I morti scomodi
Ci sono morti che diventano simboli e morti che disturbano. I giovani iraniani rimossi: l’Occidente li ha traditi per scelta consapevole.
I morti scomodi

Ci sono morti che interrogano e morti che disturbano. Morti che diventano simboli e morti che restano corpi. Morti che entrano nella narrazione e morti che la spezzano.
I giovani iraniani uccisi nelle piazze di Teheran, nelle università, nelle strade, appartengono a questa seconda categoria. Sono morti scomodi. Non perché siano meno tragici, ma perché non si lasciano usare. Non confermano alcuna liturgia ideologica consolidata. Non rafforzano alcun racconto già pronto. Al contrario: lo incrinano. Ed è per questo che vengono rimossi.
Non è solo una questione di silenzio politico. È qualcosa di più profondo, più grave: un collasso della capacità di pensare l’universale.
La fine dell’universale
L’Occidente che si proclama progressista ama parlare di “diritti umani”, ma ha smesso da tempo di credervi come concetto universale. Li usa come strumenti semantici, non come principi. Sono parole che agita, ma non le abita.
La morte — che dovrebbe essere l’esperienza limite capace di imporre il riconoscimento dell’altro in quanto uomo — viene oggi classificata, ordinata, pesata. Esistono vittime che meritano lutto pubblico e vittime che meritano imbarazzo. Oppressioni che vanno denunciate e oppressioni che è meglio relativizzare.
Non siamo davanti a una contraddizione morale. Siamo davanti a una mutazione filosofica: la rinuncia all’idea che esistano criteri validi per tutti.
Il risultato è una gerarchia dell’indignazione che non ha più nulla di etico e tutto di tribale.
L’Occidente post-illuminista e la cattiva coscienza
L’Illuminismo europeo aveva posto una tesi radicale e pericolosa: che esistesse qualcosa come l’uomo in quanto tale. Non il francese, non il cristiano, non l’occidentale. L’uomo.
Quella tesi oggi è considerata sospetta. Troppo “eurocentrica”. Troppo esigente. Troppo universale. Al suo posto si è affermata una forma di relativismo morale travestito da rispetto, che in realtà è solo paura di giudicare.
Ma non giudicare non è neutralità. È abdicazione.
Il silenzio sull’Iran non è prudenza diplomatica: è cattiva coscienza. È il prodotto di un pensiero che ha deciso che criticare un regime teocratico non occidentale significhi automaticamente rafforzare l’Occidente. E poiché l’Occidente è stato dichiarato colpevole a priori, tutto ciò che lo contraddice viene assolto in automatico.
Non è più pensiero critico. È un riflesso condizionato.
La sinistra come apparato rituale
Qui occorre dirlo senza infingimenti: ciò che oggi si definisce “sinistra” in Europa e in Italia non è più un luogo di elaborazione teorica, ma un apparato rituale.
Ha smesso di interrogare i rapporti di potere reali. Ha smesso di analizzare le strutture economiche. Ha smesso persino di produrre conflitto autentico. Al suo posto ha costruito un sistema di cause simboliche da sostenere a rotazione, secondo criteri di visibilità, consenso e compatibilità narrativa.
La sociologia ci insegna che quando un campo politico perde la propria funzione storica, sopravvive come simulacro. Ripete gesti, slogan, posture. Ma non pensa più.
L’Iran manda in crisi questo simulacro perché introduce una domanda insopportabile: e se l’oppressione non fosse sempre riconducibile all’Occidente? E se il nemico non fosse il capitalismo, ma il sacro armato? Tutte domande che non trovano posto nei manuali dell’attivismo contemporaneo.
Il femminismo quando l’universale fa paura
Il silenzio del femminismo europeo e non soltanto sulla repressione delle donne iraniane è uno dei sintomi più rivelatori di questa crisi. Qui non siamo davanti a una semplice incoerenza. Siamo davanti a un collasso teorico.
