Tre giorni da turista ad Atene con la scusa del black metal
Un weekend da solo ad Atene tra musei, attrazioni e sapori di Grecia, ma ufficialmente per i 35 anni dei Rotting Christ.
Tre giorni da turista ad Atene con la scusa del black metal
Un weekend da solo ad Atene tra musei, attrazioni e sapori di Grecia, ma ufficialmente per i 35 anni dei Rotting Christ.

Dopo Wimbledon nel 2022 e la traversata in barca a vela col brivido del 2023, dovevo ponderare bene il motivo per la mia solo vacation 2024, quel periodo in cui per qualche giorno abbandono moglie, figlio, cane e gatto e mi faccio bellamente i cazzi miei. Vengo a sapere che uno dei miei gruppi musicali preferiti, greci di Atene, sceglie proprio la capitale greca per festeggiare i trentacinque anni di attività organizzando uno show sulla collina del Licabetto, che sovrasta il Partenone. A vederlo in foto, sembra un posto magico. Compro subito il biglietto, poi pian piano, con delicatezza, introduco l’argomento in famiglia dicendo che si tratta di un evento imperdibile per un metallaro come me. Mugugni diffusi, insulti a tema egoismo che si manifestano ogni qual volta sgarro, lamentele su quanto “a Claudio piaccia farsi i cazzi suoi” con le amiche. Ci sta tutto, purché si possa partire.
Arrivo ad Atene a fine giugno, dimoro nella zona di piazza Omonia, un quartiere abbastanza malfamato e quindi anche molto economico, con cento euro dormirò due notti e avrò anche una generosa, come no, colazione. Informata la famiglia del mio rapido arrivo, constatato con immutato stupore che la metro di Atene funziona ancora molto meglio di quella di Roma, il tempo di una doccia e poi a metà pomeriggio mi incammino verso il centro, l’idea è quella di andare a rendere omaggio al Partenone.
Sono stato più volte ad Atene, ancora di più in Grecia, e penso che la cosa più scontata da fare ogni volta che ci torno sia salire su al colle, come diciamo in Italia quando si vuole parlare con la massima istituzione. Beh, non c’è colle più colle di quello che ospita l’Acropoli. Biglietto alle 19, fa caldissimo ma voglio girare a piedi, camminare per una buona mezz’ora leggendo ogni singola insegna, ogni cartello che vedo per strada per stimolare il mio greco, che sto studiando da un anno oramai. Conosco la via per arrivare in centro, esco dall’hotel e ci vuole un po’ per arrivare in una zona nella quale, semplicemente, non c’è la povertà. Intorno a piazza Omonia infatti è pieno di gente bisognosa, che dorme in strada, tossici come senzatetto, impegnati a sopravvivere arrangiandosi alla buona nelle aiuole tra le strade o nei ruderi che intervallano questi hotel da pochi soldi e nei quali è difficile riposare. Ci arriverò.
Arrivo a piazza Monastiraki e alzo lo sguardo per inquadrarlo, eccolo là, maestoso, a dominare Plaka, il quartiere più vibrante di Atene: il Partenone. Ho il biglietto per l’ingresso delle 19, l’ultimo possibile, manca un po’ e allora perdo tempo girovagando per gli altri siti archeologici che gli stranieri guardano a bocca aperta. Venendo da Roma, sono più interessato a capire dove mangiare la feta migliore che a guardare due sassi che dalle mie parti trovo al parco quando Itaca, il mio cane, scava una buca.
Fare una foto decente al Partenone è impossibile. Ci sono ancora le impalcature degli infiniti restauri e c’è ovviamente molta gente. Però guardare Atene a trecentosessanta gradi da questa collina dà proprio l’idea di quello che doveva essere in passato: il luogo più alto che c’è in città (che poi in realtà non è così, ma ci arrivo), il posto dove la democrazia è nata e veniva amministrata; sotto, tutto il resto: niente doveva essere più importante.

