dei propri soldati, non possedeva né i mezzi né la struttura per condurre operazioni offensive su larga scala. La guerra divenne un logoramento insostenibile che, sommato ai problemi interni, portò al crollo politico del 1917. Il fallimento della Prima guerra mondiale consolidò ulteriormente l’idea che il modello offensivo non appartenesse alla natura profonda della strategia russa.

Quando Hitler lanciò l’Operazione Barbarossa nel giugno del 1941, Stalin si trovò di fronte a una minaccia esistenziale. Dopo un inizio traumatico, segnato da errori colossali e dall’impreparazione dell’Armata Rossa, il leader sovietico comprese però che la sopravvivenza del Paese dipendeva dal recupero del modello del 1812. È in questo frangente che Stalin compì le sue scelte strategiche più significative e, nel bene e nel male, più determinanti. Rifiutò la tentazione di difendere ogni metro di territorio e accettò la necessità di un arretramento strategico per guadagnare tempo. Fu una decisione durissima, dolorosa e politicamente rischiosa, ma permise di mantenere intatta una parte essenziale della capacità bellica sovietica.

Se nel 1812 la strategia della profondità fu in larga parte una risposta spontanea alle circostanze, sotto Stalin assunse la forma di una dottrina moderna. Il trasferimento dell’industria bellica oltre gli Urali, realizzato con una rapidità sorprendente, mise al sicuro la produzione militare. La mobilitazione totale della società trasformò il Paese in una gigantesca officina armata. La riorganizzazione dei vertici militari e la ricostruzione dell’Armata Rossa permisero di recuperare, lentamente ma decisivamente, la capacità di resistenza. Stalin riuscì così a ricreare il modello 1812 in forma industriale: arretrare, assorbire, rigenerarsi e colpire. Dal 1943 in avanti l’URSS passò infatti a una serie di controffensive imponenti, culminate nella battaglia di Kursk e poi nella liberazione dell’Europa orientale, fino all’ingresso trionfale a Berlino nel 1945. La sua visione strategica, pur esercitata con una durezza spietata, permise alla Russia sovietica di ripetere, e amplificare, la logica già sperimentata contro Napoleone.

Oggi, però, la situazione appare profondamente diversa. Nella guerra ucraina la Russia sta mostrando una capacità offensiva lunga e continuativa che rappresenta una novità rispetto al suo passato storico. Senza entrare nel merito politico o morale del conflitto, ciò che emerge dal punto di vista analitico è che Mosca sta conducendo operazioni offensive sostenute nel tempo, mantenendo l’iniziativa su più fronti e mostrando una resilienza logistica che contrasta con le debolezze storiche dell’Impero zarista e con alcune rigidità dell’URSS. La produzione industriale è stata riorientata verso il settore bellico, la dottrina si è evoluta per integrare droni, artiglieria digitale e guerra elettronica, e l’apparato politico ha mantenuto stabilità sufficiente a sostenere una campagna lunga.

Questa trasformazione non significa che la Russia abbia abbandonato il proprio DNA strategico. Piuttosto, sembra averlo rimodellato, combinando la tradizionale capacità di resistenza con una inedita continuità offensiva. È un ibrido nuovo, un’evoluzione che potrebbe segnare una svolta importante nel modo in cui Mosca concepisce la guerra e la propria posizione nel mondo. Se il modello del 1812 e la sua perfezione staliniana si fondavano sulla capacità di trasformare l’invasione in opportunità, la Russia contemporanea sembra tentare qualcosa di diverso: mantenere l’iniziativa senza dover attendere che sia il nemico a entrare nel proprio territorio.

Si tratta di un cambiamento profondo, che non cancella il passato ma lo rielabora. È una mutazione dottrinale che potrebbe avere effetti duraturi sull’equilibrio strategico europeo. E per questo, al di là delle posizioni politiche, merita di essere studiata con attenzione, perché evidenzia come la Russia stia cercando di uscire dal proprio schema storico e di riscrivere, almeno in parte, il proprio DNA militare.

In parole povere la dottrina militare russa sta cambiando, mi chiedo e spero che in Occidente qualcuno se sia accorto

Marco Baratto


메타데이터
post_id
52fb0fb970c4
slug
dalla-ritirata-di-kutuzov-alla-spinta-di-mosca-come-la-russia-sta-riscrivendo-il-proprio-dottrina-52fb0fb970c4
url
https://medium.com/@barattomarco/dalla-ritirata-di-kutuzov-alla-spinta-di-mosca-come-la-russia-sta-riscrivendo-il-proprio-dottrina-52fb0fb970c4
canonical_url
https://medium.com/@barattomarco/dalla-ritirata-di-kutuzov-alla-spinta-di-mosca-come-la-russia-sta-riscrivendo-il-proprio-dottrina-52fb0fb970c4
author_url
https://medium.com/@barattomarco
status
ok
fetched_at
2026-06-26 06:47:43