Immuni alle polemiche
Come funziona l’app di tracciamento e perché la ricerca di un nemico — con le polemiche strumentali dei vari schieramenti — ne sta frenando…
Immuni alle polemiche
Come funziona l’app di tracciamento e perché la ricerca di un nemico — con le polemiche strumentali dei vari schieramenti — ne sta frenando lo sviluppo.

Nel primo dei suoi scritti occasionali, *Costruire un nemico*, Umberto Eco spiegò l’importanza di modellare un avversario contro cui combattere. Un passaggio fondamentale per l’autodeterminazione di un popolo, poiché un nemico ci identifica meglio di quanto possa fare un amico.
Scrive Eco:
“Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”.
L’impressione è che questa massima — con il suo fondo di verità — sia stata presa fin troppo seriamente dagli italiani.
Il dibattito pubblico, infatti, si è ormai incattivito e polarizzato superando ogni immaginazione. Il racconto mainstream è solo quello radicale, che non prende mai in considerazione le scale di grigi. Eppure, pensiamoci, quante sono nel mondo le cose solo nere o bianche? Neanche la pelle lo è, a voler vederci bene. L’approfondimento e l’analisi del reale, nel suo complesso, sono passaggi che richiedono tempo e che poco hanno da spartire con il flusso delle news h24. Tanti giornali hanno scelto la semplificazione: sbatti il mostro in prima pagina.
[embed]
l titolo è quello di un film degli anni 70, quelli di piombo, diretto da Marco Bellocchio. In una recensione pubblicata su L’Espresso, Alberto Moravia definì il protagonista:
“improbabile direttore di giornale che riesce tuttavia a creare un personaggio molto vivo, insieme corrotto e conscio della propria corruzione”.
E’ la malafede, dunque, ad aver incattivito la narrazione? Se i giornali possono manipolare lo svolgersi delle vicende — con informazioni mirate ad indurre precise reazioni nei cittadini — è la politica ad avere i dividendi più corposi. La politica degli slogan, che non dibatte sui contenuti, impegnata a costruire innanzitutto un contenitore all’interno del quale sentirsi a casa.
“Non serve trovare delle soluzioni se riesci a trovare un colpevole. Sbatti il mostro in prima pagina e spera sia solo e sia debole“, canta Willie Peyote.
Hooligans digitali

Ma cosa accade quando sono gli stessi elettori a prendersi il palcoscenico?
I social network sono diventati il ring preferito del fondamentalismo d’opinione. Le aziende della Silicon Valley lo hanno voluto fortemente, al fine di tenere gli utenti incollati agli schermi e massimizzare i guadagni derivanti dalle pubblicità. Le chiamano echo-chamber. Il termine è finito anche sulla Treccani, come neologismo:
Nella società contemporanea dei mezzi di comunicazione di massa, caratterizzata da forte interattività, situazione in cui informazioni, idee o credenze più o meno veritiere vengono amplificate da una ripetitiva trasmissione e ritrasmissione all’interno di un àmbito omogeneo e chiuso, in cui visioni e interpretazioni divergenti finiscono per non trovare più considerazione.

Si urla forte nella vallata digitale e indietro torna l’eco della propria voce e di quelli che la pensano come noi. Anzi: di quelli che hanno un nemico uguale al nostro.
I link su cui clicchiamo e i pensieri che inseriamo nella nostra testa sono condizionati da questo algoritmo. Così ci si trasforma in ultras, in odiatori digitali; mossi dal rumore dei nemici, come diceva quel tale portoghese, che, tuttavia, lo faceva proprio per caricare la sua tifoseria.
Quando il dibattito, dalle partite di calcio, si sposta sull’idea di futuro di una società, il sistema può andare in tilt.
Il caso Immuni

