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Cosa rimarrà di un anno di Buscè

Un allenatore che ha scritto un pezzo di storia del Rimini, al di là di tutto

Gian Marco Porcellini · 2025-05-24 07:58 · 0 claps · 6.5 min read
#buscè #rimini
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Cosa rimarrà di un anno di Buscè

Un allenatore che ha scritto un pezzo di storia del Rimini, al di là di tutto

Con uno scarno comunicato di appena 37 parole, ieri mattina il Rimini ha comunicato ufficialmente l’interruzione del rapporto con il tecnico Antonio Buscè. Del resto già da qualche settimana i media locali raccontavano che le parti non avrebbero esercitato l’opzione per il rinnovo, anche se rimaniamo in attesa che la dirigenza o lo stesso Buscè illustrino pubblicamente le dinamiche e i motivi che hanno portato a questa separazione.

A sensazione era una decisione che si respirava già da qualche tempo, per quanto rimane una scelta tutt’altro che scontata o comoda: banalmente perché Buscè ha contribuito a scrivere un pezzo di storia, conquistando il secondo trofeo in questi 113 anni, la Coppa Italia di Lega Pro alzata l’8 aprile al “Romeo Neri”. Si può anche eccepire sul valore di un trofeo secondario rispetto al campionato (che ha comunque una sua rilevanza in chiave play-off), ma con ogni probabilità la vittoria contro la Giana Erminio rappresenta il punto più alto degli ultimi 15 anni, quelli del post Cocif.

Ma al di là della Coppa, il grande pregio di Buscè, come del resto del suo predecessore Troise, sta nell’aver dato una direzione tecnica precisa quando la stagione rischiava di deragliare. Dopo un precampionato passato a sperimentare su una proposta di gioco ambiziosa e proattiva, si è ritrovato alla 4a giornata senza 3 delle 4 ali che dovevano portare freschezza e creatività al suo 433. Il Rimini aveva ottenuto appena 2 pareggi nelle prime 4 gare e aveva appena subito una rimonta potenzialmente deleteria nell’acquitrino di Lucca (da 2–0 a 2–2 nel finale di gara), seguita da un primo tempo di sofferenza in casa contro il Milan Futuro, sempre sotto una pioggia battente.

A posteriori si potrebbe pensare a quelle prime partite come a un passaggio quasi fisiologico per un gruppo rinnovato, che aveva perso i propri leader tecnici. Ma quello è il frangente in cui una squadra senza un’identità formata poteva tranquillamente affondare, salvo poi rimodellarsi su uno stile più conservativo, passando al 532 e spostando Megelaitis, l’mvp della stagione, sulla linea dei difensori. Magari Buscè avrebbe deciso comunque di abbandonare il 433 (anche perché mancava una vera ala destra, se si considera che Dobrev è stato poco più di una meteora, in un XI che sembrava abbastanza leggero nelle due fasi), ma la resilienza del gruppo e di un allenatore al secondo anno di prima squadra (e al primo tra i professionisti) non è stata banale in quel momento.

La prima versione (un po’ di fortuna) del primo 532 di Buscè.

La prima versione (un po’ di fortuna) del primo 532 di Buscè.

Le tre vittorie consecutive contro Milan, Perugia e Ascoli sono in parte episodiche — per motivi diversi — ma raccontano di una ritrovata solidità difensiva e una conseguente serenità su cui i biancorossi costruiranno il proprio campionato, specialmente in trasferta. Il 2–1 di Campobasso, unito a quelli in Coppa contro Vicenza e Altamura, esemplificano la capacità della rosa di accettare le difficoltà e la sofferenza senza perdere fiducia, ma anzi di trovare le risorse per ribaltare un contesto sfavorevole.

Ma come il suo predecessore, Buscè non è riuscito a dare una forma più compiuta alla fase offensiva. Come detto, l’allenatore campano non poteva contare sulla pericolosità costante assicurata da offensivi come Morra e Lamesta e per diversi mesi ha dovuto rinunciare a Cioffi e Malagrida, in una rosa a cui da due anni manca qualità diffusa necessaria per avere un controllo tecnico a varie altezze di campo, ma col passare dei mesi l’impressione è stata quella di una formazione via via sempre più a disagio con la palla.

L’uscita del pallone è diventata un problema cronico: agli avversari bastava orientare il giro palla sul nostro lato sinistro per recuperare palla. Anche perché i biancorossi, senza un vero centravanti di manovra (quanto ha pesato l’infortunio di Cernigoi!) non erano propensi ad alzare la palla sulle punte, se non quando il braccetto di sinistra (o il quinto) erano pressati e si liberavano del pallone in maniera precipitosa. In questo contesto i centrali di centrocampo non fornivano linee di passaggio utili, anzi tendevano a scappare vicino agli attaccanti per provare a raccogliere un’ipotetica seconda palla.

Il Rimini nel cul-de-sac: palla al centrale di sinistra e l’azione si interrompe.

Il Rimini nel cul-de-sac: palla al centrale di sinistra e l’azione si interrompe.

Più in generale è mancata una rete possesso e un sostegno al portatore di palla, tanto che il Rimini riusciva a crearsi dei presupposti promettenti solo quando nei primi metri uno dei braccetti o Langella rompeva la pressione con una conduzione o un dribbling (dei problemi creativi e finalizzativi della squadra ne avevo già scritto qua). Ma è bene ribadirlo, la qualità delle due fasi è la conseguenza in primis delle caratteristiche degli interpreti che gli uomini mercato hanno messo a disposizione allo staff tecnico.

