Skyrim co’ Giuseppe Tonetto. Capitolo 27. Banditi dai banditi.
Uno dice: “mo arrivo al cospetto di sto posto che c’ha minimo minimo due secoli di storia, mo chissà che arzigogolo ci dobbiamo inventà pe…
Skyrim co’ Giuseppe Tonetto. Capitolo 27. Banditi dai banditi.
Uno dice: “mo arrivo al cospetto di sto posto che c’ha minimo minimo due secoli di storia, mo chissà che arzigogolo ci dobbiamo inventà pe scassà il meccanismo della porta, tutti i vari marchingegni che avranno architettato pe protegge il luogo da infedeli, banditi, viandanti in cerca di rifugio o amanti in cerca di giaciglio”.
E poi quella si apre a spinta.
Entriamo. Dentro è scuro, umido, na puzza di muffa che non s’affronta.
Alcune fratture sul soffitto consentano a sprazzi di luce di filtrare. Una, più scaltra, crea una forma ellittica sul pavimento. Lì giace, morta, e perfettamente illuminata, na specie di nutria.
- Che è là porcaria?
Domando, indicandola.
- Skeever, mi sembra.
Mi risponde il biondo.
Io faccio finta di sapè di che sta a parlà, annuendo.
Quindi, muoviamo i primi passi nel silenzio.
Non illuminate, ci stanno altre due di ste nutrie morte. E di fronte alla prima che abbiamo visto, un umano, morto pure que.
- Na carneficina.
Commento.
Per andare oltre i corpi, cerco di passare lateralmente. Ma al terzo passo Sven, che mi è appena dietro, mi mette una mano sulla spalla. Mi giro, allora, verso di lui. Mi fa cenno di abbassarci. Poi, da quell’altezza, indica in un punto. Tra due rocce, uno spiraglio e, in lontananza, una lucina che balla. Un fuoco dall’altra parte della stanza. Sven mi sorpassa e io lo seguo. Silenziosi come gatti, ci spostiamo nell’ombra. Arrivati sotto una volta, sbirciamo oltre una grossa colonna. Da lì vediamo di nuovo il fuoco. Ma con una visuale più ampia, notiamo anche lo spazio intorno a quel fuoco.
Due uomini, armati fino alle corna, a presidiarlo.
- Cosa facciamo?
Mi domanda Sven, a voce bassa.
- Non lo so.
- Come non lo sai? Non hai un piano?
- No.
- Quindi, torniamo indietro?
- Sì, per favore.
Di nuovo fuori, Sven mi dice:
- Ma non si sono accorti che qualcuno ha aperto il portone?
- Magari avranno pensato fosse uno di loro, magari l’arciere.
Dico, indicando il cadavere, già semi-ricoperto di neve. Il biondo guarda in quella direzione, mi dice:
- Cosa ne dici se deprediamo l’arciere e ce ne torniamo a Riverwood?
- Che ore sono mo?
- Dodici e tre quarti, minuto più, minuto meno.
- Ma davvero conti ogni minuto per tutto il giorno?
- Lo giuro.
- Ma non ti affatichi il cervello?
- Abitudine.
Restiamo un attimo lì davanti al portone, con le mani sui fianchi. Poi, di nuovo io:
- Comunque no, senti, ci ho pensato. Qui fuori si gela, e non voglio avere Lùcan Valerius alle calcagna al mio ritorno. Lì dentro c’è un fuocherello scoppiettate.
Ma Sven aggiunge:
- E due balordi pronti a farci secchi.
- Guarda, ma secondo te, perchè stavano lì?
- Non lo so.
Mi fa lui.
- Dimmelo tu.
- Io penso che quelli abbiano paura quanto noi di sto posto.
- Io non ho paura.
Si lamenta Sven, con tono indignato. Io non lo calcolo proprio, e continuo.
- Potremmo proporgli di unirci a loro, e di affrontare questo posto insieme.
- Ma se gli abbiamo ucciso un elemento.
Dice ancora lui, indicando l’arciere.
- Ma questi so banditi, non hanno chissà quanto a cuore le vite delle persone.
Dico io, ma con poca convinzione. Il bardo infierisce:
- Dunque fammi capire, ci perdonano che gli abbiamo ammazzato il compagno e ci fanno entrare nella banda?
- Hai ragione.
Riconosco io.
- Sto dicendo una stupidaggine.
- Meno male che te ne sei accorto.
Di nuovo qualche secondo fermi.
- Senti.
Fa Sven.