Prendiamo il caso di Immuni.
Per minimizzare i rischi derivanti da una riapertura dopo l’emergenza Covid-19, l’Italia ha dovuto pensare ad uno strumento in grado di ridurre al minimo la possibilità di nuovi contagi.
Testare, tracciare, trattare.
Il sistema è quello delle tre T, utilizzato con profitto dalla Corea del Sud, e che secondo uno studio dell’Imperial College di Londra dovrebbe impedire 20mila decessi (sono previsti nel caso in cui il 40% della popolazione italiana ripartisse senza misure di prevenzione).
Il governo Conte sceglie così di dotarsi di una propria applicazione ed avvia, in piena emergenza, un bando rapido per la selezione di un sistema in grado di tracciare i contatti. Ottenute le prime candidature, la Ministra per l’innovazione tecnologica Paola Pisano istituisce una task force di 74 esperti, con il compito di selezionare l’app migliore. A metà aprile, Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza sanitaria, annuncia il vincitore: è Immuni, la proposta a titolo gratuito giunta dall’azienda Bending Spoons.
Iniziano subito i problemi. Il protocollo che intende usare l’azienda, basato su un sistema centralizzato, non fornisce le sufficienti garanzie per la privacy degli utenti. Un impuntamento nella tabella di marcia che rischia di far saltare l’intera operazione. Arriva però un inaspettato soccorso: Apple e Google annunciano una collaborazione inedita per lo sviluppo dei servizi di tracciamento. Una modifica all’interno dei sistemi iOS e Android che permetterà lo sviluppo di applicazioni di contact tracing, in grado di funzionare anche con telefono non attivo.
I programmatori iniziano a smanettare; nel mentre gli esperti si confrontano sulla sicurezza: va scelto il centro dati da utilizzare per la piattaforma. La richiesta è quella di un sistema senza controllo diretto. Si decide, quindi, di optare per due società pubbliche: Sogei e PagoPa. La prima, in particolare, è una controllata del Ministero dell’economia e si occupa dello sviluppo di sistemi informatici per la pubblica amministrazione, su tutti quello del 730 precompilato. Per Immuni assume la responsabilità della gestione dell’infrastruttura informatica, sulla quale passeranno i dati anonimi dei casi positivi al coronavirus.
Il 20 maggio, dopo qualche ritardo, gli aggiornamenti dei sistemi operativi sono pronti.

Funzionalità
Immuni si basa su una particolare tecnologia senza fili, detta Bluetooth BLE. Nella sostanza, una volta accordato il permesso sul proprio dispositivo, ogni giorno l’applicazione genererà una chiave alfanumerica, sulla base della quale è prodotto un codice identificativo (ID), che viene poi emesso dallo smartphone tramite il bluetooth, per circa 10 minuti. Alla scadenza dell’ID, Immuni ne genera uno nuovo, sempre legato alla stesa chiave (nota solo all’applicazione). In questo modo è impossibile per un utente malintenzionato risalire a uno smartphone partendo da un ID.
I telefoni con l’app installata, che entrano in contatto tra loro, si scambiano gli ID e registrano l’informazione esclusivamente nella loro memoria, senza inviare il dato a nessun altro sistema. L’app calcola la distanza minima raggiunta e il tempo di permanenza tra i dispositivi: due informazioni importanti per stimare se l’avvicinamento a una persona — che si rivelerà poi positiva — fosse sufficiente per rimanere contagiati. Immuni non registra la posizione ma si basa sulla prossimità tra i dispositivi.
Al momento in cui scrivo, si può scaricare solo in Liguria, Marche, Abruzzo e Puglia. Una fase di sperimentazione avviata l’8 giugno per correggere eventuali malfunzionamenti.
L’inutile è invisibile agli occhi

