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Una critica (gramsciana) al metodo natura

Questo articoletto è il prodotto di un giovane appassionato di Gramsci interessato alla funzione pedagogica del greco e del latino.

Lorenzo Gigante · 2025-04-16 21:35 · 0 claps · 4.8 min read
#lingue #scuola #pedagogia #greco-roman
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Una critica (gramsciana) al metodo natura

Premessa

Ci tengo a precisare che quest’analisi non è il prodotto né di un grande studioso di Gramsci né di un grande intellettuale del linguismo, e in quanto tale non pretende in nessun modo di essere un’analisi estremamente accurata del pensiero gramsciano o delle ragioni dello studio del greco e del latino nelle loro meccaniche più profonde. Vuole piuttosto essere il contributo di un liceale e di giovane appassionato di Gramsci che vive, nei suoi studi, il dibattito delle ragioni dello studio delle due lingue classiche nella scuola moderna e la decostruzione progressiva di tale studio nella maniera tradizionale con la sua funzione.

Introduzione

Criticare il metodo natura per la sua effettiva efficienza nell’insegnare il greco e il latino sarebbe disonesto intellettualmente da parte mia: questo ha infatti già dimostrato efficacia didattica ed è approvato dalle linee guida del ministero (ciò non esclude che vi possa essere dibattito a riguardo, ma significherebbe sviscerare nel profondo vari caratteri della linguistica di cui possono occuparsi solo pochi esperti).

Ciò che invece mi preme criticare, è che tale metodo si fonda di fatto su un fraintendimento delle ragioni dello studio del greco e del latino.

Sarebbe altrettanto disonesto pretendere di riportare come mia l’analisi delle criticità di questo metodo: se ne è infatti già occupato Gramsci, in maniera decisamente più efficiente di quanto potrei mai fare io, e probabilmente chiunque nella società odierna. Gramsci infatti, criticando la riforma Gentile, pone una critica forte e articolata anche, senza ovviamente esserne consapevole, al metodo natura, dimostrandosi, come è solito fare, un intellettuale ancora fortemente attuale a un secolo di distanza.

Greco e latino come lingue parlate e la meccanicità dello studio classico

Parlando di greco e latino il fondatore del Partito Comunista d’Italia dimostra come in realtà già un secolo fa questi non si insegnassero per parlarli, ma per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto necessario per la comprensione della civiltà moderna. Con ciò si spiega anche la meccanicità, tanto criticata dai fautori del metodo natura, dello studio puramente grammaticale del greco e del latino: tale studio non si avvia, come spiega Gramsci, ad uno scopo immediato, come può essere l’apprendimento fine al parlato, ma alla formazione del carattere, attraverso l’apprendimento di tutto il passato culturale della civiltà europea moderna.

Si sono sempre imparati meccanicamente il greco e il latino. Tuttavia, per Gramsci, l’accusa di meccanicità è ingiusta: essa infatti serve a contrarre abitudini di diligenza e concentrazione psichica, e utilizzare questo termine, con carattere dispregiativo, priva il metodo tradizionale di questo suo valore.

Un metodo di studio del latino che si fonda essenzialmente sul parlato come metodo di memorizzazione del lessico e di apprendimento della grammatica costituisce quindi una deviazione pedagogica pesante, in questo troviamo una prima criticità del metodo natura.

Greco e latino: due lingue morte?

La concezione generale della società moderna verso le due lingue classiche ne ha fatto due lingue morte, spesso simbolo di un sistema scolastico considerato fallimentare. Con le nuove linee guida del ministero si è associato l’anacronismo costituito dall’introduzione dello studio della bibbia alle medie alla reintroduzione di una forma di studio del latino prima delle superiori. Lo studioso Luciano Canfora riguardo ciò è intervenuto in maniera dura ma concisa, accusando duramente chi vuole fare dell’insegnamento del latino un elemento reazionario e sottolineandone l’importanza per l’esercizio della memoria.