Il sole inizia a calare ma ci vuole almeno un’ora al tramonto, è tempo di sfollare; come il pastore fa con le pecore, i custodi greci fanno suonare un campanaccio per intimarci l’uscita. Questo è il momento in cui però tutti vogliono rimanere sperando che se ne vadano gli altri così da fare qualche selfie senza estranei nell’inquadratura. Hanno anche una tecnica, i custodi: raggiungono l’estremità della collina, dove c’è il pennone con la bandiera greca, e da lì iniziano a far defluire le persone verso il tempio, per poi farli scendere ancora. Ci vuole una buona mezz’ora, la gente resiste, loro sono più di una decina. Si riesce a fare qualche foto un po’ migliore, con meno gente, ad una certa però tocca andarsene perché sono troppo vecchio per giocare al gatto col topo.
Guardo il tramonto su una collina che sta di fianco l’Acropoli, insieme a tanti altri, devo solo perdere tempo, rilassarmi, immaginare la mia possibile vita ad Atene, come sarebbe stata? Ah boh, avrei imparato il greco di sicuro, poche altre certezze. Col sole andato scendo verso Plaka, il quartiere alle pendici dell’Acropoli, cerco una taverna. Non c’è tanto da perdere tempo, la taverna Zorba mi accoglie senza problemi. Dopo una mezz’ora la mia vista comprende: feta fritta, patate fritte, purea di fava, birra, fiori, gente, Acropoli. Difficile fare meglio.

La mia stanza in albergo di nove metri quadri, a essere generosi, ha una finestra con vista sul cortile interno. Fa caldo, la spalanco, passerò la notte suddividendo il mio tempo in queste attività: accendere la luce del telefono per individuare moscerini e zanzare e ammazzarle con ira funesta, altro che quella del pelide; affacciarmi alla finestra per gustarmi le risse giù nel cortile tra senzatetto e drogati, il derby dei reietti della società; coprirmi con il lenzuolo per proteggermi dalle zanzare ma resistendo solo trenta secondi; tornare alla finestra per godermi l’arrivo della polizia a sgomberare un gruppo di religiosi che intonano cori per qualche rituale ortodosso durante la notte. Insomma, tutto meno che dormire.
Il sabato è il giorno del concerto, ho una giornata intera davanti e grossomodo il programma è: musei, pranzo, salita al monte Licabetto e musica dal vivo. Faccio una rapida colazione all’hotel, praticamente una sala da pranzo di una casa modesta con trenta persone ad assaltare i due tavoli che hanno cibo sopra. Serve essere un professionista dei buffet per farsi largo, realizzo di non essere all’altezza degli altri concorrenti e quindi abbandono dopo un solo giro, qualche fetta di pane con la marmellata e un cappuccino che di questo aveva solo il nome.
Visiterò il Benaki Museum, ospitato in una villa che mette in mostra opere d’arte greca dal periodo preistorico a quello moderno. Poi andrò anche al Museo dell’arte Cicladica per guardare una collezione di arte cicladica e arte antica greca, i due musei sono vicinissimi. Per arrivare ai musei passo davanti il Panepistimiou, l’università. Mi rimane impressa questa cosa del greco, perché usano la parola studiare solo se frequenti l’università. Cioè per loro leggere o studiare un libro è la stessa cosa, usano il verbo Διαβάζω (/diavaso/), una parola che si usa solo per studiare è Σπουδάζω (/spudaso/), ma significa che studi all’università.
Il museo Benaki è un buon inizio per scoprire tutta la storia greca, dalla preistoria fino alle rivoluzioni. Quello dell’arte cicladica (che ha anche una sezione dedicata a Cipro e la sua storia) è più particolare; ho visto anche a Naxos la riproduzione di queste statue giganti, sempre donne peraltro, raramente maschi, di queste forme d’arti complesse. Sono due bei musei, ci perdo svariate ore leggendo le didascalie in greco e le traduzioni per ampliare il vocabolario.

L’arte cicladica
Quando esco è primo pomeriggio, l’idea è di buttarmi al giardino etnico, ma è chiuso perché c’è vento forte. E anche pericolo di incendi quindi. Da queste parti si chiude tutto rapidamente senza problemi.
C’è quindi, poco distante, un altro parco, che ospita il luogo dove Aristotele fondò il liceo. Entro pagando quattro euro, finalmente sono al liceo anche io. Il sito è imbarazzante, quattro sassi per terra a formare un’idea di edificio, qui nacque però anche la prima palestra. Mi riparo dal caldo all’ombra di un albero mentre mi abbandono in riflessioni esistenziali che non porteranno ad alcunché, com’è giusto che sia.
