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25 aprile: festa della Liberazione o inizio della Divisione?

Dopo 80 anni si continua a definire “festa della Liberazione” una ricorrenza che segna, in realtà, l’inizio della Divisione nazionale. Il…

Giulio Ginasci · 2025-05-03 07:30 · 0 claps · 1.9 min read
#25-aprile #fascismo #resistenza #antifascismo
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25 aprile: festa della Liberazione o inizio della Divisione?

Dopo 80 anni si continua a definire “festa della Liberazione” una ricorrenza che segna, in realtà, l’inizio della Divisione nazionale. Il 25 aprile 1945, oggi celebrato come il giorno della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, fu anche l’epilogo di una tragica guerra civile. Lo storico Claudio Pavone, nel suo fondamentale Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (1991), ha definito il conflitto italiano tra il 1943 e il 1945 come triplice: guerra patriottica contro l’occupante tedesco, guerra di classe tra forze socialmente contrapposte, e guerra civile tra italiani. Il Paese era spaccato: il Centro-Sud, sotto controllo alleato e monarchico, mantenne una sostanziale continuità amministrativa e giuridica con il regime precedente, mentre il Nord, occupato dalla Germania e governato dalla Repubblica Sociale Italiana, divenne il teatro principale della resistenza armata antifascista.

Paradossalmente, nei territori “liberati” dagli Alleati si tollerò, e in certi casi si idealizzò, una forma attenuata di fascismo residuale; mentre nei territori dell’Asse maturò un antifascismo radicale, ideologicamente ispirato e combattente. Fu questa l’origine della prima, profonda spaccatura dell’Italia post-bellica: non una liberazione unitaria, ma una discontinuità selettiva, imposta dalle circostanze geopolitiche più che da una volontà nazionale condivisa.

Il referendum del 2 giugno 1946, che sancì la nascita della Repubblica, fu anch’esso espressione di questa divisione. Il voto fu geograficamente polarizzato: il Nord votò in larga maggioranza per la Repubblica, il Sud per la Monarchia. La nuova Costituzione del 1948, frutto di un difficile compromesso tra forze ideologicamente opposte (democristiani, comunisti, socialisti, liberali), tentò di costruire un’identità nazionale su valori comuni, ma senza mai affrontare fino in fondo la riconciliazione tra “vinti” e “vincitori”. Nessuna Norimberga, nessuna epurazione vera, ma nemmeno una vera amnistia unificante: solo un equilibrio precario e una memoria divisa, come mostrano le polemiche che ancora oggi accompagnano ogni 25 aprile.

Quella frattura originaria non si è mai completamente sanata, ed è stata anzi riattivata ciclicamente in forme nuove: nel conflitto Nord-Sud alimentato negli anni ’90 dal leghismo secessionista; nella guerra generazionale tra millennial e boomer; nella polarizzazione ideologica tra conservatori e progressisti; nelle divisioni per identità di genere, appartenenza religiosa, o status migratorio. Ogni epoca sembra trovare nuovi strumenti per frammentare il corpo sociale, favorendo logiche di governo basate sulla divisione anziché sull’integrazione.

Di fronte a questo, l’unica risposta politicamente e storicamente matura sarebbe l’unità del corpo sociale. Non un’unità fittizia o retorica, ma una coesione reale, fondata sul riconoscimento reciproco, sul superamento delle narrative escludenti, e su un nuovo patto civile orientato al bene comune. Solo una memoria condivisa, che riconosca il dolore e le ragioni di tutte le parti, può costruire un’Italia realmente sovrana, pacificata e solidale.


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