- Io non voglio fare la fine di quello lì.
DIce, indicando ancora una volta l’arciere, ancora più coperto dalla neve.
- Non voglio morire di freddo, rientriamo. Se ci sarà da scappare, scapperemo. Se ci sarà da combattere, combatteremo. Se ci sarà da morire.
- Si si, ho capito, moriremo. Ma guarda che quello non è morto di freddo, l’hai ammazzato tu, eh.
Concludo io seguendolo di nuovo dentro.
Non ci diciamo niente. Riponiamo le armi e ci muoviamo con incosciente sicurezza verso gli sconosciuti.
Appena si trovano a tiro di voce, me ne esco io così:
- Heylà, del santuario!
Si girano e strizzano gli occhi verso di noi. Appena inquadrano le nostre fisionomie, come volevasi dimostrare, ci attaccano.
Sono un uomo ed una donna. L’uomo si lancia su Sven che, faticosamente, estrae di nuovo il pesantissimo spadone a due mani che gli ho donato. La donna si getta contro una parete ed estrae rapidamente arco e frecce, mirando me.
Lì poi succedono cose che la mente non prevede neanche. Corro verso di lei, incurante delle frecce che mi proietta contro e, in quattro e quattr’otto, la sgarro sul collo, finendola con quel solo colpo. Sven fa il suo con quello più grosso, e mi raggiunge con i denti ancora serrati.
Anche in me l’adrenalina circola a fiumi, e mi strappo via dalle coscie le due frecce con cui la donna è riuscita a penetrarmi.
Istintivamente, metto la mano a conchetta.
Una luce si carica all’interno del mio palmo e da lì inizia a scorrere su tutta la superficie del mio braccio sinistro, quindi si allarga sul busto, irradiandomi dalla testa ai piedi finchè non sento che il dolore sparisce.
Mi giro di nuovo verso Sven, che ha un’espressione completamente diversa, adesso.
- Cosa accidenti ti è uscito dalla mano?
Mi domanda, con gli occhi sbarrati.
- Andiamo avanti.
Gli dico, con rinnovata sicurezza, indicando il corridoio cilindrico che ci si rivela innanzi.
Dei gradini ci fanno scendere. Spostiamo i piedi lateralmente, uno davanti l’altro, tenendoli paralleli alle scale , abbiamo le armi sguainate. Evitiamo le pozze melmose per terra e ci abbassiamo quando incontriamo le numerose ragnatele che ci sono in questo lungo corridoio in discesa.
Alla fine del quale ce n’è un altro, che va verso sinistra, meno lungo del primo, e meglio illuminato.
Dei vasi, infatti, collocati ogni due o tre metri ai lati del corridoio, accolgono ampi bracieri ardenti. “Tracce di civiltà, o presagi di sventura?”, penso io, ma tengo per me questa riflessione.
In una rientranza sulla parete, tre gradini conducono ad una sorta di panchina di pietra con intagli scolpiti. Sopra di quella, un’urna a forma di pulcino che chiede la pappa. Detto così sembra na roba tenera. Invece mette i brividi, mette. Altrochè.
Procediamo oltre. La natura qui ha fatto il suo corso: radici e rampicanti si avvolgono gli uni sugli altri e decorano la via. Scendiamo ancora. L’umidità, crescente, è parzialmente contrastata dai bracieri. Arriviamo finalmente ad un bivio. Ma una delle due strade è ostruita, crollata su sè stessa. Da lì non viene più luce. Solo polvere. Proseguiamo per la strada percorribile, e scendiamo ancora. Superiamo n’altra nutria morta. Questa in solitudine. Mentre rifletto sulla caducità dei roditori sento, più avanti, un lamento umano. Io e Sven affrettiamo il passo, muovendoci in quella direzione. E arriviamo in una stanza dal soffitto molto più alto del tratto che abbiamo percorso finora. Vorremo respirare un po’, ma il fiato ci si strozza in gola quando vediamo un uomo, al centro della stanza, aggrappato ad una leva, trafitto da numerose lance. Con un rantolo si gira verso di noi. Ci rivolge uno sguardo disperato. Dopo di quello, nessun’altra emozione. E’ morto in ginocchio. Le lance, una volta attraversato il suo corpo, si sono puntate contro il pavimento, conferendo alla figura un grottesco equilibrio, in una posa cavalleresca, elegante e ferale insieme. Tutto intorno, nella stanza, sculture nella pietra, raffiguranti animali, e folate di vento, gelide.
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