Se una donna viene arrestata, torturata o uccisa perché non indossa correttamente un velo imposto dallo Stato, l’oppressione patriarcale dovrebbe apparire nella sua forma più pura. E invece no. Subentra l’imbarazzo. La cautela. Il mutismo.
Perché? Perché riconoscere quella violenza significherebbe ammettere che l’emancipazione non è un costrutto culturale occidentale, ma un’esigenza umana. E questo è oggi inaccettabile.
Così il femminismo — nato come movimento universale — si è trasformato in ideologia situata, incapace di parlare oltre i propri confini culturali.
Non difende più le donne. Difende una grammatica.
L’esempio dei Cinque Stelle: quando il privato diventa geopolitica
La posizione dei Cinque Stelle sull’Iran merita una nota a parte, perché rappresenta una degenerazione ulteriore. Dissociarsi da una condanna di un regime che massacra giovani in nome di una generica “lotta all’imperialismo” non è una posizione politica. È una caricatura della politica.
Quando poi l’antiamericanismo diventa un alibi così automatico da giustificare qualsiasi silenzio, viene il sospetto che dietro la retorica ci sia solo convenienza, non pensiero. Che la geopolitica venga ridotta a gestione del quieto vivere. Che il principio venga piegato al contesto, e il contesto agli interessi.
Il Movimento Cinque Stelle incarna perfettamente il destino del populismo post-ideologico: un contenitore vuoto che assume la forma che gli consente di non decidere mai davvero. Non è opposizione. Non è governo. È afasia morale organizzata.
La destra: il vuoto dove potrebbe esserci pensiero
Eppure sarebbe un errore fermarsi alla sinistra. Perché se la sinistra ha tradito l’universale, la destra italiana non ha nemmeno provato a pensarlo.
Qui il sentimento non è rabbia, ma una forma di pietà politica. La Lega — e più in generale la destra di governo — avrebbe avuto l’occasione storica di articolare una difesa seria, colta, argomentata della libertà contro il totalitarismo teocratico. Aveva la materia. Aveva il contesto. Aveva persino il pubblico. E invece nulla. Slogan. Dichiarazioni episodiche. Comunicazione anziché pensiero.
Dove sono i discorsi che restano? Dove sono le prese di posizione capaci di fondare una visione? Dove è il pensiero conservatore degno di questo nome?
La destra italiana si rivela così per ciò che è: un pragmatismo senza filosofia, una gestione del potere senza orizzonte, incapace di reggere il peso delle grandi domande.
Nichilismo attivo e nichilismo passivo
A sinistra, l’iperattivismo morale senza universale. A destra, il silenzio amministrativo senza visione. Nietzsche avrebbe riconosciuto subito la diagnosi: nichilismo. Non come assenza di valori, ma come incapacità di fondarli.
Quando i valori diventano strumenti, quando la libertà diventa uno slogan, quando i diritti diventano selettivi, ciò che resta è solo gestione del consenso.
I giovani iraniani che muoiono per libertà non entrano in questo schema. Per questo vengono rimossi. E così l’Occidente, che si credeva coscienza critica del mondo, ha tradito una generazione e un popolo; non per errore, ma per scelta.
Il compito che resta
Pensare, oggi, significa fare una cosa sola: resistere alla frammentazione dell’umano. Rivendicare che esistono diritti che non dipendono dalla latitudine, dalla religione, dal colore politico del carnefice.
Dire che un giovane iraniano che muore gridando “libertà” è nostro fratello, non perché occidentale, ma perché umano.
Il silenzio su questi morti non è un errore contingente. È il segno che una parte dell’Occidente ha rinunciato a pensare se stesso.
E quando una civiltà rinuncia al pensiero, resta sola con i suoi morti scomodi. Quelli che nessuno vuole ricordare, perché ricordarli significherebbe dover tornare a giudicare. E giudicare, oggi, è l’atto più rivoluzionario che ci sia.
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