Nonostante l’impegno di alcuni intellettuali nel riaffermarne l’importanza, se oggi si interrogasse una persona qualunque sull’utilità dello studio del greco e il latino, con grande probabilità ci si sentirebbe rispondere che si tratta di due lingue morte e sepolte. Tale risposta, dispregiativa, avrebbe tuttavia espresso il presupposto della funzione delle due lingue. Queste si imparano e si analizzano, dice Gramsci, come una cosa morta, come lingue morte, che rivivono negli esempi delle narrazioni, in una maniera in cui non si potrebbe studiare alcuna lingua viva. Non si studiano per impararle: si studiano come elementi di un sistema scolastico con fini pedagogici precisi: insegnare al discente a studiare, ad analizzare, a pensare, ad occuparsi del cadavere di una lingua che ritrova continuamente vita. La loro potenzialità quindi sta proprio nel fatto che in quanto lingue morte richiedono un impegno non solo più profondo, ma diverso, che sviluppa qualità di tutt’altro tipo.

Il fallimento pedagogico del metodo natura in questo senso si esprime nel fatto che tale metodo pretende di insegnare il latino allo stesso modo in cui si fa con le lingue vive, attuali: questo richiede agli studenti di leggere testi latini pensati per essere comprensibili da un totale novizio della lingua, poi si passa al parlato e così lo studente si immedesima nella lingua, come accade per l’inglese, cosicché questi apprende le regole sintattiche e grammaticali dalla lingua parlata. In questo modo si impara a parlare latino, lo si impara da adattamenti pensati per immedesimare lo studente, come se vi fossero le stesse necessità di una lingua ancora in uso. Invece è proprio quel particolare metodo richiesto dallo studio di una lingua dismessa che gli conferisce il suo valore formativo.Sono proprio gli scopi diversi che fanno sì che ancora oggi studiare latino abbia senso.

Paragone tra latino e italiano

Funzione fondamentale del latino nel programma di studi “tradizionale” (per così dire) è il paragone con l’italiano. Si studia il latino anche in quanto radice della lingua che parliamo oggi, ma riconoscere tali parallelismi non ha solo valore linguistico, bensì anche storicistica: si analizza infatti l’evoluzione di un determinato lessico, vocabolario e lingua nel tempo, si comprende come questi rispondono ad un determinato contesto storico. Da un punto di vista linguistico notiamo come tradurre dal latino all’italiano e insegnare il latino non parlandolo direttamente, come succede nel metodo natura, ma illustrandone le strutture grammaticali in italiano, faccia sì che vi sia un parallelismo continuo tra il latino e quello che è, di fatto, latino moderno.

Questo connubio tra un valore storico e un valore linguistico costituisce un ulteriore elemento pedagogico che possiamo associare allo studio del latino, ma anche un altro fattore formativo che col metodo natura viene cancellato. Questo metodo insegna il latino parlando direttamente in latino: l’interesse è immedesimarsi nel latino e comprenderlo come lingua a sé, facendo dell’italiano un filtro che potenzialmente ad un certo livello può anche essere eliminato (altro carattere che accomuna questa maniera di studiare il latino con quella che si applica alle lingue vive). Si perde così il parallelismo tra le due lingue, e in questo modo uno degli ennesimi pregi che Gramsci attribuiva al latino si dissolve.

Il valore del greco e del latino nel percorso di studi tradizionale

Gramsci, spiegate tutte le funzioni educative del greco e del latino, ci tiene a specificare che queste non hanno una sorta di carattere taumaturgico: queste potranno essere e saranno sostituite, si individuerà nel tempo un nuovo fulcro del percorso di studi, ma non sarà facile, e un secolo dopo vediamo come la sempre minore importanza che si attribuisce a queste due lingue, in mancanza di quel sostituto a cui auspicava Gramsci, rappresentano un elemento di crisi della formazione dello studente.

Il greco e il latino sono in crisi, e di conseguenza lo è anche il percorso di studi tradizionale, e in questa crisi è emerso un metodo che sembra resuscitare almeno una di queste lingue, ma che in realtà non fa che esautorare il latino del suo ruolo nei vari percorsi di studi tradizionali.

Quello che sembra costituire un elemento di innovazione finisce così per essere solo un’illusione di una soluzione per quella crisi di cui parlavamo, cosicché, se questo metodo prenderà piede, si rischia che in pochi anni l’abolizione dell’insegnamento del latino sia un argomento di discussione non così assurdo né poco condivisibile.


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