Per funzionare adeguatamente, tuttavia, Immuni dovrà essere scaricata da almeno il 60% degli italiani. Un numero quasi irraggiungibile: se ricevesse gli stessi download di WhatsApp — 30 milioni di utenti in Italia — non sarebbe ancora sufficiente. Al momento le attivazioni, su base volontaria, sono 100 mila. I primi dati hanno segnalato che il 90% delle persone la disinstalla nel giro di due giorni.
A complicare le cose, e iniziano le polemiche, si è inserito lo scontro Stato-Regioni. La Regione Piemonte, una delle più colpite dall’emergenza, ha già fatto sapere che non sponsorizzerà il servizio. Ferruccio Fazio, responsabile della task force per la Fase 2, ha dichiarato:
Non riteniamo opportuno incentivare in Piemonte l’uso dell’app. Ritengo che non sia utile: è solo un alert e il sistema di tracciamento che abbiamo messo in piedi è già molto avanzato.
Gli farà eco l’ex parlamentare Guido Crosetto, oggi molto attivo nella task force piemontese:
Immuni rischia di creare falsi timori, una richiesta di tamponi non giustificata, come i test sierologici. Non è un sistema utile per fare un’indagine epidemiologica.
Rischi
In tanti, al di là della sua possibile inutilità con poche adesioni, segnalano poi i rischi per la sicurezza. Pur essendo rispettosa dei dettami del documento dell’European Data protection board (su tutto il sistema di memorizzazione dati decentralizzato), presenta, ovviamente, dei rischi.

Le applicazioni sono per loro natura violabili. Immuni, in particolare, è open source e rilascerà il proprio codice sorgente. Anche non lo fosse, un hacker potrebbe smontare alla radice il software e modificarla comunque, mettendo in circolo una versione malware.
I sistemi di questo tipo, nello specifico, sono soggetti ad attacchi di tipo replay: un semplice collector può raccogliere gli RPI emessi dai telefoni che gli passano vicino, per poi trasmetterli a uno spreader con il compito di diffonderli a ripetizione. Chiunque si trovi in prossimità dello spreader incamera degli RPI fantasmi, persone accanto alle quali non è mai passato. Così un caso Covid-19 può generare una folla di falsi positivi, perché tutti quelli che hanno ricevuto segnali dal finto spreader possono essere considerati a rischio; pur non essendo mai stati realmente vicini.
Altra potenziale debolezza è quella del calcolo della distanza, ovvero attraverso il segnale Bluetooth Low Energy: più basso è il segnale, più lontano è il telefono che invia l’RPI. Purtroppo l’attenuazione del segnale non può essere precisa, perché è condizionata da fattori imprevedibili come gli ostacoli, la presenza di rumore elettromagnetico, fluttuazioni nella potenza di trasmissione.
Per molti è un problema che neanche si presenta. Per essere installata, infatti, occorre uno smartphone (molti anziani ne sono sprovvisti) di ultima generazione: iOS 13.5 o Android 6 le versioni necessarie, che escludono una platea di potenziali utenti.
“Neanche Dio realizza un app in 70 giorni” spiega la Ministra Pisano.
Non avrai altro Dio all’infuori di me

Opportunità e speranze, si dirà. Bug da risolvere con serietà e analisi. No. Dopo mesi di polemiche la discussione tecnica esce completamente dal dibattito pubblico. Il download, o meno, dell’applicazione, diventa una scelta identitaria; un’adesione per appartenenza a una tribù e ai suoi dogmi.
La destra — per questioni di opposizione — si dimostra fin da subito insofferente. Matteo Salvini, leader della Lega, prende posizione giocando sulla paura:
[embed]
“Gli italiani chiedono garanzia totale nella gestione e tutela dei loro dati e fino a quando non ci sarà questa garanzia, io non scarico nulla”, dirà.
Su quali basi lo afferma? I dati raccolti saranno rimossi entro il 31 dicembre 2020 ed anche il Garante per la Privacy italiano ha dato il via libera:
Il trattamento di dati personali effettuato nell’ambito del Sistema può essere considerato proporzionato, essendo state previste misure volte a garantire in misura sufficiente il rispetto dei diritti e le libertà degli interessati.
Mentre in piazza sfilano i gilet arancioni — grottesco, se non pericoloso, movimento che sostiene il virus non esista — la sinistra, e la parte filo governativa, non hanno più dubbi: bisogna scaricarla per principio. E infatti sono tra i primi a farlo. Un fioccare di screenshot su Facebook e poi via a “blastare” chi non effettua il download dell’app “di regime“, come dicono quelli in malafede.
Una presa di posizione che irride i rischi sulla sicurezza: “tanto postate qualunque cosa sui social!“. Tuttavia sulla privacy e sulla gestione di informazioni sensibili da parte degli Stati non si dovrebbe mai scherzare, preferendo sempre la prudenza. Edward Snowden lo ha spiegato così nella sua autobiografia “Errore di sistema“:
Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy, perché non si ha nulla da nascondere, è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire.
Errore di sistema