Eppure c’è stato un frangente, in realtà abbastanza breve, in cui la fase offensiva si era fatta più fluida e ficcante, capace di bucare il blocco avversario centralmente. Parlo delle tre partite casalinghe tra gennaio e febbraio, contro Perugia, Ascoli e Trapani. Un Rimini finalmente brillante, con Malagrida al centro del gioco e la miglior versione di Fiorini, capace di arrivare negli ultimi 20 metri con continuità e toccare dei picchi di pericolosità insospettabili fino a quel momento. Purtroppo però la formazione di Buscè si è fermata lì.

[embed]Il punto più alto del 2024/25?

Certo, in casa giocherà alcune partite volitive e sfortunate, ad esempio contro Ternana e Gubbio, ma senza riuscire più a riproporre quella fluidità posizionale, quel gioco centrale e quel coraggio con la palla che si erano intravisti quando aveva recuperato la maggior parte della rosa.

È possibile (e comprensibile) che dopo il trionfo in Coppa il gruppo si sia rilassato qualche settimana, ma già nelle settimane precedenti il rendimento difensivo era calato, specialmente la capacità di coprire la palla, contrastare nella parte centrale del campo e difendere l’area. L’eliminazione nei playoff contro la Vis non deve però far dimenticare come il Rimini in questi 3 anni non sia mai stato coinvolto nella lotta per la retrocessione e che anzi sia rimasto prevalentemente nella colonna sinistra della graduatoria, ritoccando ogni anno la propria classifica.

Il Buscè comunicatore

Leggendo e ascoltando i tifosi, la percezione è che il rapporto tra Buscè e l’ambiente abbia vissuto varie fasi, anche contraddittorie: l’allenatore campano è riuscito sì ad acquistare credito, forte dei risultati, ma senza fare breccia davvero (?) nel cuore dei riminesi.

Il che può essere il riflesso del profilo pubblico tenuto dal mister, il quale mi è sempre sembrato piuttosto asettico nelle sue dichiarazioni, ai limiti dell’ermetismo (come del resto la maggior parte degli intervistati prima e dopo le partite).

Certo, in un mondo sempre più iperconnesso, dove il marketing alle volte prevale sul contenuto, la comunicazione ha un suo peso, a maggior ragione in un club dove manca un front man capace di entrare in empatia col tifo. E in questo senso l’apparente distacco dell’ex Empoli non ha aiutato a cementare il rapporto con l’ambiente (idem i risultati casalinghi abbastanza modesti), per quanto non sarebbe stato onesto da parte sua snaturarsi per compiacere il pubblico.

Di sicuro il tecnico si è dimostrato abbastanza insensibile a ogni forma di critica e ha perso facilmente quella moderazione che si è sforzato di fare sua. E lo ha fatto lasciandosi andare a uscite rivedibili: dopo le due sconfitte in agosto con Entella e Pescara ha invitato il pubblico ad avere equilibrio nei giudizi, con una provocazione infelice (“Poi se qui avete visto Nesta, Maldini, Stam, Shevchenko… forse mi sono perso qualcosa”). A Lucca ha iniziato la sua analisi della partita quasi prendendosela con Cernigoi per un’esultanza a suo dire esagerata, mentre a metà marzo per giustificare la frenesia della squadra nelle gare casalinghe ha parlato di “negatività dell’ambiente”.

[embed]Dopo la sconfitta contro il Gubbio ha instito sulla negatività dello stadio.

Sono temi che si possono mettere sul tavolo, ma che avrebbe potuto esporre con una diplomazia e un’assertività diverse, specie per chi ha giocato 7 anni in Serie A e dovrebbe essere più o meno abituato a parlare davanti ai media.

In altre piazze sono convinto che qualcuno avrebbe chiesto conto, o comunque lo avrebbe incalzato, riguardo a queste dichiarazioni e a questa sua ricerca di alibi, anziché assumersi pubblicamente delle responsabilità. Ma anche di alcune scelte di campo che da fuori rimangono di difficile comprensione: ad esempio l’insistenza incondizionata su un Garetto protagonista di un 2025 deludente, a scapito di giocatori che nelle poche presenze hanno dimostrato una brillantezza e una qualità superiori, come Malagrida e Conti.

O perché non abbia mai rinunciato alla difesa a 5, anche quando la squadra era sotto e aveva bisogno di aumentare la sua pericolosità offensiva. O ancora dell’utilizzo di Ubaldi — con Troise si era rivelato un subentrante eccezionale, un animale d’area in grado di esaltarsi nelle situazioni più sporche — che con Buscè ha giocato titolare oppure non è entrato affatto (nel 2025 9 presenze dal 1’ e solo 2 a gara in corso).

Rimarranno domande senza risposta, che saranno sommerse dall’attualità più dirimente, ossia il nome del nuovo tecnico. A prescindere da come la pensiamo su Buscè, è un peccato che per il quarto anno di fila tra i professionisti bisognerà ripartire da capo con un altro allenatore, che dovrà prendere confidenza con squadra e ambiente, avviando un nuovo progetto tecnico in tempi più o meno brevi.


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