Per andare al concerto devo salire sulla collina del Licabetto, punto più alto di Atene centro. Mangio prima nel quartiere che sta sotto al colle, molto residenziale. Qui non ci sono condomini fatiscenti, ruderi e bagni all’aperto tipo Omonia. Non c’è neanche gente, c’è una zona nella quale ci sono diversi locali, io mi fermo solo quando leggo taverna greca. Il menù per me, ogni volta che sto in Grecia, è fisso: feta, birra, fava, patatine e insalata, involtini di riso. Qui hanno la Dakos Salad, la frisella feta e pomodoro. Strepitosa. Bevo due birre pensando che le smaltirò durante la salita al colle, mi alzo che a momenti collasso. Inizio a salire ma ho la panza troppo piena.
La strada per salire su in cima è molto ripida, ci sarebbe una funivia ma ho deciso che ad Atene voglio solo camminare. Mi fermo nel primo punto panoramico, rifiuto dell’alcol che mi ha proposto uno che incontro, perché direte voi? Perché si qualifica come israeliano. Guardo l’Acropoli, si vede il Pireo, c’è tutta Atene ai miei piedi, riprendo fiato e torno a scarpinare mentre ascolto distintamente le note del soundcheck. Quando raggiungo la cima ci sono molti metallari a riposare vicino ad una piccola chiesa che domina il monte. La vista è infinita: si può guardare Atene nella sua interezza, si vede anche l’anfiteatro che ospiterà lo show, è poco distante e sembra bellissimo.
Il posto del concerto è speciale: birra a tre euro, FRESCA, bagni civili senza code, acqua a cinquanta centesimi come in tutta la Grecia. Mi allontano dal palco per salire in cima all’anfiteatro mentre inizia a suonare il primo gruppo, i Varathron, greci anche loro. Il colpo d’occhio è stupendo: dietro il palco ci sono le montagne, il sole che da giallo diventa sempre più arancione (πορτοκάλι /portocalì/), le rocce ancora più alte ad un lato dell’anfiteatro sulle quali qualcuno si arrampica per non pagare il biglietto dello show. Democrazia pura. Ascolto i Varathron distrattamente, avevo anche apprezzato qualche canzone dall’ultimo album ma sono invecchiati male. Sono vestiti per impressionare i ragazzini, hanno il cerone in viso, le calvizie diffuse coperte dal cappuccio, i fisici imbolsiti. Certa musica invecchia bene, certi musicisti molto meno.
Non c’è quasi più luce quando si sentono le prime note di ΧΞΣ, traslitterazione greca di 666, il numero del demonio. Sakis Tolis ha cinquantadue anni ed è il leader dei Rotting Christ, la band metal greca più importante di sempre. Sono di Atene, e vederli là festeggiare i trentacinque anni di attività mi sembra una delle cose migliori da fare in vita mia. Sakis dà le spalle al palco, porta le braccia in basso e poi in alto, quando sono sopra il pubblico urla Γαια αγια (/ghea aghià/), terra santa. Il momento è catartico, si interrompe quando il frontman si gira verso il palco, le chitarre irrompono con i loro suoni, così la batteria, il concerto può iniziare. Mi piace la loro musica, la loro maniera di riproporla oggi nonostante il mondo sia diverso da quando questi teenager fondarono la band per sfogarsi. Loro sono invecchiati bene, il batterista, Themis, è il fratello di Sakis e sembra un dio greco tanto il suo fisico è scultoreo. L’arena si è riempita, quando inizia Kata Ton Daimona Eaytoy, uno dei loro pezzi più veloci, si può già parlare di delirio, quel momento di un concerto in cui si crea un legame tra chi è sul palco e chi è sotto al palco, tutte e due le parti devono lavorare insieme per rendere vivo lo show. Se vuoi sentirti vivo ad un concerto metal, devi partecipare.