Il sistema, con queste premesse, non può che andare in tilt. E così accade.
I fan dell’applicazione sono improvvisamente traditi. Accusano Immuni di sessismo: la prima schermata dell’app, infatti, vede una donna intenta a cullare un bambino e un uomo, verosimilmente il padre, nella stanza a fianco mentre lavora al computer.
[embed]
Dà il via alle danze l’ex Primo Ministro Enrico Letta. Seguiranno le femministe inviperite per questa immagine che rischia di far perdere “anni, anzi secoli, di battaglie progressiste e per la parità di genere“.
La polemica finisce sui giornali, che non aspettano altro.
L’app corre ai ripari — inverte i ruoli — e quelli che accusano il governo di manipolazione, ci scherzano in questo modo:

Quello che segue, invece, è il fotomontaggio più realistico: i genitori in una stanza e il bambino al computer. Non so se plachi le polemiche, sicuramente rispecchia la realtà di oggi; con i figli dimenticati davanti a un display.

Nel frattempo chi se la ricorda più Immuni.
Nei giorni del lancio è stata completamente oscurata da controversie distruttive: sono quelle della paura strumentale, negazionista, dei populisti; e quelle del fanatismo femminista (no, non si sminuisce la figura di una donna rappresentandola mentre accudisce suo figlio).
Pregiudizi che non muoiono mai
[embed]
I cittadini si sono ritrovati sommersi dai giudizi a priori, iniziando a darsele di santa ragione: una zuffa senza quartiere, tra bar e social network. Il dibattito si è incattivito nuovamente. Altro che yin e yang, le due energie opposte, necessarie l’una all’altra, che si completano a vicenda.
Non c’è più spazio per la riflessione.
Kahneman, in un famoso libro, parlò di pensieri lenti e veloci. Due modi di agire del nostro cervello: il sistema uno, quello che ci permette di fare pensieri intuitivi, automatici; e il sistema due, quello che ci obbliga a ragionare, a calcolare. Scrive:
L’aspetto fondamentale del pensiero due è che le sue operazioni richiedono uno sforzo, mentre una delle nostre principali caratteristiche è la prigrizia, la riluttanza ad impegnarsi più dello stretto necessario.
Si finisce, come scritto nel manifesto di OMISSIS, per credere in ciò che si spera sia vero. Quel “Non esiste realtà al di fuori della mente“, messo in musica da Dargen D’Amico.
Per chiudere il cerchio non possiamo che tornare da Umberto Eco e al suo Costruire un nemico. Nella quarta di copertina cita gli antieroi di Watchmen:
“Per tenere i popoli a freno, di nemici bisogna sempre inventarne, e dipingerli in modo che suscitino paura e ripugnanza”.
L’impressione è che la maggioranza del popolo sia ormai autosufficiente, con frenata automatica non-assistita, in questa continua ricerca di un nemico. Lo sarà fino a quando continuerà a polemizzare, senza chiedersi prima cosa stia realmente succedendo.
Roberto Russo
메타데이터
- post_id
- 5e4e60ff5913
- slug
- immuni-alle-polemiche-5e4e60ff5913
- url
- https://medium.com/@roberto.russo/immuni-alle-polemiche-5e4e60ff5913
- canonical_url
- https://medium.com/@roberto.russo/immuni-alle-polemiche-5e4e60ff5913
- author_url
- https://medium.com/@roberto.russo
- status
- ok
- fetched_at
- 2026-07-27 22:11:43