Gorgonzola
Daniel mi ha lasciata un mese e mezzo fa, mi sento totalmente a pezzi. Distrutta, esco a malapena, persino il mio corpo si rifiuta di…
Gorgonzola

Daniel mi ha lasciata un mese e mezzo fa, mi sento totalmente a pezzi. Distrutta, esco a malapena, persino il mio corpo si rifiuta di compiere i gesti più basilari, come evitare di rovesciare il caffè ogni mattina, per esempio.
Non ho più lacrime, non ho energie e sicuramente non ho più fiducia nel genere maschile. Mi aveva detto che non voleva essere il motivo della mia infelicità, perché avrebbe dato priorità al lavoro e non sarebbe stato disposto ad essere presente per una relazione.
Che cosa originale, di questi tempi.
Contatto Alessandra, che chiamare cugina sarebbe riduttivo dato che è praticamente la mia metà. La mia vera metà.
Nonostante viva in un’altra città, quando mi sente così non esita manco per un secondo, compra un biglietto del treno e in due ore è da me.
Prenoto un tavolo per due in una trattoria dove con un tot si prende un menù prestabilito dallo chef: non si sa esattamente che piatto possa capitare, ma il locale è diventato famoso proprio per questo. È una scoperta e dalle recensioni sembra proprio che siano tutti soddisfatti.
Io e Ale decidiamo di buttarci e provare.
Mentre aspettiamo di essere servite decidiamo di ingannare il tempo con un gioco: “qual è il piatto che proprio non vorresti mai ricevere?”
Ale non ha dubbi: “Qualcosa con il gorgonzola. Il gorgonzola non potrei mai mangiarlo. Non trovi ripugnante metterti un pezzo di formaggio ammuffito in bocca? Ma come fanno le persone?”
“A me piace molto, anzi, penso che gli gnocchi al gorgonzola siano uno dei miei piatti preferiti.”
Ale non replica, mi basta guardare la sua espressione per capire cosa ne pensa.
“Sai cosa fa veramente schifo invece?”, le chiedo.
“I tassisti che si fanno pagare 9 euro già prima di salire?”, dice.
“Non male, ma…”
“Gli automobilisti incazzati che vanno a 130km/h sulle pozzanghere schizzandoti tutta nei giorni di pioggia?”
“Beh sì, anche… Ma soprattutto Daniel. Daniel fa schifo, e fanno schifo tutti gli uomini.”
“Dai, non dire così. Sono certa che troverai la tua persona. Non era degno di te.”
Siamo a metà della cena, per fortuna Ale è la persona perfetta per passare la serata. Mi fa parlare davvero dei problemi, non evita che non ci siano come fanno tutti gli altri. E dopo averne parlato, ha il potere di distrarmi completamente.
Poi arriva quel momento: “Sto bevendo un po’ troppo sidro. Vado un attimo in bagno”, mi dice.
Mentre Ale si alza, io prendo il telefono per sbirciare se ho qualche notifica.
Non avrei decisamente dovuto farlo.
Compare solo un nome: DAN.
Io quella notifica me l’ero addirittura sognata, non potevo credere ai miei occhi.
Come se avessi visto un fantasma, rimetto velocemente il cellulare in borsa e tento disperatamente di scacciare via i pensieri che lo riguardano.
Non volevo che mi riscrivesse, non volevo risentirlo, mi aveva fatto talmente male che non avrei mai voluto ritrovarmi nella posizione di dover scegliere se perdonarlo e dargli una seconda possibilità o dimenticarlo come stavo già cercando di fare. E ora avevo ricevuto un suo messaggio e chissà cosa voleva.
Stavo pensando di eliminarlo direttamente ma la curiosità mi avrebbe tormentata ancora di più, così decido di aspettare Alessandra e chiedere consiglio a lei.
Finalmente Ale torna dal bagno. Deve aver notato la mia faccia impanicata perché prima di sedersi mi chiede: “Sari, tutto ok? Stai male?”
“Non puoi credere a cosa mi sia appena successo.”
“Cioè?”
“Immagina la cosa peggiore che possa succedere in questo momento”.
Ale riflette un secondo, soppesando le varie possibilità. Guarda la mise en place del nostro tavolo, i piatti davanti a noi, poi rialza lo sguardo e dice: “No vabbè c’è il gorgonzola?”
Ci guardiamo per un lungo istante, poi scoppiamo a ridere.
È stato allora che ho capito.
Ho realizzato che c’è qualcosa di profondo nel nostro modo di ricevere ciò che succede al di fuori di noi che determina come staremo per il resto del tempo.
Senza saperlo, Ale mi aveva appena fatto da medicina naturale. Mi aveva insegnato, con una semplice frase e senza nemmeno pensarci troppo, che per qualcuno il peggio possa essere un messaggio da una persona che abbiamo amato e che vorremo solo lasciar andare; e per qualcun altro invece basti un piatto di gorgonzola.
Mi aveva insegnato che non si può rifuggire il dolore, ma che forse ci si può ridere su, anzi, che ci si debba ridere su, che sia sano, che sia una forma di leggerezza potersi concedere di attraversare quel dolore senza farsi scalfire in profondità.
Mi aveva appena fatto vedere che l’indifferenza per la fine di una relazione non è un sentimento, è una scelta.
Torno seria e le dico: “no, è che… Il peggio è che non so ancora quante portate ci saranno”.
È stata la prima cosa che mi è venuta in mente.
“Oh sì, questo sì che è un bel guaio!”, ride lei, con uno sguardo complice.
Siamo completamente ubriache di sidro.
Mi godo la cena e non ci penso più.
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