Conosco tutti i brani del gruppo, da quando studio greco li ho rimessi spesso in playlist facendo attenzione ai testi; mi sono andato a ricercare le canzoni con i testi in greco, che ora posso capire nella pronuncia, mi piace la sensazione che provo quando riesco a capire qualche parola. Questo mio amore per la Grecia e per il greco ha trovato nei Rotting Christ un altro punto di saldatura. Mi godo quindi il momento. Sono ad Atene a vedere un gruppo greco che canta (anche) in greco, che parla con il pubblico in greco mentre bevo una birra greca. Poche volte nella mia vita — non si offenda la famiglia — mi sono sentito nel posto giusto al momento giusto come sulla collina del Licabetto ad ascoltare i Rotting Christ.

Che hanno un grande pubblico, vestono tutti la maglietta con il ΧΞΣ davanti, altri ne hanno una variante che sulla schiena recita HELLENIC BLACK METAL LEGIONS, la legione dei black metaller greci. Amano questa band che da Atene è diventata emblema di un movimento mondiale, deve essere un grande orgoglio per loro, la loro massiccia presenza, facilitata anche dai 15 euro di costo del biglietto, contribuisce a creare l’effetto di un grande evento. Brano dopo brano il legame fra band e pubblico è sempre più solido. Sakis chiede di girare in tondo sotto al palco sulle note di uno dei loro pezzi più movimentati come Societas Satanas? Il pubblico esegue. Sakis chiede di saltellare dopo l’uno-due-tre (“ένα δύο τρία”) appena finisce il riff di chitarra? Migliaia di persone saltano con gli occhi estasiati.
Dopo due ore nessuno è sazio, come ci si può stufare di una serata perfetta? Quando partono le note di Non Serviam, l’ultima canzone, vecchia di oltre trent’anni, il palco viene invaso dai fan: è una celebrazione anche del loro amore, è giusto che siano anche loro da protagonisti sullo stage. La canzone prosegue mentre sempre più persone circondano i Rotting Christ, un incastro di persone che saltano fino all’ultima nota del concerto, fino a quando Sakis non pronuncia ευχαριστουμε battendo il pugno destro sul cuore, grazie di cuore.
Scendo dalla collina insieme ai fratelli del metal, gli sto vicino perché voglio sentirli parlare greco. Cammino per le strade di un’Atene dormiente quando è mezzanotte mentre fischietto le canzoni, in giro solo chi può permettersi le serate nei locali, ma man mano che mi allontano dal centro incontro solo i reietti della notte, i soliti dannati che mi aspettano sotto l’hotel per non farmi dormire, insieme alle maledette zanzare. Andrà proprio così.
Il giorno dopo, quando devo tornare a casa, mi pare doveroso passare a piazza Syntagma, dove ora i greci cercano di amministrare la democrazia. C’è subbuglio in generale nel Paese, il governo ha da poco varato una legge che vorrebbe far lavorare i greci anche il sabato, pagandoli il 40% in più rispetto ad un giorno di lavoro lunedì-venerdì. Non lo farei neanche per il 70%, ma se hai la paga bassa purtroppo temo non ci sia molta scelta.

Fa troppo caldo per resistere più di un quarto d’ora, visito quindi il giardino etnico, finalmente aperto. Ci si può perdere una buona ora anche se non c’è niente di trascendentale da fare, a meno che non consideriate vedere una vasca di tartarughe una cosa fantastica. Ci sono addirittura degli uccelli in gabbia, pensate. Il parco è buono per l’ombra, siamo tutti lì per riposare un po’, ci sono famiglie che fanno il pic nic. Esco e mi riavvio verso l’aeroporto non prima di aver comprato l’ultima tiropita, questo fagottino di pasta fillo ripieno tanto buono quanto semplice. Riesco addirittura a vedere il cambio della guardia davanti Syntagma, questa camminata buffissima tipo lo sketch “Il ministero delle camminate strambe” dei Monty Python. Vedo nei volti di questi ragazzi, stremati dal caldo per via dei loro pesanti vestiti tipici, la sofferenza. La stessa che mi attende al ritorno a casa forse, quando dovrò rendere conto di questo abbandono familiare per farmi i cazzi miei. Ma mentre mi diranno cose, io penserò alla scusa per ripartire da solo nel 2025. “Il divorzio”, suggerirebbe la mia fantastica e adorata moglie.
Qui c’è un reel del concerto.
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- 2026-07-23 11:43:23